TRAUMA E TRAUMI INTERPERSONALI Cosa può fare la psicoterapia

trauma

Il trauma 

A seguito di un’esperienza critica (evento traumatico), vissuta come episodio singolo oppure ripetuto e/o prolungato nel tempo, la psiche di una persona può subire un tipo di “danno”: il trauma.

L’evento traumatico 

L’evento traumatico può essere di qualsiasi tipo ed è, almeno inizialmente, inatteso  e implica l’esperienza di un sentimento d’impotenza e vulnerabilità a fronte di una minaccia, oggettiva o soggettiva, che può riguardare l’integrità fisica e psichica dell’individuo. 

Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona

Il potenziale patogeno di uno stimolo dipende tanto dall’intensità e dalla dimensione temporale dello stimolo, quanto dalle complesse variabili caratteristiche di una persona, che ne definiscono una dinamica soglia di risposta, rappresentazione, rielaborazione e ripresa.

Il trauma psicologico

 Il trauma psicologico corrisponde all’impossibilità di dare un senso e un significato, coerente e psicologicamente “vero” (verità narrativa, vedi l’ultimo paragrafo), a un episodio traumatico. Il trauma non è mai contenibile in una rappresentazione psichica in quanto eccedente le capacità di integrazione dell’apparato psichico.

I tipi di trauma

La letteratura scientifica degli ultimi decenni ha identificato cinque diversi tipi di trauma. In questo testo mi soffermo solo sul trauma interpersonale e sul trauma d’identità . I cinque tipi di trauma sono:

  • Tipo I, trauma non personale/accidentale/shock/disastro naturale
  • Tipo II, trauma interpersonale 
  • Tipo III, trauma dell’identità
  • Tipo IV, trauma di comunità
  • Tipo V, trauma persistente, stratificato, cumulativo, basato sulla rivittimizzazione e la ritraumatizzazione.

Merita un accenno anche la teorizzazione della psichiatra americana Leoner Terr che distingue i traumi in due tipi:

  • Tipo 1 o trauma a evento singolo: un evento improvviso, circoscritto, inaspettato e profondamente scioccante (incidente stradale, morte improvvisa e/o violenta di un congiunto, separazione improvvisa, disastro naturale, un episodio di stupro, un episodio di abuso); può essere impersonale – non causato da un’altra persona  – o interpersonale – causato da un’altra persona, sia intenzionalmente o meno.
  • Tipo 2 o trauma ripetitivo e complesso: trascuratezza grave e/o abuso continuativo di tipo emotivo, fisico, sessuale o altre forme di maltrattamento all’interno della famiglia nucleare o allargata; separazioni violente o particolarmente conflittuali; violenza domestica e violenza assistita;  persecuzioni politiche, etniche, religiose; prigionia, torture, guerra, genocidio; stato di rifugiato.

La ricerca sul trauma

E’ importante sottolineare che la ricerca, per tutti questi tipi di trauma, indica che la sindrome del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) rimane una risposta atipica negli adulti traumatizzati e che la maggior parte di loro è in grado di elaborare quello che è accaduto dopo un periodo di  tempo caratterizzato da risposte e reazioni post-traumatiche che poi svaniscono. Sulla base di quanto appena scritto, il Manuale Diagnostico Psicodinamico 2 (PDM-2) evidenzia che ognuno dei cinque tipi di trauma e le diverse forme di danno secondario possono portare o meno a un disturbo da stress acuto o a un disturbo da stress post-traumatico, e/o a disturbo da stress post-traumatico complesso (non presente nella classificazione dei disturbi del Manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali – DSM 5), a seconda delle caratteristiche individuali (vedi quanto scritto nel paragrafo “Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona”).

Il trauma interpersonale

Il trauma interpersonale, così come descritto nel PDM-2, è commesso da altri esseri umani e può verificarsi una sola volta o in un periodo limitato di tempo (di solito quando il perpetratore è un estraneo), ma può anche essere ripetuto per mesi o anni quando la vittima e il perpetratore hanno una qualche relazione  e c’è la possibilità di rimanere intrappolati nella relazione.

La gravità dei sintomi nella dimensione interpersonale del trauma primario

I sintomi sono più gravi se il trauma è perpetrato da una persona conosciuta o che ha una relazione con la vittima (o che ha un ruolo nella relazione che prevede l’assistenza e protezione nei confronti con la vittima) – un pattern definito “trauma di tradimento”. Ci sono anche altri diversi tipi di trauma secondario, per quanto concerne i traumi interpersonali, che tratterò in altri post.

Il trauma d’identità

Il trauma dell’identità è basato sulle caratteristiche in gran parte non modificabili dell’individuo (genere, identità di genere e orientamento sessuale, caratteristiche etniche) che rappresentano la base per la vittimizzazione.

Psicoterapia e traumaRaggiungere una verità narrativa sentita nella mente e nel corpo

Rottura del legame e interruzione della trama identitaria 

Siamo esseri umani dipendenti in modo profondo dal legame di attaccamento: la relazione può avere un valore di cura tanto quanto di danno alla nostra integrità psicofisica minando, a volte, la fiducia in se stessi e negli altri.  Se il trauma si declina in un’interruzione della trama identitaria, lutti precoci di un caregiver, separazioni improvvise e/o violente e/o conflittuali, evidenziano come la specifica rottura del o dei legami si rilevi piuttosto difficile da sanare ed è molto importante comprendere come si risponde ad esse (come scritto sopra, la potenzialità traumatica di uno stimolo dipende anche dalle caratteristiche e dal tipo di risposta ad esso da parte di un individuo). Qualunque sia il tipo di separazione traumatica, si ha a che fare con eventi che interferiscono con la costruzione di un personale processo identitario in atto.

Migliorare la competenza autobiografica

Spesso i pazienti traumatizzati hanno poca competenza autobiografica: alcuni hanno difficoltà a raccontare la propria storia, faticano a ricordare il prima e il dopo; altri aderiscono a storie impersonali e rigide; altri ancora non riescono a trovare una narrativa che gli permetta di contenere il dolore traumatico.

Ripristinare la trama identitaria e i legami, raggiungere una verità narrativa

Non c’è trauma che, per essere curato, non richieda una narrazione perché ogni trauma ha bisogno di una storia per essere elaborato e ripristinare la “trama”. Ripristinare la “trama” attraverso la costruzione e il ripristino di nuovi legami con se stessi, con gli altri e con il mondo (una convivenza interiore e con il modo).

Come scrive Vittorio Lingiardi in “IO, TU, NOI. Vivere con se stessi e con gli altri

<<L’intento è quello di raggiungere una “verità narrativa” che ci permetta di organizzare la nostra esperienza, in un modo che sia plausibile e coerente, ma anche sufficientemente elastico e aperto all’imprevedibile come il mondo che ci circonda. Incertezza che riguarda anche il senso della propria autenticità (di paziente e psicoterapeuta), e che dovrebbe spingerci a considerare con una certa cautela l’idea di aver finalmente dipanato la matassa della convivenza interiore. Il sommarsi delle nostre esperienze nel tempo, il succedersi dei cambiamenti e la comparsa di imprevisti rendono l’autenticità necessariamente incerta e cangiante>>. Ascoltare in psicoterapia <<gli stati del sé facilita l’espressione delle nostre potenzialità. Rende sincero l’adattamento e facilita la convivenza>>.

SEPARAZIONE, CONFLITTO E MALTRATTAMENTO PSICOLOGICO DEI FIGLI

L’Organizzazione Mondiale della Sanità per maltrattamento psicologico intende una relazione emotiva caratterizzata da ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, rifiuto, indifferenza, svalutazione e denigrazione che inibiscono o danneggiano lo sviluppo dei figli nelle loro competenze cognitive-emotive. Nelle separazioni e nelle situazioni gravemente conflittuali si trovano tutte queste caratteristiche.

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La separazione della coppia coniugale comporta la perdita del legame, la perdita di un ruolo, le perdite della rappresentazione di sé e dell’altro e pertanto rappresenta un “evento critico” nel ciclo di vita delle persone.

Nella maggior parte dei casi la coppia, prima di giungere alla separazione, attraversa una fase conflittuale che in diversi casi trova una ricomposizione e dopo la separazione le persone trovano un loro riposizionamento, ma in altri casi questa fase di conflittualità non termina con la separazione. Quando ciò accede si generano lotte in famiglia, nelle aule di tribunale e sono proprio i figli ad essere contesi e allo stesso tempo sono testimoni e vittime di questi scontri subendone le conseguenze.

Meccanismi psicologici e sentimenti dei partner

I partner vivono sentimenti dolorosi, vissuti di perdita e abbandono inaccettabili, alcuni sono presi dal “desiderio” di “farla pagare” al partner e tutto ciò impedisce l’elaborazione della fine del rapporto di coppia.

Il legame nella separazione

Vivere la separazione in questo modo provoca angoscia e incide sul senso d’identità della persona e non favorisce il “divorzio psichico” mantenendo un legame attraverso il conflitto. Tale legame, pur essendo in separazione, testimonia l’impossibilità emotiva di separarsi.

Il figlio come mezzo per mantenere il legame

Il figlio diventa un mezzo per mantenere il legame e per colpire l’ex coniuge. Il perdurare del clima conflittuale e l’essere immersi in relazioni disfunzionali determinano situazioni di forte disagio nei figli e potrebbero creare le premesse per il generarsi forme di maltrattamento.

Il maltrattamento psicologico

L’Organizzazione Mondiale della Sanità per maltrattamento psicologico intende una relazione emotiva caratterizzata da ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, rifiuto, indifferenza, svalutazione e denigrazione che inibiscono o danneggiano lo sviluppo dei figli nelle loro competenze cognitive-emotive. Nelle separazioni e nelle situazioni gravemente conflittuali si trovano tutte queste caratteristiche.

Non il cosa, ma il come

 La separazione pur essendo un “evento critico” non determina di per sé disagi nei figli. I disagi sono determinati da come gli adulti gestiscono la crisi di coppia e il successivo processo separativo. E’ l’alta conflittualità che determina le conseguenze negative per il benessere dei figli.

ANSIA E DISTURBI D’ANSIA.

ANSIA COME CONDIZIONE FISIOLOGICA.

L’ansia come condizione fisiologica (esperienza comune e non patologica) coincide con una sensazione che qualcosa di genericamente negativo stia per accadere (anticipazione di una minaccia futura) e/o coincide con una condizione di allarme in risposta ad una situazione percepita come pericolosa o stressante. 

LA PAURA.

La paura (condizione fisiologica di base), a differenza dell’ansia, è una risposta emotiva legata a una minaccia, reale o percepita, più specifica e imminente.

QUANDO L’ANSIA E’ UN DISTURBO.

Si può ipotizzare una patologia ansiosa quando la reazione d’allarme insorge in assenza di uno stimolo adeguato per natura e intensità a determinarla, quando i livelli d’ansia sono troppo intensi o quando le risposte comportamentali si rivelano poco congrue e in definitiva non vantaggiose per l’’individuo.

LO SPETTRO DELL’ANSIA.

Come ci si può orientare nella complessa nosografia dei disturbi dello spettro dell’ansia? Questa parte spetta al clinico (psicologo psicoterapeuta, psichiatra), l’autodiagnosi e l’autoterapia non sono, ovviamente, consigliate. Ad ogni modo il clinico tiene conto di due fattori e, ricordando che il colloquio è lo strumento più importante per la conoscenza di una persona e l’instaurazione di una relazione che cura, si avvale di diversi strumenti e sistemi diagnostici (di solito, nel mio sito, focalizzo l’attenzione sul DSM – 5 e il PDM – 2. Il primo si basa su una concezione medica e il secondo ha una concezione psicodinamica).  I due fattori sono:

  1. L’oggetto o la situazione che attivano la reazione di paura, ansia o evitamento;
  2. Il contenuto dei pensieri e delle credenze a esso associati.

Esistono fobie e paure considerate normali in età evolutiva, transitorie e di breve durata. Per esempio è molto comune avere paura degli animali attorno ai 2-3 anni.

IL NUCLEO PSICOPATOLOGICO COMUNE A TUTTI I DISTURBI DELLO SPETTRO DELL’ANSIA.

Tale nucleo coincide con la presenza di ansia e paure eccessive sproporzionate rispetto alla situazione e/o allo stimolo, che si manifestano per un periodo della durata di almeno sei mesi o più e che innescano comportamenti di evitamento attivo, spesso in associazione a credenze errate.

ANSIA DI STATO E ANSIA DI TRATTO.

L’ansia di stato è un’ansia contestualizzata che si verifica quando vi è una situazione ritenuta stressante per l’individuo come il dover parlare in pubblico, come il dover sostenere un esame oppure lo stare per partorire.

L’ansia di tratto è un’ansia intrinseca al quadro di personalità dell’individuo ed è presente sempre, anche in circostanze non stressanti.

I DISTURBI D’ANSIA NEL DSM – 5.

La categoria dei disturbi d’ansia del DSM – 5 presenta i disturbi in base alla precocità dell’esordio, Il DSM – IV TR (precedente edizione del DSM) non seguiva questo criterio. Il DSM-5 definisce i seguenti disturbi d’ansia:

– disturbo d’ansia di separazione (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– mutismo selettivo (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– fobia specifica

– disturbo d’ansia sociale (nel DSM IV – TR era definito fobia sociale)

– disturbo di panico (nel DSM IV – TR era distinto in disturbo di panico con e senza agorofobia)

– agorofobia (nel DSM IV – TR era uno specificatore)

– disturbo d’ansia generalizzata

– disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci

– disturbo dovuto a un’altra condizione medica

– disturbo d’ansia con altra specificazione

– disturbo d’ansia senza specificazione.

Non è possibile, in questa sede, descrivere ogni disturbo come non è possibile argomentare le modifiche che ci sono state nel passaggio dal DSM IV – TR al DSM – 5 nel classificare i disturbi d’ansia. Sinteticamente, la categoria dei disturbi d’ansia del DSM IV – TR era un elenco iperinclusivo e un po’ causale di disturbi, tra i quali anche, per esempio, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da stress post – traumatico, il disturbo acuto da stress. Nel DSM – 5 molti dei disturbi che erano collocati nei disturbi d’ansia del DSM IV – TR sono stati ricollocati in nuovi capitoli: “disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”; “disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti”.

LO SPETTRO ANSIOSO NEL PDM – 2 (Manuale diagnostico psicodinamico).

Il Manuale diagnostico Psicodinamico, arrivato alla sua seconda edizione e curato da Vittorio Lingiardi e Nancy Mc Williams, è fondato su un modello psicodinamico ma è anche sostenuto dai dati della ricerca empirica. Si rivolge all’intera gamma del funzionamento di un individuo: personalità (Asse P), capacità mentali (Asse M), sintomi e loro vissuto soggettivo (Asse S).

Lo spettro ansioso viene presentato nell’Asse S del PDM – 2, che oltre a descrivere i disturbi dal punto di vista sintomatolgico, descrive l’esperienza soggettiva che i pazienti fanno dei diversi pattern sintomatici e fornisce alcune condizioni generali per il trattamento. Il PDM parte da un presupposto importante ed è il presupposto dal quale parte ogni psicologo clinico: i pattern sintomatici non sono disturbi specifici di per sé, ma espressioni esplicite dei modi in cui i pazienti affrontano le esperienze e in quanto tali vanno compresi nel contesto della personalità (Asse P) e delle capacità mentali complessive (Asse M).

Il PDM – 2 propone anche i disturbi ansiosi di personalità, per esempio considera il disturbo d’ansia generalizzato più un disturbo di un personalità che una sindrome clinica e lo colloca nell’Asse P, lo stesso fa per i disturbi di personalità fobici, controfobici e ossessivo-compulsivi.

TERAPIA PER I DISTURBI D’ANSIA.

Tutti i disturbi d’ansia trovano la miglior soluzione terapeutica nella combinazione di un trattamento farmacologico e psicologico. Tuttavia, molte volte anche con la sola psicoterapia psicodinamica si arriva a buoni risultati e ad un maggior senso di equilibrio e benessere percepito.

LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA.

La psicoterapia psicodinamica è una psicoterapia che, nei suoi diversi approcci, può essere in modo diverso secondo le esigenze del paziente e secondo le diverse personalità degli individui.

Una definizione generale di psicoterapia psicodinamica è la seguente: “una terapia che rivolge una profonda attenzione all’interazione terapeuta-paziente, con interpretazioni del transfert e della resistenza condotte con tempi accuratamente definiti e inquadrate in una elaborata valutazione del contributo del terapeuta alla relazione interpersonale” (Gabbard, 2002).

Blagys e Hilsenroth (2000) hanno identificato sette aspetti tecnici distintivi delle forme psicodinamiche di terapia. ♦ Focus su affetto ed espressione delle emozioni ♦ Esplorazione dei tentativi di evitare aspetti dell’esperienza ♦ Identificazione di temi e pattern ricorrenti ♦ Discussione delle esperienze passate ♦ Focus sulle relazioni interpersonali ♦ Focus sulla relazione terapeutica ♦ Esplorazione di desideri, sogni e fantasie.

BIBLIOGRAFIA.

Blagys, M.D. & Hilsenroth, M. (2000) Distinctive features of short-term psychodynamicinterpersonal psychotherapy: a review of the comparative psychotherapy process literature.

Gabbard G.O. (2002). Psichiatria Psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

PSICOTERAPIA IN ADOLESCENZA.

Il complesso di Edipo e le vestigia ambientali e relazionali.

Nell’articolo “il complesso di Edipo (in psicoterapia)” sono stati presentati i concetti di pulsione, transfert, oggetto, il complesso di Edipo e la loro utilità in una psicoterapia.

Ricordo che, nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

Moments of meeting.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

La teoria classica.

Secondo la teoria classica, in psicoanalisi, la persona nevrotica di sesso maschile non può tollerare la fantasia, il simbolico, di uccidere il proprio padre quando è preso dei sentimenti aggressivi e/o da ciò che lo muove per lo svincolo. La stessa cosa avviene per la femmina nei confronti della madre. In generale, la persona nevrotica non può tollerare di uccidere, in senso simbolico, i propri genitori e identificarsi con il padre nel caso del maschio , con la madre nel caso della femmina. Non può tollerare la fantasia di poter “uccidere” genitori che non hanno permesso di realizzare i desideri edipici, i desideri edipici per Freud sono i desideri inconsci. Desideri che si provano per gli oggetti primari (persone che si sono prese cura del bambino), con i quali si è avuta l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di desiderare alcune esperienze a volte non rappresentabili ma inscritte in noi, nel nostro inconscio. Queste sono le vestigia ambientali e relazionali del nostro essere.

Secondo la teoria classica il transfert è il trasferimento inconsapevole di desideri inconsci sulla figura del terapeuta. Secondo la teoria delle relazioni oggettuali, altra teoria psicoanalitica, Il transfert è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevole, nella relazione terapeutica e con/sulla figura dello psicoterapeuta.

Adolescenza e teoria psicoanalitica classica.

Durante l’adolescenza, secondo la teoria psicoanalitica classica, si vive una ricapitolazione dei processi separativi (ricapitolazione dell’Edipo), cioè si ripetono quei processi di separazione che c’erano stati nelle prime fasi della vita, tali processi sono anche chiamati processi primari postumi. Nella pubertà c’è l’incontro con un nuovo oggetto (nuove persone importanti, ma anche il “nuovo” corpo dell’adolescente e, semplificando una “nuova” mente) che può essere paragonabile all’affacciarsi al mondo esterno del neonato. Le basi narcisistiche trovano la base in questi processi primari postumi, visti dalla teoria classica come una ricapitolazione dell’Edipo, visti dalla teoria del deficit separazione-individuazione come una riedizione dei processi separativi.

La psicoterapia contemporanea con l’adolescente e l’adulto.

Oggi, l’adolescenza non è vista come una riedizione dell’Edipo e neanche come una riedizione di processi di separazione-individuazione, mentre, con gli sviluppi della psicologia clinica, della psicoanalisi e delle neuroscienze si cerca di individuare e sentire, nella relazione psicoterapeutica, il portato delle vestigia ambientali e relazionali del primo sviluppo cercando i segni della loro presenza stando “attenti” e sintonizzati su ciò che sono stati chiamati “moments of meeting” (Stern, 2005).

Una “nuova nascita”.

L’adolescenza è vista come una nuova nascita che è accostata ai momenti precoci dello sviluppo che costituiscono le basi narcisistiche. Ciò che è in ballo non è solo il tener presente la teoria del deficit separazione-individuazione, o prestare ascolto alla diagnosi segreta che ha di sé l’adolescente (che va ascoltata, percepita, a volte intuita, come prima cosa per non incorrere nel rischio di classificazione), ma sono in ballo le vestigia ambientali e relazionali (percepire i segni della loro presenza) che bisogna rintracciare per attingere a questi momenti ambientali e relazionali: per poter diventare me stesso ho bisogno di una base che è saggiata perché la base è fatta di questi “momenti” relazionali precoci.

<<Come l’interpretazione è l’evento terapeutico che riorganizza la conoscenza dichiarativa conscia del paziente, così i momenti di incontro (moments of meeting) umano e diretto, spontaneo e autentico, rappresentano l’evento che riorganizza la conoscenza relazionale implicita per il paziente e lo psicoterapeuta. Naturalmente un momento di incontro, implica una condizione di identificazione e apprendimento (Guillaumin, 1976), una disponibilità alla rivalutazione emotiva e cognitiva, una specifica sintonia affettiva. Queste condizioni descrivono ciò che si verifica nel dominio della relazione implicita e condivisa. Si crea un nuovo stato diadico specifico tra i due protagonisti della psicoterapia (relazione terapeutica). Il transfert e il controtransfert costituiscono solo la tela di fondo di svariati momenti di incontro, ciò che è in gioco è la personalità delle due persone che interagiscono, relativamente spogliate di qualsiasi investitura di ruolo (Stern, 1998) […] Il lavoro psicoterapeutico, soprattutto con l’adolescente, suggerisce con particolare evidenza il valore di questi momenti di incontro (moments of meeting). Tale forma di incontro intersoggettivo consente all’adolescente e al terapeuta di risperimentare stili e atteggiamenti emotivi disturbanti, cioè alcune categorie inconsce dell’affetto. Tale coinvolgimento rappresenta il modo più profondo e talvolta più doloroso che conosciamo di sperimentare il nostro sé in presenza dell’altro. Nel corso del tempo, lo psicoterapeuta si trova così a proporre un nuovo modello di rapporto con l’altro, Che potrà essere interiorizzato>> (Monniello, Quadrana, 2010).

Psicoterapia in adolescenza e in età adulta.

La psicoterapia con l’adolescente rende più evidente che il modello evolutivo, muovendo dalla relazione madre-bambino, va in parallelo ad una processualità psicoterapeutica analitica che non cerca di scoprire quale inconscio (inconscio rimosso), ma favorisce le produzioni attive (racconto, immagini ecc.) dell’adolescente sulle quali produrre un dialogo.

Quanto scritto è anche utile e applicabile nella clinica e nella psicoterapia con la persona adulta, ma è la psicoterapia con l’adolescente che ha permesso di rivelare tutto ciò in modo più vivido.

E’ importante valorizzare la capacità di raccontarsi e scoprire che ogni volta si racconta un po’ diversamente (e ci si racconta un po’ diversamente). Il raccontare chiama in causa l’ascoltatore e la possibilità di auto osservarsi. Il raccontarsi chiama in causa un’alleanza terapeutica, ambiente e terreno fertile della psicoterapia.

Bibliografia

Guillaumin, J. (1976). L’énergie et les structures dans l’expérience dépressive. Le role du préconscient. Rev. franç. Psychanal., 5-6, 1059-1072.

Monniello, G. Quadrana, L. (2010). Neuroscienze e mente adolescente. Roma, Magi editore.

Stern, D. (1998). Le interazioni madre-bambino nello sviluppo e nella clinica.  Milano, Raffaello Cortina Editore.

L’IMPORTANZA DEL GIOCO PER L’ESISTENZA UMANA.

Anche questa volta faccio riferimento a Donald Winnicott, come ho già fatto in altri testi presenti nel mio sito, per introdurre il gioco: <<il gioco è universale e appartiene alla sanità, il gioco porta alle relazioni di gruppo […] il gioco facilita la crescita […] mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo>> (Winnicott, 1974). L’originalità di Winnicott è stata quella di inserire il gioco in un’area definita transizionale, ossia, <<un’area d’esperienza sospesa tra la realtà e la fantasia, tra soggettivo e oggettivo>> (Winnicott, 1974).

 Di seguito viene presentato il gioco in diversi vesti e contesti privilegiando l’area transizionale che questo permette di “vivere”.

Il gioco nell’area transizionale.     

Il termine “transizionale” indica un passaggio (transizione) e una <<permeabilità del nostro mondo psichico, popolato da paure, fantasie e desideri, rispetto alla realtà esterna che invece è fatta di “cose concrete”. Con il gioco i bambini possono manifestare “fuori” quello che hanno “dentro”, condividendolo inconsapevolmente con chi gioca con loro>> (Tonioni, 2011), anche la psicoterapia psicodinamica infantile si svolge così.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che giochi con loro prima di imparare a giocare da soli, è di primaria importanza <<che in origine ci sia un adulto (di solito la madre) disposto a partecipare attivamente ai gesti spontanei o alle iniziative del bambino. Si comincia con “bu, bu, settete!”, per passare a interazioni sempre più complesse, fino al raggiungimento di un rapporto di solida fiducia con l’ambiente circostante, del quale diventa possibile accettare “buone regole”. Giocando si impara a usare oggetti in rappresentazione di altri perché investiti di significato simbolico: una forchetta diventa… un pettine, un bastoncino… una bacchetta magica! Attraverso il gioco un bambino si sente vivo perché mentre gioca è se stesso (“costruisce” e “scopre” se stesso e il “proprio ambiente); così facendo agisce in modo creativo sull’ambiente, modificandolo e lasciando un’impronta di sé>> (Tonioni, 2011).

Il gioco e il giocattolo nella psicoterapia e in generale.

<<I bambini si trovano a vivere una situazione di costante dipendenza, di urgenza di grandi bisogni, e di grandi emozioni; hanno costantemente paura che i loro bisogni rimangono insoddisfatti, paura dei loro bisogni proiettati all’esterno>> (Ferro, 1992).

I bambini temono che i propri sentimenti, paure, emozioni, istinti siano incontenibili, che esista il rischio di esserne travolti, mentre il gioco, come anche le favole, mostrano loro che, anche nelle situazioni temute come catastrofiche o irrimediabili, è possibile trovare una soluzione. Come? Se consideriamo la comparabilità gioco-simbolo, sarà solo dall’incontro di questo (gioco) con quel singolo bambino, in quel momento, e poi con quell’altro in quell’altro momento, che si avranno tanti significati, tanti sensi differenti quanto diversi sono i vari bambini e le esperienze emotive, o meglio le necessità emotive proprie del singolo bambino, aggiungerei in quell’incontro (Ferro, 1992). Con queste parole ho descritto l’aspetto di insaturità del gioco che vale sia nella stanza di psicoterapia, sia in generale. Se un gioco, o un giocattolo (come anche un’interpretazione), è già saturo di significato, magari dato dall’adulto che gioca con lui, il bambino rimane “vittima” del gioco stesso; mantenere insaturo il gioco (e l’interpretazione) evita tale rischio. Non si tratta di qualcosa da scoprire attraverso il gioco, o di qualcosa da scoprire qualcosa per mezzo dell’interpretazione (nel caso della psicoterapia con l’adulto), ma di qualcosa che deve essere costruito nella relazione attraverso una sintonizzazione che consente un’espansione della mente e della pensabilità.

Gioco, presenza mentale e narrazione.

<<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Il giocattolo si pone come un pre-testo di una narrazione che si svilupperà nel gioco condiviso, gioco che può essere inteso come “esperimento semiotico e conoscitivo” (Betolini et al., 1978).

L’introiezione di una mamma da parte del bambino (introiezione, semplificando, significa portare nella mente una rappresentazione, con l’affetto corrispondente, della madre) <<che sappia raccontare favole, o partecipar al gioco del bambino, consente sempre più che egli possa sia “giocare da solo”, narrandosi quanto gli accade dentro, prendendone le distanze, trovando soluzioni, sia fare lo stesso con altri bambini; inoltre il tutto sarà creativo se continuerà ad essere disponibile un’”agenzia di accoglimento di quelle ansie e angosce” che potranno esserci in certi momenti del gioco […]>> (Ferro, 1992).

Il gioco negli adulti.

Anche noi adulti giochiamo, se ce lo permettiamo e permettercelo in alcuni casi non è così scontato. Noi adulti giochiamo, nell’ambito del nostro vivere quotidiano, quando per esempio sentiamo che la pausa per il caffè, o altri momenti di svago, fantasticherie o distrazioni, sono funzionali allo svolgimento del nostro lavoro. <<Se la risata o lo scherzo con un collega sono avvertiti come bisogni che non riusciamo a procrastinare, allora stiamo giocando […]. Giocare offre una soddisfazione intrinseca all’attività stessa, la sensazione di agire e di esserci nel mondo, la percezione di sé e delle proprie capacità e abilità, è un canale preferenziale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro. Il gioco non è solo un atto in sé ma una sequenza comportamentale che permette, primariamente al bambino (ma anche all’adulto), di fare esperienza e così di costruire il suo parere e la sua sicurezza>> (Tonioni, 2011).

Il gioco nella sessualità.

Anche la sessualità può essere intesa come gioco, nel senso che coinvolge la mente (fantasie, desideri), l’intesa mentale, la corporeità dei partner e la relazione tra i due. In questa accezione anche la sessualità è un canale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro, quindi è anche un canale comunicativo e un’area transizionale dove si ritrovano molte vicende importanti della coppia: sentimenti, intesa, intimità, gestione dell’aggressività, negoziazione, attrazione, condivisione etc.

Un’area transizionale dei due partner in cui spazio e tempo assumono significati che vanno oltre la semplice concretezza e dove i due oscillano tra individualità e dualità. L’alternanza tra l’appagamento per il proprio piacere personale e quello provocato nell’altro è fondamentale per una buona intesa di coppia.

Ogni coppia può trovare il proprio spazio e il proprio tempo e liberare la propria creatività, personale e condivisa, e costruire un proprio modo di fare l’amore inserendo gli elementi che vuole (piacevoli, originali, nuovi), alternando tenerezza, passione consuetudini, sex toys e così via pur sempre nel pieno rispetto di desideri reciproci e della complessità dell’essere.

Il gioco on line.

Due parole le voglio dedicare anche al gioco on line giusto per dire che molti degli aspetti del gioco a cui ho accennato sono importanti anche nel gioco on line, <<tuttavia in quest’ultimo spesso vengono a mancare gli aspetti di espressione e condivisione dei contenuti emotivi, la creatività intesa come creazione di scenari o nuovi giochi usando solo la fantasia, l’opportunità di fare esperienze reali e mettere alla prova le proprie risorse, abilità e idee>> (Tonioni, 2011)

Conclusione.

Sintetizzando, il gioco permette di esistere creativamente sviluppando capacità e abilità soprattutto in relazione con l’altro. In questo senso il gioco è importante per l’esistenza umana in un’area sospesa tra soggettivo e oggettivo, tra fantasia e realtà. Questo tipo di esistenza permette lo sviluppo della mente, della pensabilità di ciò che ci accade e delle relazioni. In condizioni di crescita e sofferenza <<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Termino questo testo inserendo il video con un bambino che sogna il gioco, sogna di giocare con un qualcuno importante, nonostante viva una situazione oggettiva che potrebbe uccidere la fantasia, il sogno, la creatività, la mente e la vita ma sono proprio la mente e la fantasia che gli permettono di sopravvivere e “sognare” insieme alla presenza di qualcuno che è lì per lui e con lui.

Video

I VIDEOGIOCHI E IL CORPO IN ADOLESCENZA.

Nel corso dell’adolescenza i ragazzi cercano di costruire una rappresentazione mentale del corpo e dei suoi cambiamenti, infatti, l’adolescenza è una fase del ciclo di vita caratterizzato da molti cambiamenti fisici e psicologici. Nel web si possono trovare molti articoli, testi che affrontano queste metamorfosi secondo un approccio psicodinamico che pone accento sul corpo e i suoi cambiamenti come motore di un delicato percorso di costruzione dell’identità. Questo articolo affronta la mentalizzazione del corpo in adolescenza anche attraverso l’uso dei videogiochi.

Mentalizzazione del copro in adolescenza.

All’interno del percorso di costruzione dell’identità l’adolescente cerca di giungere ad una rappresentazione mentale del corpo pubere e ad un’accettazione delle implicazioni psicologiche che esso comporta. Questo compito prende il nome di processo di mentalizzazione del corpo ed è un compito evolutivo centrale in adolescenza.

Matteo Lancini (psicologo, psicoterapeuta, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca), in un’intervista pubblicata nel sito “Wired” il 22 Maggio 2019, intervistato da Emilio Cozzi, fa notare che <<oggi, contrariamente agli adolescenti del passato per cui le problematiche riguardavano perlopiù l’accettazione di un nuovo corpo sessuale, il corpo è diventato estetico. Non è un caso che Fortnite fatturi milioni di dollari ogni mese vendendo skin, cioè orpelli con cui abbellire i propri personaggi senza modificarne le prestazioni in game. Oggi, più di altro, sembra contare la rappresentazione di un corpo bellonel senso di visibile e ammirato, il che riporta a una tematica anche più estesa che riguarda ognuno di noi: la rappresentazione del nostro sé, la percezione dei limiti e di una supposta onnipotenza, un nodo etico complesso.>>.

Il corpo “nel” videogioco.

Lancini invita a riflettere:

<<Oggi viviamo un’epoca in cui il corpo può essere superato, potenziato, nelle sue disparate versioni digitali può essere facilmente portato oltre i suoi limiti naturali – si pensi agli avatar online, o a quelli in un videogioco. È quindi fondamentale interrogarsi sul suo nuovo “ruolo”: la modernità l’ha tolto di mezzo, oppure, come tendiamo a credere, il corpo ricompare sotto altre forme generando una sorta di mondo di ipercorpi, in cui i corrispettivi reali sono in casa ma la loro simbolizzazione vaga dappertutto? Studiare questa relazione intrapsichica e relazionale inedita è centrale.>>

E’ importante il come, non il cosa.

I ragazzi, sembrano sapere quanto reale e virtuale si compenetrano e, anche riguardo il corpo, sanno che le interazioni dirette e contatto fisico sono esperienze qualitativamente diverse da quelle che avvengono on line. Non bisogna vedere il videogioco come qualcosa che separa il ragazzo dalla realtà, certo che un utilizzo eccessivo di videogiochi (o di attività on line) genera delle domande e delle preoccupazioni, ma bisogna provare a dargli un senso cercando un dialogo con questi ragazzi essendo autenticamente interessati al mondo di internet, al mondo dei videogiochi e a come lo vivono. <<Chiedersi se i videogiochi facciano male è impostare la questione in maniera parziale; occorre domandarsi quale significato hanno i comportamenti. Per qualcuno videogiocare, e anche molto, può essere sperimentazione di sé, può appartenere a un processo di crescita, di sviluppo o addirittura essere la prefigurazione di una carriera. Per altri può indicare un disagio. Conta sempre il come, non il cosa>>.

IL COMPLESSO DI EDIPO (in psicoterapia).

Prima di parlare del complesso di Edipo e della sua utilità nella clinica, in quanto può essere considerato un organizzatore della vita psichica, è utile chiarire alcuni termini psicoanalitici che saranno presenti in questo articolo.

Oggetto, pulsione e transfert.

In psicoanalisi il termine “oggetto” si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione, ad esempio, come oggetto d’amore. “Oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune. La pulsione, uno dei concetti fondamentali della teoria psicoanalitica freudiana (teoria energetico-pulsionale), è una spinta psichica che nasce dal corpo a ricercare un dato oggetto per pervenire alla meta, ossia, ridurre la tensione che così si è generata (Civitarese, Ferro, 2018). Il transfert, secondo la teoria energetico-pulsionale, è il trasferimento di desideri inconsci sulla figura del terapeuta; il transfert secondo la teoria delle relazioni oggettuali (altra teoria psicoanalitica) è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevoli, sulla figura del terapeuta.

Inconscio.

Per Freud i desideri inconsci sono i desideri edipici, desideri che si provano per gli oggetti primari, con i quali si ha avuto l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di “desiderare” alcune esperienze, a volte non rappresentabili ma inscritte in noi nel nostro inconscio. Alla luce di ciò, la pulsione, in sostanza, è un processo somatico da cui origina un’eccitazione psichica, sotto forma di affetti e rappresentazioni, che porta a mettere in atto comportamenti volti a soddisfarla (Ferro, Civitarese, 2018).

Il complesso di Edipo.

Con complesso di Edipo si intende <<il processo tramite il quale il bambino di quattro o cinque anni rivolge le sue emozioni affettuose al genitore del sesso opposto, mentre rivaleggia con il genitore del suo stesso sesso. La soluzione del complesso si ha, nel caso del bambino maschio, con la rinuncia del possesso della madre, in favore di un futuro amore con un’altra persona (oggetto d’amore), e con l’identificazione con il padre. Viceversa per la bambina femmina. Nella teoria psicoanalitica il triangolo edipico rappresenta un caposaldo per lo sviluppo del pensiero simbolico, ossia, per lo sviluppo della capacità di rappresentare qualcosa con un’altra. Tale triangolo è costituito da un terzo elemento (il padre) che separa gli altri due vertici: il soggetto (il bambino) e l’oggetto dei suoi affetti (la madre). Questo processo offre la base dei processi di simbolizzazione – che dureranno per tutta la vita – fondati sull’assenza di gratificazione immediata. Per esempio, ogni bambino impara che deve lasciare la casa (l’oggetto amato) per andare a scuola (il limite, il terzo) accontentandosi del piacere di imparare, o della compagnia dei compagni (sostituzioni dell’oggetto amato a cui si deve rinunciare)>> (Ferro, Nicoli, 2017).

Clinica e psicoterapia.

Nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

Bibliografia

Ferro, A., Nicoli, L. (a cura di). (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Terni: Raffaello Cortina.

Civitarese, G., Ferro, A. (2018). Un invito alla Psicoanalisi. Roma: Carocci editore.

Stern, D. (2005). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.

DALLA SCOPERTA DEL CORPO IN ADOLESCENZA VERSO LA STRUTTURAZIONE DELL’IDENTITA’.

gli adolescenti e la trasformazione delle famiglie e dei modelli educativi

La sessualità costituisce un elemento determinante per lo sviluppo della personalità, è un mezzo di espressione e di comunicazione, nucleo centrale dell’identità della persona: riguarda il modo di porsi in relazione agli altri. La sessualità non è qualcosa che viene coinvolta solo quando si desidera soddisfare il bisogno sessuale, ma l’essere femmina o l’essere maschio si riflette su tutto quello che facciamo.

Avvicinarsi al corpo scoprendo progressivamente le sensazioni che può dare, significa soprattutto riconoscersi nelle proprie emozioni e nei propri desideri.

Identità di genere.

L’adolescenza è il periodo in cui ci si interroga sui propri cambiamenti, si ha l’impressione di vedere il mondo con occhi nuovi. Chiedersi “chi sono” significa anche porsi delle domande sul proprio essere maschio o femmina, ossia sulla propria identità di genere.

La componente biologica.

Nel periodo puberale la componente biologica dell’identità ritorna in primo piano. Sotto la spinta ormonale il corpo si trasforma e assume in breve tempo i caratteri definitivi del maschio e della femmina adulti (caratteri sessuali secondari).

Durante la pubertà e l’adolescenza il maschio incontra l’assenza di un segnale certo sulla sua identità, mentre la femmina incontra un segnale biologico forte e chiaro: la comparsa delle mestruazioni e i cicli mestruali che seguiranno confermeranno mensilmente il passaggio biologico dall’essere bambina all’universo femminile. La comparsa dei caratteri sessuali secondari, in particolare lo sviluppo del seno, confermeranno la sua femminilità anche attraverso gli sguardi maschili.

Il ragazzo, al contrario della ragazza, si trova spesso alle prese con l’acne o un’improvvisa crescita corporea. Il suo segnale biologico, le eiaculazioni nel sonno, spesso restano un fatto segreto, spesso un fatto improvviso difficilmente condivisibile con la famiglia e i coetanei. La sua attenzione si sposta sulle dimensioni del pene e il confronto con gli amici serve a volte a rassicurare ma più frequentemente a creare ansie e timori di inadeguatezza.

La masturbazione.

In questo periodo di incertezza maschile la masturbazione entra in gioco e svolge una duplice importante funzione: dare sfogo a una spinta ormonale (incisiva sul corpo e sul cervello) e consentire una prima, se pur parziale, conferma all’essere maschio. Attraverso le fantasie erotiche il ragazzo si eccita, ottiene l’erezione, stimola il pene fino a raggiungere l’eiaculazione e l’orgasmo. L’autoerotismo rappresenta un’indispensabile fase preparatoria della sessualità agita e un momento di conferma dell’identità sessuale.

Per la femmina la masturbazione ha una minore importanza ai fini della conferma della propria identità ma la sua mancanza, se pur non compromette il consolidarsi dell’identità sessuale e la futura vita sessuale, può rendere più difficile la percezione del piacere e l’erotizzazione del corpo.

La masturbazione è sovente presentata come qualcosa di immaturo. In realtà, essa rappresenta una normale componente del comportamento sessuale della persona utile a conoscere il proprio corpo, e le donne – al pari degli uomini – possono trarne piacere.

Nella pubertà, il fenomeno autoerotico, presente fin dall’infanzia, si intensifica, a causa delle nuove emozioni sessuali avvertite, ed assume un significato diverso rispetto all’autoerotismo infantile, dove l’investimento libidico è rivolto a se stessi. Da questo periodo in poi invece viene indirizzato anche verso l’altro. Infatti le fantasie erotiche che accompagnano la masturbazione sono in relazione ad un’altra persona, reale o immaginaria, e rappresentano un percorso di progressivo avvicinamento alla relazione sessuale.

La masturbazione è dunque un’esperienza con cui si prende confidenza con il proprio corpo e con il proprio immaginario erotico. La masturbazione non è soltanto una caratteristica del periodo adolescenziale. Essa viene praticata da uomini e donne nelle diverse età della vita, non solo quando i rapporti sessuali sono impossibilitati, ma anche in coppia durante il rapporto sessuale o da soli.

Le prime esperienze.

Per l’adolescente maschio agire la sessualità rappresenta la più importante occasione per confermare quell’identità che la femmina ha già visto confermata dal segnale biologico delle mestruazioni. Anche per questo motivo le ragazze, spesso, le ragazze ricercano le prime esperienze all’interno di una relazione affettiva, anche se oggi il loro comportamento sessuale si avvicina sempre di più a quello maschile: anch’esse delegano a una sessualità precoce e “trasgressiva” il passaggio all’età adulta. Per il ragazzo, molto spesso, la possibilità di agire un rapporto sessuale e soddisfacente continuerà a rappresentare nel corso degli anni successivi un’importante conferma della sua identità. La ripetitività dei rapporti acquista un significato analogo a quello della ciclicità mestruale femminile: un segnale certo di appartenenza al genere. Si può comprendere allora come la comparsa di una disfunzione della sessualità venga vissuta drammaticamente come perdita non solo del piacere legato all’intimità e all’orgasmo ma della propria integrità di persona.

I pilastri dell’identità sessuale in adolescenza, non solo sessualità.

Durante il periodo dell’adolescenza si definiscono i pilastri sui quali poggia l’identità sessuale: la seduttività e l’agire la sessualità.

La seduttività per entrambi i sessi non è più quella infantile tesa a ottenere l’affetto e la protezione dell’adulto ma si trasforma in un richiamo per i coetanei. Quando i segnali inviati dal corpo hanno successo e ottengono risposta hanno un effetto positivo sulla percezione di sé. Piacere all’altro ed essere accettato e scelto rappresenta la conferma reale del proprio potere seduttivo che consolida l’identità sessuale. La bellezza facilita questo risultato mentre i difetti fisici, reali o presunti (dismorfofobie), possono minare il pilastro della seduttività. La seduttività consente di entrare in una relazione nuova con l’altro sesso (o con una persona dello stesso sesso se si è omosessuali), diversa da quelle amicali precedenti con i compagni di scuola e con gli amici: si creano di conseguenza le premesse che permettono ai giovani di agire le prime esperienze sessuali.

Da questo momento in poi, agire la sessualità diventa un secondo pilastro dell’identità. Per questo motivo la comparsa di una disfunzione sessuale maschile, in qualunque periodo della vita, rappresenta una “ferita” della propria mascolinità.

Maschi in difficoltà’.

Un altro importante pilastro psicologico e sociale dell’identità sessuale che si sviluppa a partire dai primi anni di scuola è l’investimento sulle proprie capacità. Il successo scolastico e, per i maschi sportivo, rinforza quel sentimento di autostima che consente di rapportarsi con gli altri, coetanei e adulti, in modo progressivamente più sicuro. Leggendo il libro di Zimbardo “maschi in difficoltà” o leggendo le ultime statistiche dell’indagine istruzione Ocse, i maschi stanno peggiorando nel loro impegno e successo scolastico rispetto le femmine, tanto che gran parte del loro tempo è trascorso ai videogiochi on line, nella visione di siti porno. Secondo gli studi e le indagini di Zimbardo l’immediata disponibilità della pornografia hardcore e della realtà dei giochi eccitanti forniscono alternative digitali considerate meno esigenti e per molti, più attraenti del sesso, dello sport e dell’interazione sociale nel mondo reale. L’immersione in questi ambiti alternativi sta creando il caos nello sviluppo cognitivo dei giovani, nella loro capacità di concentrazione e nel loro sviluppo sociale. I ragazzi adolescenti sembrano essere più “danneggiati” da questi comportamenti tanto da interagire e relazionarsi con altri virtuali più che con persone, andando così a perdere tutta la componente emotiva e relazionale che solo la relazione tra persone, relazione che contribuisce a far sviluppare un identità più sicura.

I pilastri dell’identità sessuale dopo l’adolescenza.

 Nelle età successiva saranno l’inserimento e l’affermazione nel mondo del lavoro a rinforzarla, ma anche questi altri pilastri stanno venendo meno al genere maschile.

Un positivo sentimento di appartenenza al proprio sesso non è mai definitivamente acquisito, anche quando il percorso di crescita si è svolto correttamente nelle sue prime tappe. Nell’arco della vita si renderanno necessarie nuove conferme. Per la femmina, nell’età adulta, la maternità porterà alla convalida, biologica e psicologica, della propria identità. In passato la maternità rappresentava il pilastro più importante dell’essere donna e ancora oggi mantiene la sua importanza. La paternità invece, se una volta era considerata come affermazione della propria virilità, oggi ha perso gran parte di questo significato, trasformandosi in quella capacità di “prendersi cura di” ritenuta fino a pochi decenni esclusiva del femminile.

In conclusione, nel mondo occidentale, seduttività, sessualità agita, maternità e paternità, insieme al ruolo sociale e lavorativo, sono diventate componenti fondamentali per raggiungere e mantenere un’identità stabile sia per gli uomini che per le donne.

CREDERE NEI PROPRI SOGNI E SOGNARLI.

Ho postato su facebook (pagina dedicata alla divulgazione di tematiche legate alla psicologia) e su instagram (instapsicogram: profilo dedicato ad immagini legate a tematiche psicologiche) l’immagine esposta qui sopra. Sia la pagina facebook, sia la pagina di instagram, sono state aperte da poco tempo e ci sono poche persone che le seguono, ma tra queste ho visto che ad alcune è piaciuta l’immagine con ciò che ho scritto (sia nell’immagine, sia nel commento del post). L’immagine mi sembra carina, ma penso che anche ciò che ho scritto abbia evocato, o “toccato”, qualcosa in chi l’ha visualizzata e letta. Ho pensato, e mi piace pensare, che possa essere stato ciò che ho scritto: <<non smettere mai di cercare la tua isola che non c’è>>. Sono arrivato a scrivere tale frase in quell’immagine perché, mentre seguivo in tv una trasmissione dedicata ad Edoardo Bennato, una persona intervistata ha detto che la canzone “L’isola che non c’è” aveva rappresentato, per quei giovani che stavano vivendo privazioni materiali, di opportunità e sogni, un posto magico dove i sogni potevano non morire e diventare veri. La persona intervistata mi ha emozionato anche perché è un giornalista che stimo molto per professionalità ed umanità, come anche mi piace la canzone e l’arte di Bennato. A parte ciò, ho pensato che anche ora abbiamo bisogno di credere in “L’isola che non c’è”, di credere nei propri sogni, e come commento all’immagine postata nei social ho scritto: <<Vi auguro di non smettere mai di cercarla e intanto di sognarla, ad occhi aperti e ad occhi chiusi, con la mente, di trovarla in voi stessi e/o nello sguardo di qualcuno che vi guarda, ovunque dove voi vogliate e non vi aspettate. Come fare? Iniziate da qui: “seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da te…” (Edoardo Bennato).

Tutto ciò mi ha ispirato l’articolo che segue.

Credere nei propri sogni e sognarli.

Credere nei propri sogni è una capacità molto complessa, richiede la determinazione e la costanza di saperli proteggere e nutrire perché per realizzarli dobbiamo trovare le “vie” per poterli esprimere. Il nostro “sogno” è come se fosse il nostro bambino da amare, proteggere, fornirgli cure sintonizzandoci con lui, ma al tempo stesso lasciargli una progressiva possibilità di esplorare e conoscere l’ambiente e le persone, facendogli sentire che può avere la sua base sicura dove tornare, cioè noi.

A volte i sogni sembrano meno chiari, più nebulosi, quando sono così ci sentiamo un po’ sconfortati e ci dispiace perché fino a ieri erano vividi. Possono essere tante le varianti di sentimenti ed emozioni che influiscono sui nostri sogni da realizzare, e questi sogni, a volte, possono prendere strade inaspettate.

Quando il nostro sogno si nasconde in un sintomo.

A volte il nostro sogno può nascondersi in un sintomo e guardando il sintomo mai ci potrebbe venire in mente che lì ci sia un sogno. Se nel sintomo c’è un sogno, volendo eliminare il sintomo perderemo la possibilità di accedere al sogno che nasconde, quindi non troveremo la nostra “isola che non c’è”. Ovviamente, non è un invito a tenersi i propri sintomi, ma è un invito ad imparare a “leggerli” e a farne buon uso per fare sparire il sintomo e scoprire il sogno. “L’isola che non c’è”, nome che ho dato all’immagine inserita nell’articolo, è già dentro di noi, anche quando la dovessimo trovare nello sguardo di un’altra persona che ci guarda negli occhi.

La nostra “isola che non c’è”: l’inconscio generativo.

 Nel momento in cui una persona osserva l’immagine che ho inserito nell’articolo può pensare alla propria “isola che non c’è” e mentre lo fa, produce, volontariamente e involontariamente, altre immagini e pensieri. Questo perché i pensieri e le immagini che possono venire alla mente possono essere molteplici, ma solo alcuni di essi potranno essere catturati in un breve lasso di tempo. Se ad esempio, ci trovassimo a parlare, in una seduta di psicoterapia, dei pensieri (che a loro volta comprendono altre immagini) e delle emozioni che ci ha sollecitato l’immagine in questione, ci accorgeremo che il parlare di ciò produrrebbe altri pensieri ed immagini e ci stupiremo di non averli pensati, “visualizzati”, nel momento in cui abbiamo visto l’immagine la prima volta. Mentre siamo impegnati, con il terapeuta, a fare questo tipo di lavoro, “semplicemente” parlando con lui, è come se stessimo rendendo inconscio ciò che era conscio. A questo punto, qualche lettore, potrebbe sentirsi spiazzato da quanto sto scrivendo, in effetti è un cambiamento di paradigma: non si tratta di rendere conscio ciò che è inconscio ma rendere inconscio ciò che è conscio (la psicoterapia permette entrambe i due tipi di processi, uno non esclude l’altro e ciò nutre la mente). Le prime sensazioni, le prime immagini e i primi pensieri fatti, osservando l’immagine la prima volta, sono stati tanti e pur non visualizzandoli tutti erano consci ma, magari non hanno avuto la possibilità di essere simbolizzati.

Semplificando, posso dire che simbolizziamo quando permettiamo alla nostra psiche di produrre immagini, pensieri e senso su un qualcosa che fa parte della nostra esperienza, della nostra vita psichica, psico-corporea e relazionale. E’ possibile simbolizzare anche attraverso il parlare con uno psicoterapeuta, che è in grado di favorire tale processo, in un lavoro che sia costante e continuativo nel tempo. Quando questa capacità della psiche si indebolisce l’individuo si attacca e si fissa a cose esterne e materiali (oggetti, aspirazioni concrete che sono diverse dai sogni a cui mi sono riferito sino ad ora), a “cose” che possono essere più interne (pensieri fissi, ruminazioni, sentire una gamma ristretta di emozioni spesso uguali e della stessa tonalità), a persone che magari possono non condividere e corrispondere un sentimento. L’indebolimento, o l’assenza di tale funzione e capacità della psiche può contribuire, insieme ad altri fattori, anche a sviluppare forme di dipendenza o altri comportamenti disfunzionali.

 Perdere la capacità di simbolizzare la nostra vita, di sognarla, significa non avere la possibilità di fare un lavoro inconscio con la nostra esperienza. Arrivare a fare degli incubi, anche ripetitivi, è un indicatore chiaro dell’indebolimento della capacità di “sognare i nostri sogni”, sino ad arrivare a credere che “L’isola che non c’è”, non c’è e basta. Nessun sogno da realizzare, nessun “sogno da sognare” tanto da non provare un sentimento pieno di vita.

Sto scrivendo in un modo che possa sollecitare un pensiero che produca immagini e non solo concetti che producano contenuti lineari, coerenti e causali.

Sogna e sogni come “Mine Vaganti” che non fanno male.

Mentre scrivo mi è venuto in mente anche un esempio di come a volte “L’isola che non c’è”, c’è e non c’è allo stesso tempo, e a volte può essere una anche se non sempre la stessa, mentre si avvia un processo di produzioni di immagini e pensieri accompagnati da produzione di senso e significato continui. Mi è venuto in mente il personaggio protagonista del film “Mine Vaganti”. Il protagonista è un ragazzo, Tommaso, vive a Roma ma è di Lecce, a Roma si è costruito una sua indipendenza e ha una relazione di amore con il suo compagno. Arriva il momento di tornare a Lecce, dalla sua famiglia, Tommaso vorrebbe tornarci solo per un breve periodo di tempo, perché, sintetizzando, Tommaso crede che la sua “isola che non c’è” sia a Roma e sia fatta della vita con il suo compagno, dell’amore che prova per lui, dei suoi studi, del suo lavoro e dei suoi amici. C’è un problema, anzi più di uno: il padre vorrebbe che Tommaso rimanesse a Lecce per occuparsi dell’impresa di famiglia (un pastificio) insieme al fratello di Tommaso, Antonio; Tommaso non ha detto di essere omosessuale alla sua famiglia e sa’ che questa, soprattutto il padre, non comprenderà e non accetterà il suo essere omosessuale ma, nonostante ciò, Tommaso è intenzionato a farglielo sapere chiarendo che vuole continuare a vivere a Roma e non si vuole occupare del pastificio; quando Tommaso torna a Lecce, il fratello Antonio, durante una cena con la famiglia e con persone invitate da quest’ultima, fa sapere a tutti di essere omosessuale, creando il silenzio in sala, fino a quando il padre caccia da casa il figlio Antonio. Ci sono anche altre situazioni e personaggi che per ragioni di sintesi non posso elencare, voglio solo aggiungere la nonna di Tommaso che, spesso, ripensa al suo amore non vissuto e “abortito”, amore al quale ha rinunciato e che ha portato via con sé la possibilità di “sognare” la propria vita.

Questa è la situazione che incontra Tommaso quando torna a Lecce, per forza di cose è costretto a rimandare il suo proposito di affermare la sua identità e i suoi desideri in famiglia. Il suo pensiero costante è trovare il momento giusto per farlo, perché crede di sapere qual è la sua “isola che non c’è”: affermarsi, costi quel che costi, tornare a Roma, dove può scrivere il suo romanzo e dove il suo amore lo aspetta.

Ci sono diverse scene e tappe nel film che mostrano come Tommaso stia trasformando il suo pensiero simbolizzando ciò che gli accade. Alla famiglia non farà sapere di essere omosessuale. Comunicherà il desiderio di scrivere, anche nel caso in cui nessun editore gli pubblichi un romanzo.

Quando Tommaso dice alla sua famiglia che vorrebbe parlare con loro, c’è un attimo di gelo, probabilmente si aspettano e temono una comunicazione simile a quella del fratello, e invece Tommaso dice loro che ha provato a lavorare nell’impresa di famiglia, nel pastificio, ma non prova nulla. Ha provato a seguire i loro consigli, ma non si sente vivo vivendo quella vita. Chiede loro se sanno cosa lui fa la notte, quando loro dormono, silenzio, e poi dice loro che lui scrive. Tommaso dice: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro, sapete cosa faccio? Scrivo! Scrivo le cose che vedo, quelle che penso, quelle che voglio dire. Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>. Così Tommaso ha simbolizzato la propria esperienza e ha trovato “L’isola che non c’è” di quel particolare momento della sua vita. Tornando ai “sogni non sognati” (espressione coniata da Thomas Ogden, psicoanalista), possiamo dire che attraverso la sua scrittura Tommaso sogna i propri sogni e colora di senso, ed emozioni, la propria vita. Ricorrendo ad un artificio, commento e sostituisco, nel discorso di Tommaso, la parola “scrivo” con la parola “sogno” e così sarà più chiaro ciò che ho cercato di trasmettere con questo articolo: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro (dentro casa diventa dentro di me), sapete cosa faccio? Sogno! Sogno le cose che vedo (immagini), quelle che penso (pensieri da trasformare), quelle che voglio dire (e sentire che sono vere per me, autentiche). Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>.

Segue il video della scena del film: Mine vaganti

“L’isola che non c’è” in psicoterapia.

La psicoterapia permette di vivere ciò che Tommaso è riuscito a vivere grazie alla scrittura. Tornando a “L’isola che non c’è” possiamo dire, a questo punto, che è più uno stato dell’essere, che Tommaso vive attraverso la scrittura, che una meta a cui arrivare. “L’isola che non c’è” non è tanto lo scrivere, quanto ciò che lo scrivere gli permette di sentire e provare. Tutto ciò che riesce a sentire era già dentro di sé (è sempre stato con lui), ma non riusciva a “visualizzarlo” perché non lo riusciva a scrivere, scrivere che per lui è come “sognare” (trasformare la propria esperienza per provare un sentimento di vita pieno).

La psicoterapia non introduce nulla che già non sia presente e che c’è anche quando non si “vede”, anche  se non sempre lo si “sogna”.

I NOSTRI FIGLI.

Il rapporto genitori figli e il dramma del bambino dotato.

La frase di Nino Manfredi “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”, riportata nell’immagine, mi ha fatto pensare ai bambini descritti dalla psicoanalista Alice Miller. La psicoanalista, che non condivideva alcune posizioni della psicoanalisi tradizionale, nel 1979 scrisse un libro dal titolo “Il dramma del bambino dotato”.

Il dramma del bambino dotato.

Il dramma del bambino dotato ha origine dalla capacità del bambino di percepire i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi, facendo tacere le sue emozioni più spontanee (paura, rabbia, invidia, gelosia) e anche i suoi bisogni, che risultano difficili da accogliere dagli adulti che si prendono cura di lui. Questi ultimi sono adulti insicuri emotivamente che presentano al bambino un’immagine di rigidità e durezza autoritaria necessaria per il proprio equilibrio narcisistico. Il bambino di cui parla Miller, è capace di percepire emotivamente e inconsciamente il bisogno del genitore, di rispondervi adattandovisi, garantendosi così un genitore che non è stato messo in difficoltà dalle emozioni del bambino e che può quindi fornirgli la protezione di cui il bambino ha bisogno.

Così, quando ci troviamo di fronte a genitori che reagiscono alle difficoltà del figlio come se fosse la propria, non in termini di empatia, ma in termini di sentire la propria immagine come “danneggiata” dalla difficoltà del figlio, considerato, inconsciamente, un’estensione del proprio sé, allora possiamo ricordarci della frase del caro Nino Manfredi e del lavoro di Alice Miller.

Emozioni e psiche.

Ricordandoci di loro possiamo ricordarci che la psiche e le emozioni non sono oggetti concreti e statici, ma sono ciò che siamo mentre viviamo e quanto più le mettiamo in secondo piano, o non le consideriamo, tanto più la vita non è piena. Il “bambino dotato”, da adulto potrebbe anche raggiungere gli obiettivi più alti che si era proposto in quanto ha sempre cercato di essere l’orgoglio dei genitori, riuscendoci, ma potrebbe essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso. Gli adulti che hanno vissuto il clima psichico dell’infanzia raccontato da Alice Miller (carenze di considerazione e dei sentimenti, carenze che li porteranno a cercare qualcuno che li ammiri e apprezzi in quanto non si sono autenticamente sentiti apprezzati nell’infanzia), sono persone che non riescono a sentire i propri reali bisogni e che sono riuscite a costruirsi, invece, l’illusione di una buona infanzia in quanto sono cresciute allontanando dalla mente la componente emotiva (e non il ricordo) di quei momenti intensi di quando non si sono sentite accettate, nel loro essere più autentico, dalle persone dalle quali dipendevano.

Non sentirsi accettati.

Non sentirsi accettati (inconsciamente) e compresi durante l’infanzia è un qualcosa che struttura la personalità di un adulto. Non sentirsi, da bambini, “liberi” di poter esprimere rabbia, gelosia, invidia o semplicemente anche un proprio modo di essere “diverso”, in quanto queste emozioni e modi di essere potrebbero non aderire all’immagine e all’aspettativa che i genitori hanno del bambino, è un qualcosa che questi bambini porteranno con se tanto da strutturare una personalità intorno a questo nucleo di emotività e psiche “falsata”. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha insegnato che il bambino può sviluppare un “falso Sé” quando si adatta ai bisogni di chi si prende cura di lui tanto da fondersi con questi bisogni, ciò significa che non solo soddisfa tali bisogni ma ci si identifica. Il bambino, senza saperlo, offre una conferma ai propri genitori che li fa sentire adeguati e amati, in quanto questi trovano in lui un sostituto delle loro strutture mancanti, ma in questo caso è il bambino che non potrà crearsi delle strutture proprie e dipenderà inconsciamente, da adulto, dai suoi genitori come da bambino ne era dipendente consciamente. Essere dipendente inconsciamente, una volta adulto, dai propri genitori ha a che fare con ciò che ho scritto sopra: essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso.

Iniziare una psicoterapia.

Alcune persone iniziano un percorso psicoterapeutico perché si sentono abbattute, accanto alle difficoltà oggettive della realtà e pur avendo raggiunto degli obiettivi nonostante queste difficoltà, si sentono abbattute, demoralizzate, non pienamente soddisfatte o non completamente amate, tanto da non sentirsi in grado di amare pienamente a loro volta. Il percorso psicoterapeutico può richiedere tempo, essere intenso, prima di arrivare al nucleo emotivo del non essersi sentito riconosciuto nel proprio vero essere, in divenire, ed essere stato confuso, inconsciamente, con qualcun altro: essere stato vissuto come un prolungamento del genitore e di quello che quest’ultimo non è riuscito ad essere; essere stato vissuto come colui che doveva lenire i dolori del genitore e le sue insicurezze, o come colui che “sostituiva” l’altro figlio morto, o che compensava l’affetto del genitore (nonno/a) venuto a mancare. Ripeto, ciò avviene su base inconscia, perché accanto a quanto ho appena scritto ci possono essere stati dei genitori, che malgrado le loro insicurezze e utilizzando le proprie risorse, si sono presi cura dei propri figli con tutto l’amore di cui potevano disporre.

Più si accetta la propria diversità, conoscendo se stessi, più si accoglie la diversità dell’altro senza esser spaventati da quello che potrà accadere se non si pone da subito rimedio a questa diversità. Non entrare in questa ansietà permette relazioni più profonde e anche di amare e sentirsi amati, senza sentire il “pericolo” di venir meno a se stessi, che poi, quel “se stessi”, corrisponde solo all’immagine ideale che non è ciò che veramente siamo e che veramente vogliamo essere.

Concludo questo articolo come l’ho iniziato, con le parole di Nino Manfredi che arrivano prima e toccano di più in termini di emozioni: “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”.