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Dalla consulenza psicologica al lavoro psicoterapeutico.

Comprendere lo stato psichico ed emotivo di una persona in una relazione di aiuto è, ovviamente, estremamente importante, si potrebbe dire la base, anche se non è così.  Non è così perché nella psicoterapia ci deve essere la fiducia, alla base della comprensione. Lo psicoanalista Thomas Ogden, con le parole che seguono, rende bene l’idea: << “Comprendere” […] è un’esperienza in cui un aspetto essenziale di se stessi viene riconosciuto da un’altra persona. Questo si può raggiungere solo in una relazione in cui si prova – sia il paziente che lo psicoterapeuta – un sentimento di profonda fiducia. Se manca questa fiducia essere compresi è terrorizzante: la persona che comprende è un altro, una persona completamente separata che vive al di fuori del nostro controllo e, allo stesso tempo, ci conosce nel profondo e potrebbe, se volesse, ferirci nella carne viva (questa potrebbe essere la paura, non del tutto conscia, di alcune persone)>>.

In una consulenza, o in un percorso di consultazione, è necessario comprendere quel che serve in relazione al clima di fiducia che si percepisce e di cui si fa esperienza nel “sentire”, un “sentire” che in minima parte è accompagnato dal pensiero logico e che si riconosce maggiormente nell’esperienza relazionale che si sta instaurando tra le due persone, due persone alla pari ma con ruoli differenti.

Come funzionano i primi incontri e a cosa servono.

Una volta spiegato il significato di consulenza psicologica, passiamo ora a capire come funzionano questi primi incontri conoscitivi.

La consultazione è da intendersi come quell’insieme di colloqui (in genere 3/4) necessari allo psicologo per:

  • analizzare la domanda esplicita e implicita (anche inconscia),
  • individuare il progetto consapevole ed inconscio del paziente,
  • apprezzare le sue potenzialità e la possibilità di effettuare un eventuale lavoro terapeutico,
  • restituire alla persona quanto emerso dai colloqui in un modo da favorire una versione più consapevole e soggettiva di quanto sta vivendo e che l’ha portato al consulto, una restituzione che sia “sentita” dalla persona come appartenente a lui/lei e che sia stata il frutto dell’esperienza fatta in consultazione, proponendo, se serve, un percorso/progetto psicoterapeutico.

Una volta fatto questo lo psicologo saprà dare le opportune indicazioni di intervento psicoterapeutico. In questo contesto, come già detto, sarà importante l’esperienza che l’utente fa all’interno degli incontri di consulenza psicologica e il suo valore per le indicazioni che lo psicologo elaborerà e restituirà come risposta.

In questo ciclo di incontri, in genere, emergono emozioni e  vissuti che sono sollecitati, già solo dal fatto, di avere chiesto aiuto ad uno psicologo  e averlo incontrato (emozioni e vissuti sollecitati dalla rappresentazione che si ha di questo professionista, prima di conoscerlo e dopo averlo incontrato per la prima volta), oltre che dal proprio tipo di personalità e dalla sofferenza, o motivo, per cui ci si rivolge ad uno psicologo. Queste emozioni e vissuti saranno presenti nel percorso di consultazione, in modo più o meno consapevole, insieme alla domanda di aiuto che verterà su aspetti più concreti e di contenuto, come ad esempio il vivere un periodo di umore depresso e voler sapere come fare ad uscirne. Tali emozioni saranno intercorrenti nella relazione tra i due soggetti e sarà compito dello psicologo sollecitare una maggiore riflessione e consapevolezza su l’area psico-emotiva più sofferente e meno consapevole, rispondendo anche alla domanda di aiuto portata nei suoi aspetti più razionali e concreti. Il motivo per cui una persona si rivolge ad uno psicologo e l’incontro con questo attivano una serie processi inconsci che esprimono l’insieme di emozioni e pensieri che la persona vive in rapporto alle sue difficoltà (o ad aree conflittuali, o ad aree traumatizzate e  traumatiche), che si ripetono, con relativa consapevolezza, nella vita di tutti i giorni .
Questo breve percorso può agire in due modi sulla persona. Da acceleratore, ed in questo caso fa emergere vissuti conflittuali e dolorosi che possono, così, essere condivisi e riconosciuti con l’aiuto dello psicologo. Oppure, in altri casi, indurre nell’utente sentimenti sgradevoli quali l’ansia che portano a frustrazione e che non consentono alla persona di portare a termine il ciclo di colloqui.

Questa brevità temporale consente all’utente un duplice beneficio, ovvero nell’immediato un contenimento delle proprie ansie consentendogli di comprendere per poi ridefinire il momento di crisi che sta vivendo, fornendogli, grazie all’aiuto e all’esperienza dello psicologo prospettive differenti attraverso cui valutare le proprie difficoltà. Dall’altro lato permette al soggetto di prendere consapevolezza di sé e delle proprie risorse psichiche.
Durante questi incontri lo psicologo deve avere grandi doti di ascolto e di comprensione che lo facciano entrare in contatto con le emozioni e desideri che l’utente spontaneamente fa emergere. La fase successiva consiste nel riorganizzare tutti questi sentimenti confusi, ripulirli da elementi angoscianti al fine di renderli più comprensibili e affrontabili all’interno di un percorso psicoterapeutico, quando ce n’è bisogno. In questo momento inizia il percorso vero e proprio di Psicoterapia che affronteremo in maniera più approfondita in un altro articolo.

 

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