IL COMPLESSO DI EDIPO (in psicoterapia).

Prima di parlare del complesso di Edipo e della sua utilità nella clinica, in quanto può essere considerato un organizzatore della vita psichica, è utile chiarire alcuni termini psicoanalitici che saranno presenti in questo articolo.

Oggetto, pulsione e transfert.

In psicoanalisi il termine “oggetto” si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione, ad esempio, come oggetto d’amore. “Oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune. La pulsione, uno dei concetti fondamentali della teoria psicoanalitica freudiana (teoria energetico-pulsionale), è una spinta psichica che nasce dal corpo a ricercare un dato oggetto per pervenire alla meta, ossia, ridurre la tensione che così si è generata (Civitarese, Ferro, 2018). Il transfert, secondo la teoria energetico-pulsionale, è il trasferimento di desideri inconsci sulla figura del terapeuta; il transfert secondo la teoria delle relazioni oggettuali (altra teoria psicoanalitica) è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevoli, sulla figura del terapeuta.

Inconscio.

Per Freud i desideri inconsci sono i desideri edipici, desideri che si provano per gli oggetti primari, con i quali si ha avuto l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di “desiderare” alcune esperienze, a volte non rappresentabili ma inscritte in noi nel nostro inconscio. Alla luce di ciò, la pulsione, in sostanza, è un processo somatico da cui origina un’eccitazione psichica, sotto forma di affetti e rappresentazioni, che porta a mettere in atto comportamenti volti a soddisfarla (Ferro, Civitarese, 2018).

Il complesso di Edipo.

Con complesso di Edipo si intende <<il processo tramite il quale il bambino di quattro o cinque anni rivolge le sue emozioni affettuose al genitore del sesso opposto, mentre rivaleggia con il genitore del suo stesso sesso. La soluzione del complesso si ha, nel caso del bambino maschio, con la rinuncia del possesso della madre, in favore di un futuro amore con un’altra persona (oggetto d’amore), e con l’identificazione con il padre. Viceversa per la bambina femmina. Nella teoria psicoanalitica il triangolo edipico rappresenta un caposaldo per lo sviluppo del pensiero simbolico, ossia, per lo sviluppo della capacità di rappresentare qualcosa con un’altra. Tale triangolo è costituito da un terzo elemento (il padre) che separa gli altri due vertici: il soggetto (il bambino) e l’oggetto dei suoi affetti (la madre). Questo processo offre la base dei processi di simbolizzazione – che dureranno per tutta la vita – fondati sull’assenza di gratificazione immediata. Per esempio, ogni bambino impara che deve lasciare la casa (l’oggetto amato) per andare a scuola (il limite, il terzo) accontentandosi del piacere di imparare, o della compagnia dei compagni (sostituzioni dell’oggetto amato a cui si deve rinunciare)>> (Ferro, Nicoli, 2017).

Clinica e psicoterapia.

Nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

Bibliografia

Ferro, A., Nicoli, L. (a cura di). (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Terni: Raffaello Cortina.

Civitarese, G., Ferro, A. (2018). Un invito alla Psicoanalisi. Roma: Carocci editore.

Stern, D. (2005). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.

DALLA SCOPERTA DEL CORPO IN ADOLESCENZA VERSO LA STRUTTURAZIONE DELL’IDENTITA’.

gli adolescenti e la trasformazione delle famiglie e dei modelli educativi

La sessualità costituisce un elemento determinante per lo sviluppo della personalità, è un mezzo di espressione e di comunicazione, nucleo centrale dell’identità della persona: riguarda il modo di porsi in relazione agli altri. La sessualità non è qualcosa che viene coinvolta solo quando si desidera soddisfare il bisogno sessuale, ma l’essere femmina o l’essere maschio si riflette su tutto quello che facciamo.

Avvicinarsi al corpo scoprendo progressivamente le sensazioni che può dare, significa soprattutto riconoscersi nelle proprie emozioni e nei propri desideri.

Identità di genere.

L’adolescenza è il periodo in cui ci si interroga sui propri cambiamenti, si ha l’impressione di vedere il mondo con occhi nuovi. Chiedersi “chi sono” significa anche porsi delle domande sul proprio essere maschio o femmina, ossia sulla propria identità di genere.

La componente biologica.

Nel periodo puberale la componente biologica dell’identità ritorna in primo piano. Sotto la spinta ormonale il corpo si trasforma e assume in breve tempo i caratteri definitivi del maschio e della femmina adulti (caratteri sessuali secondari).

Durante la pubertà e l’adolescenza il maschio incontra l’assenza di un segnale certo sulla sua identità, mentre la femmina incontra un segnale biologico forte e chiaro: la comparsa delle mestruazioni e i cicli mestruali che seguiranno confermeranno mensilmente il passaggio biologico dall’essere bambina all’universo femminile. La comparsa dei caratteri sessuali secondari, in particolare lo sviluppo del seno, confermeranno la sua femminilità anche attraverso gli sguardi maschili.

Il ragazzo, al contrario della ragazza, si trova spesso alle prese con l’acne o un’improvvisa crescita corporea. Il suo segnale biologico, le eiaculazioni nel sonno, spesso restano un fatto segreto, spesso un fatto improvviso difficilmente condivisibile con la famiglia e i coetanei. La sua attenzione si sposta sulle dimensioni del pene e il confronto con gli amici serve a volte a rassicurare ma più frequentemente a creare ansie e timori di inadeguatezza.

La masturbazione.

In questo periodo di incertezza maschile la masturbazione entra in gioco e svolge una duplice importante funzione: dare sfogo a una spinta ormonale (incisiva sul corpo e sul cervello) e consentire una prima, se pur parziale, conferma all’essere maschio. Attraverso le fantasie erotiche il ragazzo si eccita, ottiene l’erezione, stimola il pene fino a raggiungere l’eiaculazione e l’orgasmo. L’autoerotismo rappresenta un’indispensabile fase preparatoria della sessualità agita e un momento di conferma dell’identità sessuale.

Per la femmina la masturbazione ha una minore importanza ai fini della conferma della propria identità ma la sua mancanza, se pur non compromette il consolidarsi dell’identità sessuale e la futura vita sessuale, può rendere più difficile la percezione del piacere e l’erotizzazione del corpo.

La masturbazione è sovente presentata come qualcosa di immaturo. In realtà, essa rappresenta una normale componente del comportamento sessuale della persona utile a conoscere il proprio corpo, e le donne – al pari degli uomini – possono trarne piacere.

Nella pubertà, il fenomeno autoerotico, presente fin dall’infanzia, si intensifica, a causa delle nuove emozioni sessuali avvertite, ed assume un significato diverso rispetto all’autoerotismo infantile, dove l’investimento libidico è rivolto a se stessi. Da questo periodo in poi invece viene indirizzato anche verso l’altro. Infatti le fantasie erotiche che accompagnano la masturbazione sono in relazione ad un’altra persona, reale o immaginaria, e rappresentano un percorso di progressivo avvicinamento alla relazione sessuale.

La masturbazione è dunque un’esperienza con cui si prende confidenza con il proprio corpo e con il proprio immaginario erotico. La masturbazione non è soltanto una caratteristica del periodo adolescenziale. Essa viene praticata da uomini e donne nelle diverse età della vita, non solo quando i rapporti sessuali sono impossibilitati, ma anche in coppia durante il rapporto sessuale o da soli.

Le prime esperienze.

Per l’adolescente maschio agire la sessualità rappresenta la più importante occasione per confermare quell’identità che la femmina ha già visto confermata dal segnale biologico delle mestruazioni. Anche per questo motivo le ragazze, spesso, le ragazze ricercano le prime esperienze all’interno di una relazione affettiva, anche se oggi il loro comportamento sessuale si avvicina sempre di più a quello maschile: anch’esse delegano a una sessualità precoce e “trasgressiva” il passaggio all’età adulta. Per il ragazzo, molto spesso, la possibilità di agire un rapporto sessuale e soddisfacente continuerà a rappresentare nel corso degli anni successivi un’importante conferma della sua identità. La ripetitività dei rapporti acquista un significato analogo a quello della ciclicità mestruale femminile: un segnale certo di appartenenza al genere. Si può comprendere allora come la comparsa di una disfunzione della sessualità venga vissuta drammaticamente come perdita non solo del piacere legato all’intimità e all’orgasmo ma della propria integrità di persona.

I pilastri dell’identità sessuale in adolescenza, non solo sessualità.

Durante il periodo dell’adolescenza si definiscono i pilastri sui quali poggia l’identità sessuale: la seduttività e l’agire la sessualità.

La seduttività per entrambi i sessi non è più quella infantile tesa a ottenere l’affetto e la protezione dell’adulto ma si trasforma in un richiamo per i coetanei. Quando i segnali inviati dal corpo hanno successo e ottengono risposta hanno un effetto positivo sulla percezione di sé. Piacere all’altro ed essere accettato e scelto rappresenta la conferma reale del proprio potere seduttivo che consolida l’identità sessuale. La bellezza facilita questo risultato mentre i difetti fisici, reali o presunti (dismorfofobie), possono minare il pilastro della seduttività. La seduttività consente di entrare in una relazione nuova con l’altro sesso (o con una persona dello stesso sesso se si è omosessuali), diversa da quelle amicali precedenti con i compagni di scuola e con gli amici: si creano di conseguenza le premesse che permettono ai giovani di agire le prime esperienze sessuali.

Da questo momento in poi, agire la sessualità diventa un secondo pilastro dell’identità. Per questo motivo la comparsa di una disfunzione sessuale maschile, in qualunque periodo della vita, rappresenta una “ferita” della propria mascolinità.

Maschi in difficoltà’.

Un altro importante pilastro psicologico e sociale dell’identità sessuale che si sviluppa a partire dai primi anni di scuola è l’investimento sulle proprie capacità. Il successo scolastico e, per i maschi sportivo, rinforza quel sentimento di autostima che consente di rapportarsi con gli altri, coetanei e adulti, in modo progressivamente più sicuro. Leggendo il libro di Zimbardo “maschi in difficoltà” o leggendo le ultime statistiche dell’indagine istruzione Ocse, i maschi stanno peggiorando nel loro impegno e successo scolastico rispetto le femmine, tanto che gran parte del loro tempo è trascorso ai videogiochi on line, nella visione di siti porno. Secondo gli studi e le indagini di Zimbardo l’immediata disponibilità della pornografia hardcore e della realtà dei giochi eccitanti forniscono alternative digitali considerate meno esigenti e per molti, più attraenti del sesso, dello sport e dell’interazione sociale nel mondo reale. L’immersione in questi ambiti alternativi sta creando il caos nello sviluppo cognitivo dei giovani, nella loro capacità di concentrazione e nel loro sviluppo sociale. I ragazzi adolescenti sembrano essere più “danneggiati” da questi comportamenti tanto da interagire e relazionarsi con altri virtuali più che con persone, andando così a perdere tutta la componente emotiva e relazionale che solo la relazione tra persone, relazione che contribuisce a far sviluppare un identità più sicura.

I pilastri dell’identità sessuale dopo l’adolescenza.

 Nelle età successiva saranno l’inserimento e l’affermazione nel mondo del lavoro a rinforzarla, ma anche questi altri pilastri stanno venendo meno al genere maschile.

Un positivo sentimento di appartenenza al proprio sesso non è mai definitivamente acquisito, anche quando il percorso di crescita si è svolto correttamente nelle sue prime tappe. Nell’arco della vita si renderanno necessarie nuove conferme. Per la femmina, nell’età adulta, la maternità porterà alla convalida, biologica e psicologica, della propria identità. In passato la maternità rappresentava il pilastro più importante dell’essere donna e ancora oggi mantiene la sua importanza. La paternità invece, se una volta era considerata come affermazione della propria virilità, oggi ha perso gran parte di questo significato, trasformandosi in quella capacità di “prendersi cura di” ritenuta fino a pochi decenni esclusiva del femminile.

In conclusione, nel mondo occidentale, seduttività, sessualità agita, maternità e paternità, insieme al ruolo sociale e lavorativo, sono diventate componenti fondamentali per raggiungere e mantenere un’identità stabile sia per gli uomini che per le donne.

CREDERE NEI PROPRI SOGNI E SOGNARLI.

Ho postato su facebook (pagina dedicata alla divulgazione di tematiche legate alla psicologia) e su instagram (instapsicogram: profilo dedicato ad immagini legate a tematiche psicologiche) l’immagine esposta qui sopra. Sia la pagina facebook, sia la pagina di instagram, sono state aperte da poco tempo e ci sono poche persone che le seguono, ma tra queste ho visto che ad alcune è piaciuta l’immagine con ciò che ho scritto (sia nell’immagine, sia nel commento del post). L’immagine mi sembra carina, ma penso che anche ciò che ho scritto abbia evocato, o “toccato”, qualcosa in chi l’ha visualizzata e letta. Ho pensato, e mi piace pensare, che possa essere stato ciò che ho scritto: <<non smettere mai di cercare la tua isola che non c’è>>. Sono arrivato a scrivere tale frase in quell’immagine perché, mentre seguivo in tv una trasmissione dedicata ad Edoardo Bennato, una persona intervistata ha detto che la canzone “L’isola che non c’è” aveva rappresentato, per quei giovani che stavano vivendo privazioni materiali, di opportunità e sogni, un posto magico dove i sogni potevano non morire e diventare veri. La persona intervistata mi ha emozionato anche perché è un giornalista che stimo molto per professionalità ed umanità, come anche mi piace la canzone e l’arte di Bennato. A parte ciò, ho pensato che anche ora abbiamo bisogno di credere in “L’isola che non c’è”, di credere nei propri sogni, e come commento all’immagine postata nei social ho scritto: <<Vi auguro di non smettere mai di cercarla e intanto di sognarla, ad occhi aperti e ad occhi chiusi, con la mente, di trovarla in voi stessi e/o nello sguardo di qualcuno che vi guarda, ovunque dove voi vogliate e non vi aspettate. Come fare? Iniziate da qui: “seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da te…” (Edoardo Bennato).

Tutto ciò mi ha ispirato l’articolo che segue.

Credere nei propri sogni e sognarli.

Credere nei propri sogni è una capacità molto complessa, richiede la determinazione e la costanza di saperli proteggere e nutrire perché per realizzarli dobbiamo trovare le “vie” per poterli esprimere. Il nostro “sogno” è come se fosse il nostro bambino da amare, proteggere, fornirgli cure sintonizzandoci con lui, ma al tempo stesso lasciargli una progressiva possibilità di esplorare e conoscere l’ambiente e le persone, facendogli sentire che può avere la sua base sicura dove tornare, cioè noi.

A volte i sogni sembrano meno chiari, più nebulosi, quando sono così ci sentiamo un po’ sconfortati e ci dispiace perché fino a ieri erano vividi. Possono essere tante le varianti di sentimenti ed emozioni che influiscono sui nostri sogni da realizzare, e questi sogni, a volte, possono prendere strade inaspettate.

Quando il nostro sogno si nasconde in un sintomo.

A volte il nostro sogno può nascondersi in un sintomo e guardando il sintomo mai ci potrebbe venire in mente che lì ci sia un sogno. Se nel sintomo c’è un sogno, volendo eliminare il sintomo perderemo la possibilità di accedere al sogno che nasconde, quindi non troveremo la nostra “isola che non c’è”. Ovviamente, non è un invito a tenersi i propri sintomi, ma è un invito ad imparare a “leggerli” e a farne buon uso per fare sparire il sintomo e scoprire il sogno. “L’isola che non c’è”, nome che ho dato all’immagine inserita nell’articolo, è già dentro di noi, anche quando la dovessimo trovare nello sguardo di un’altra persona che ci guarda negli occhi.

La nostra “isola che non c’è”: l’inconscio generativo.

 Nel momento in cui una persona osserva l’immagine che ho inserito nell’articolo può pensare alla propria “isola che non c’è” e mentre lo fa, produce, volontariamente e involontariamente, altre immagini e pensieri. Questo perché i pensieri e le immagini che possono venire alla mente possono essere molteplici, ma solo alcuni di essi potranno essere catturati in un breve lasso di tempo. Se ad esempio, ci trovassimo a parlare, in una seduta di psicoterapia, dei pensieri (che a loro volta comprendono altre immagini) e delle emozioni che ci ha sollecitato l’immagine in questione, ci accorgeremo che il parlare di ciò produrrebbe altri pensieri ed immagini e ci stupiremo di non averli pensati, “visualizzati”, nel momento in cui abbiamo visto l’immagine la prima volta. Mentre siamo impegnati, con il terapeuta, a fare questo tipo di lavoro, “semplicemente” parlando con lui, è come se stessimo rendendo inconscio ciò che era conscio. A questo punto, qualche lettore, potrebbe sentirsi spiazzato da quanto sto scrivendo, in effetti è un cambiamento di paradigma: non si tratta di rendere conscio ciò che è inconscio ma rendere inconscio ciò che è conscio (la psicoterapia permette entrambe i due tipi di processi, uno non esclude l’altro e ciò nutre la mente). Le prime sensazioni, le prime immagini e i primi pensieri fatti, osservando l’immagine la prima volta, sono stati tanti e pur non visualizzandoli tutti erano consci ma, magari non hanno avuto la possibilità di essere simbolizzati.

Semplificando, posso dire che simbolizziamo quando permettiamo alla nostra psiche di produrre immagini, pensieri e senso su un qualcosa che fa parte della nostra esperienza, della nostra vita psichica, psico-corporea e relazionale. E’ possibile simbolizzare anche attraverso il parlare con uno psicoterapeuta, che è in grado di favorire tale processo, in un lavoro che sia costante e continuativo nel tempo. Quando questa capacità della psiche si indebolisce l’individuo si attacca e si fissa a cose esterne e materiali (oggetti, aspirazioni concrete che sono diverse dai sogni a cui mi sono riferito sino ad ora), a “cose” che possono essere più interne (pensieri fissi, ruminazioni, sentire una gamma ristretta di emozioni spesso uguali e della stessa tonalità), a persone che magari possono non condividere e corrispondere un sentimento. L’indebolimento, o l’assenza di tale funzione e capacità della psiche può contribuire, insieme ad altri fattori, anche a sviluppare forme di dipendenza o altri comportamenti disfunzionali.

 Perdere la capacità di simbolizzare la nostra vita, di sognarla, significa non avere la possibilità di fare un lavoro inconscio con la nostra esperienza. Arrivare a fare degli incubi, anche ripetitivi, è un indicatore chiaro dell’indebolimento della capacità di “sognare i nostri sogni”, sino ad arrivare a credere che “L’isola che non c’è”, non c’è e basta. Nessun sogno da realizzare, nessun “sogno da sognare” tanto da non provare un sentimento pieno di vita.

Sto scrivendo in un modo che possa sollecitare un pensiero che produca immagini e non solo concetti che producano contenuti lineari, coerenti e causali.

Sogna e sogni come “Mine Vaganti” che non fanno male.

Mentre scrivo mi è venuto in mente anche un esempio di come a volte “L’isola che non c’è”, c’è e non c’è allo stesso tempo, e a volte può essere una anche se non sempre la stessa, mentre si avvia un processo di produzioni di immagini e pensieri accompagnati da produzione di senso e significato continui. Mi è venuto in mente il personaggio protagonista del film “Mine Vaganti”. Il protagonista è un ragazzo, Tommaso, vive a Roma ma è di Lecce, a Roma si è costruito una sua indipendenza e ha una relazione di amore con il suo compagno. Arriva il momento di tornare a Lecce, dalla sua famiglia, Tommaso vorrebbe tornarci solo per un breve periodo di tempo, perché, sintetizzando, Tommaso crede che la sua “isola che non c’è” sia a Roma e sia fatta della vita con il suo compagno, dell’amore che prova per lui, dei suoi studi, del suo lavoro e dei suoi amici. C’è un problema, anzi più di uno: il padre vorrebbe che Tommaso rimanesse a Lecce per occuparsi dell’impresa di famiglia (un pastificio) insieme al fratello di Tommaso, Antonio; Tommaso non ha detto di essere omosessuale alla sua famiglia e sa’ che questa, soprattutto il padre, non comprenderà e non accetterà il suo essere omosessuale ma, nonostante ciò, Tommaso è intenzionato a farglielo sapere chiarendo che vuole continuare a vivere a Roma e non si vuole occupare del pastificio; quando Tommaso torna a Lecce, il fratello Antonio, durante una cena con la famiglia e con persone invitate da quest’ultima, fa sapere a tutti di essere omosessuale, creando il silenzio in sala, fino a quando il padre caccia da casa il figlio Antonio. Ci sono anche altre situazioni e personaggi che per ragioni di sintesi non posso elencare, voglio solo aggiungere la nonna di Tommaso che, spesso, ripensa al suo amore non vissuto e “abortito”, amore al quale ha rinunciato e che ha portato via con sé la possibilità di “sognare” la propria vita.

Questa è la situazione che incontra Tommaso quando torna a Lecce, per forza di cose è costretto a rimandare il suo proposito di affermare la sua identità e i suoi desideri in famiglia. Il suo pensiero costante è trovare il momento giusto per farlo, perché crede di sapere qual è la sua “isola che non c’è”: affermarsi, costi quel che costi, tornare a Roma, dove può scrivere il suo romanzo e dove il suo amore lo aspetta.

Ci sono diverse scene e tappe nel film che mostrano come Tommaso stia trasformando il suo pensiero simbolizzando ciò che gli accade. Alla famiglia non farà sapere di essere omosessuale. Comunicherà il desiderio di scrivere, anche nel caso in cui nessun editore gli pubblichi un romanzo.

Quando Tommaso dice alla sua famiglia che vorrebbe parlare con loro, c’è un attimo di gelo, probabilmente si aspettano e temono una comunicazione simile a quella del fratello, e invece Tommaso dice loro che ha provato a lavorare nell’impresa di famiglia, nel pastificio, ma non prova nulla. Ha provato a seguire i loro consigli, ma non si sente vivo vivendo quella vita. Chiede loro se sanno cosa lui fa la notte, quando loro dormono, silenzio, e poi dice loro che lui scrive. Tommaso dice: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro, sapete cosa faccio? Scrivo! Scrivo le cose che vedo, quelle che penso, quelle che voglio dire. Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>. Così Tommaso ha simbolizzato la propria esperienza e ha trovato “L’isola che non c’è” di quel particolare momento della sua vita. Tornando ai “sogni non sognati” (espressione coniata da Thomas Ogden, psicoanalista), possiamo dire che attraverso la sua scrittura Tommaso sogna i propri sogni e colora di senso, ed emozioni, la propria vita. Ricorrendo ad un artificio, commento e sostituisco, nel discorso di Tommaso, la parola “scrivo” con la parola “sogno” e così sarà più chiaro ciò che ho cercato di trasmettere con questo articolo: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro (dentro casa diventa dentro di me), sapete cosa faccio? Sogno! Sogno le cose che vedo (immagini), quelle che penso (pensieri da trasformare), quelle che voglio dire (e sentire che sono vere per me, autentiche). Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>.

Segue il video della scena del film: Mine vaganti

“L’isola che non c’è” in psicoterapia.

La psicoterapia permette di vivere ciò che Tommaso è riuscito a vivere grazie alla scrittura. Tornando a “L’isola che non c’è” possiamo dire, a questo punto, che è più uno stato dell’essere, che Tommaso vive attraverso la scrittura, che una meta a cui arrivare. “L’isola che non c’è” non è tanto lo scrivere, quanto ciò che lo scrivere gli permette di sentire e provare. Tutto ciò che riesce a sentire era già dentro di sé (è sempre stato con lui), ma non riusciva a “visualizzarlo” perché non lo riusciva a scrivere, scrivere che per lui è come “sognare” (trasformare la propria esperienza per provare un sentimento di vita pieno).

La psicoterapia non introduce nulla che già non sia presente e che c’è anche quando non si “vede”, anche  se non sempre lo si “sogna”.

SESSUALITA’ E DIFFIDENZA (blocchi sessuali)

Diffidenza e conflitto psichico.

Per alcuni uomini e per alcune donne, il sesso è collegato alla diffidenza. Possono trovarsi a disagio con alcuni aspetti del sesso, oppure essere totalmente, o quasi totalmente, incapaci di godere dell’amore. In alcuni casi, possono essere così spaventati e spaventate da evitare del tutto il sesso, seppur desiderino viverlo con serenità e piacere trovandosi, però, bloccati in tale conflitto tra paura e desiderio.

Conflitto psichico e psicoterapia.

 Le motivazioni di tale conflitto sono inconsce e tale conflitto non è deliberato, per risolverlo la psicoterapia psicodinamica è il trattamento più indicato (vedi altri articoli presenti nel blog).

La diffidenza.

Anche la diffidenza non è deliberata e l’individuo può non esserne conscio. Tale diffidenza può avere radici nell’infanzia, nella storia del singolo individuo (storia anche relazionale), oppure può essere dovuta a un singolo evento traumatico che l’ha portato a collegare il sesso alla paura.

I blocchi sessuali. Psicoterapia e terapia sessuale.

I blocchi sessuali non sono stabili: possono emergere in alcuni momenti della vita, come possono essere rimossi con azioni appropriate. Non solo la psicoterapia può aiutare la singola persona che ne soffre, ma anche la terapia sessuale può aiutare una coppia di partner alle prese con blocchi sessuali. La terapia sessuale è un modo positivo per risolvere la diffidenza e i bocchi non solo mentali. E’ un aiuto per chi è convinto che i blocchi fisici e mentali non possono essere risolti da soli, fornisce risultati rapidi con esercizi messi a punto attraverso una pluriennale attività clinica e di studio. Di grande aiuto sono la consapevolezza e la volontà di rimuovere il blocco.

Alcuni consigli.

Quando vi sorprendente e indulgete in pensieri negativi riguardo la sessualità, fermatevi e sostituiteli con pensieri positivi; cercate di sperimentare con il vostro partner nuovi modi di comportarvi a letto e chiedete un aiuto specialistico per dissolvere le vostre paure. Importante è costruire una buona fiducia in voi stessi e nella relazione con il partner, nel prossimo articolo fornirò alcuni consigli su come fare. Ovviamente, tali consigli sono generali e non sostituiscono un aiuto specialistico.

Qualunque sia la diffidenza, qualunque sia il conflitto e il blocco nei confronti del sesso, ognuno di noi merita di superarli e di poter vivere pienamente una vita sessuale liberamente scelta. Con ciò non sto sostenendo che il sesso debba essere perfetto, ma si possono migliorare quegli aspetti che, in molti casi e in molte situazioni, trasformano un’unione insoddisfacente in soddisfazione sessuale e il senso di fallimento personale in successo.

IL VALORE TRASFORMATIVO DELL’INCONSCIO

RENDERE PENSABILE QUELLO CHE NON LO E’ MAI STATO

Gli sviluppi della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica leggono l’inconscio valorizzandone l’aspetto trasformativo e non tanto la caratteristica topica sviluppata da Freud, secondo la quale l’inconscio è un luogo separato da quello della coscienza. Oggi, l’inconscio non è il rimosso, il separato dalla coscienza che si tratta di decifrare attraverso l’attività dell’interpretazione, ma il processo stesso della simbolizzazione, della narrazione che si co-costruisce quando, nella seduta di psicoterapia, una persona parla con un’altra.

Il pensiero deve essere capace di trasformare in una narrazione nuova e condivisa ciò che affligge la vita di una persona: i suoi traumi, i suoi sintomi, i suoi tratti e comportamenti disfunzionali al proprio benessere. Nel suo lavoro, lo psicoterapeuta psicoanaliticamente orientato, fa in modo che quello che non è stato possibile pensare nel tempo del trauma, o nel tempo della/e “ferita/e” al proprio senso di Sé, possa esserlo in modo inedito nel tempo della seduta. Il lavoro non è quello di decifrare e interpretare il passato che si ripete, ma di rendere pensabile, e “vivere” nel tempo della seduta, quello che non lo è mai stato.

Ciò che diventa tollerabile rispetto al pensiero impensabile è più grande della somma delle capacità dei singoli sistemi di personalità individuali. I due (psicoterapeuta e paziente) o più creano un terzo soggetto inconscio in grado di pensare quello che nessuno, da solo, sarebbe in grado di pensare e rielaborare in modo trasformativo” (Ogden, 2016, p.173, testo: Vite non vissute).

Un pensiero che vuole essere trasformativo non si limita a rendere coscienti i traumi del passato, ma sa aprire sul non ancora pensato:

 “Ciò che è mutativo, credo, è l’esperienza di una persona nel contesto dell’essere con un’altra persona che ti riconosce come la persona che sei e la persona che sei in procinto di divenire” (Ogden, 2016, p.171).

I NOSTRI FIGLI.

Il rapporto genitori figli e il dramma del bambino dotato.

La frase di Nino Manfredi “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”, riportata nell’immagine, mi ha fatto pensare ai bambini descritti dalla psicoanalista Alice Miller. La psicoanalista, che non condivideva alcune posizioni della psicoanalisi tradizionale, nel 1979 scrisse un libro dal titolo “Il dramma del bambino dotato”.

Il dramma del bambino dotato.

Il dramma del bambino dotato ha origine dalla capacità del bambino di percepire i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi, facendo tacere le sue emozioni più spontanee (paura, rabbia, invidia, gelosia) e anche i suoi bisogni, che risultano difficili da accogliere dagli adulti che si prendono cura di lui. Questi ultimi sono adulti insicuri emotivamente che presentano al bambino un’immagine di rigidità e durezza autoritaria necessaria per il proprio equilibrio narcisistico. Il bambino di cui parla Miller, è capace di percepire emotivamente e inconsciamente il bisogno del genitore, di rispondervi adattandovisi, garantendosi così un genitore che non è stato messo in difficoltà dalle emozioni del bambino e che può quindi fornirgli la protezione di cui il bambino ha bisogno.

Così, quando ci troviamo di fronte a genitori che reagiscono alle difficoltà del figlio come se fosse la propria, non in termini di empatia, ma in termini di sentire la propria immagine come “danneggiata” dalla difficoltà del figlio, considerato, inconsciamente, un’estensione del proprio sé, allora possiamo ricordarci della frase del caro Nino Manfredi e del lavoro di Alice Miller.

Emozioni e psiche.

Ricordandoci di loro possiamo ricordarci che la psiche e le emozioni non sono oggetti concreti e statici, ma sono ciò che siamo mentre viviamo e quanto più le mettiamo in secondo piano, o non le consideriamo, tanto più la vita non è piena. Il “bambino dotato”, da adulto potrebbe anche raggiungere gli obiettivi più alti che si era proposto in quanto ha sempre cercato di essere l’orgoglio dei genitori, riuscendoci, ma potrebbe essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso. Gli adulti che hanno vissuto il clima psichico dell’infanzia raccontato da Alice Miller (carenze di considerazione e dei sentimenti, carenze che li porteranno a cercare qualcuno che li ammiri e apprezzi in quanto non si sono autenticamente sentiti apprezzati nell’infanzia), sono persone che non riescono a sentire i propri reali bisogni e che sono riuscite a costruirsi, invece, l’illusione di una buona infanzia in quanto sono cresciute allontanando dalla mente la componente emotiva (e non il ricordo) di quei momenti intensi di quando non si sono sentite accettate, nel loro essere più autentico, dalle persone dalle quali dipendevano.

Non sentirsi accettati.

Non sentirsi accettati (inconsciamente) e compresi durante l’infanzia è un qualcosa che struttura la personalità di un adulto. Non sentirsi, da bambini, “liberi” di poter esprimere rabbia, gelosia, invidia o semplicemente anche un proprio modo di essere “diverso”, in quanto queste emozioni e modi di essere potrebbero non aderire all’immagine e all’aspettativa che i genitori hanno del bambino, è un qualcosa che questi bambini porteranno con se tanto da strutturare una personalità intorno a questo nucleo di emotività e psiche “falsata”. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha insegnato che il bambino può sviluppare un “falso Sé” quando si adatta ai bisogni di chi si prende cura di lui tanto da fondersi con questi bisogni, ciò significa che non solo soddisfa tali bisogni ma ci si identifica. Il bambino, senza saperlo, offre una conferma ai propri genitori che li fa sentire adeguati e amati, in quanto questi trovano in lui un sostituto delle loro strutture mancanti, ma in questo caso è il bambino che non potrà crearsi delle strutture proprie e dipenderà inconsciamente, da adulto, dai suoi genitori come da bambino ne era dipendente consciamente. Essere dipendente inconsciamente, una volta adulto, dai propri genitori ha a che fare con ciò che ho scritto sopra: essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso.

Iniziare una psicoterapia.

Alcune persone iniziano un percorso psicoterapeutico perché si sentono abbattute, accanto alle difficoltà oggettive della realtà e pur avendo raggiunto degli obiettivi nonostante queste difficoltà, si sentono abbattute, demoralizzate, non pienamente soddisfatte o non completamente amate, tanto da non sentirsi in grado di amare pienamente a loro volta. Il percorso psicoterapeutico può richiedere tempo, essere intenso, prima di arrivare al nucleo emotivo del non essersi sentito riconosciuto nel proprio vero essere, in divenire, ed essere stato confuso, inconsciamente, con qualcun altro: essere stato vissuto come un prolungamento del genitore e di quello che quest’ultimo non è riuscito ad essere; essere stato vissuto come colui che doveva lenire i dolori del genitore e le sue insicurezze, o come colui che “sostituiva” l’altro figlio morto, o che compensava l’affetto del genitore (nonno/a) venuto a mancare. Ripeto, ciò avviene su base inconscia, perché accanto a quanto ho appena scritto ci possono essere stati dei genitori, che malgrado le loro insicurezze e utilizzando le proprie risorse, si sono presi cura dei propri figli con tutto l’amore di cui potevano disporre.

Più si accetta la propria diversità, conoscendo se stessi, più si accoglie la diversità dell’altro senza esser spaventati da quello che potrà accadere se non si pone da subito rimedio a questa diversità. Non entrare in questa ansietà permette relazioni più profonde e anche di amare e sentirsi amati, senza sentire il “pericolo” di venir meno a se stessi, che poi, quel “se stessi”, corrisponde solo all’immagine ideale che non è ciò che veramente siamo e che veramente vogliamo essere.

Concludo questo articolo come l’ho iniziato, con le parole di Nino Manfredi che arrivano prima e toccano di più in termini di emozioni: “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”.

CONVINZIONI CHE INFLUENZANO LA SESSUALITA’.

Mente e sessualità.

In questo articolo scrivo di come alcune convinzioni possono influenzare la sessualità. Prima di affrontare questo argomento faccio una breve premessa: ormai è chiaro, ma è bene ribadirlo per via di una certa tendenza a non essere consapevoli di alcune dinamiche psichiche, che la sessualità non viene creata solo dal corpo. Quando le fantasie su una donna o un uomo vi accendono il desiderio, o quando un pensiero fuggevole riguardo gli impegni lavorativi e scadenze prossime spegne ogni fantasia, è la mente a determinare la sessualità. E’ la mente a determinare la sessualità quando alcune insicurezze vengono nascoste dietro qualche stereotipo, fornendo così all’insicurezza e ai timori di operare in segretezza e influenzare anche la sessualità.

Le convinzioni riguardo il sesso.

Le basi delle convinzioni che abbiamo riguardo al sesso si formano durante l’infanzia. Durante il percorso che ci porta a divenire adulti ampliamo queste conoscenze grazie alle esperienze che riguardano il sesso e la sessualità, ma anche tramite a quanto gli altri (il partner, gli amici e i veri tipi di media) ci dicono.

In base a queste influenze, formiamo il nostro personale bagaglio di convinzioni riguardo al sesso: che cosa è, chi siamo noi in rapporto al sesso, come dovrebbe essere una relazione sessuale.

Le nostre convinzioni possono anche essere erronee o ingannevoli. La nostra esperienza potrebbe non rappresentare quello che la maggior parte delle persone fa o pensa in materia di sesso. Inoltre, può capitare che dopo una storia finita male ci si possa difendere dalla sofferenza rinforzando qualche stereotipo, come ad esempio pensare e convincersi che “tutti gli uomini sono inaffidabili” e che “tutte le donne sono delle approfittatrici”.

Ciò che è importante sottolineare è che affermazioni, come quelle che ho scritto poco sopra tra virgolette, contribuiscono a creare, o a mantenere, difficoltà emotive e fisiche.

L’influenza delle nostre convinzioni.

Ogni volta che affrontiamo una situazione che riguarda il sesso e la sessualità, le personali convinzioni possono farsi avanti in modo inconscio e “incontrollato”: possono fare in modo che il nostro copro si lasci andare, o che non risponda a quanto avevamo immaginato di poter vivere in una determinata situazione, fino allo spegnersi del desiderio. Quindi, è ovvio e sembra la scoperta dell’acqua calda, ma è importante comprendere la nostra mente se vogliamo comprendere e vivere bene la nostra sessualità.

I partner costituiscono la principale influenza nella vita sessuale degli adulti.

Ogni partner è portatore di atteggiamenti, convinzioni personali e approcci che lasciano traccia in noi in un modo maggiormente inconscio, soprattutto se siamo molti coinvolti o coinvolte.

Critiche – Comunicazione. Un partner che vi critica dicendo che siete sessualmente inadeguati/e, può rendervi, se in parte già lo siete, insicuri/e e minare la vostra libertà sessuale e disponibilità a sperimentare nel rapporto. Un partner che sia aperto alla comunicazione e al confronto potrà contribuire a creare un clima di fiducia e disponibilità.

Pressioni – Libertà. Un partner che faccia pressione per determinate pratiche o rapporti innalza le barriere che bloccano il desiderio. Un partner che è in grado di accettare un “no” lascia uno spazio comunicativo che potrà portare a sentirsi più rilassati e la disponibilità a sperimentare.

Rifiuto – Accettazione. Un partner che sostiene che il suo modo di fare sesso è quello “giusto”, negando le preferenze dell’altro partner, instilla in quest’ultimo incertezze e dubbi che non troverebbero terreno fertile in una persona con una personalità sicura e strutturata, aperta ma che non si lascia invadere.

Come le vostre convinzioni, gli stereotipi influenzano le vostre emozioni e la vostra sessualità.

Prendetevi del tempo per pensare a quali sono le varie influenze sulla vostra vita? Quali messaggi possono avervi fornito (diverse fonti) sulla sessualità, o su voi stessi/e come uomini e come donne? Cosa avete appreso dalle vostre esperienze? Questi messaggi e le esperienze fatte vi hanno aiutato o inibito?

Concedervi del tempo per pensare quali influenze derivano alcuni convinzioni vi aiuterà comprendere un po’ di più la vostra vita sessuale.

LA MADRE SUFFICIENTEMENTE BUONA E LA FUNZIONE MATERNA.

 Il pediatra e psicoanalista Winnicott, con l’espressione “madre sufficientemente buona”, voleva far passare la sensazione e l’idea che è importante per una madre non cercare di idealizzare il proprio ruolo, ossia, non volere essere perfetta, sapere che anche i suoi parziali fallimenti aiutano la crescita del bambino e che è importante riuscire a presentare creativamente, al bambino, il mondo a “piccole dosi” modulando il livello di frustrazione necessaria allo sviluppo.

La nascita di una madre.

Chi legge potrebbe pensare alla complessità di tutto ciò, ma c’è da ricordare che una madre alla nascita del figlio entra in uno stato di ricettività particolare, che Winnicott definisce “preoccupazione materna primaria”. <<Questo stato è una specie di malattia normale che è la base per sviluppare la potenziale capacità della madre di offrire un ambiente che sostenga il bambino e gli permetta di sperimentare un senso di onnipotenza in cui è come se egli fosse in grado magicamente di creare ciò di cui di volta in volta ha bisogno in una situazione di sicurezza e solo gradualmente potesse essere aiutato a uscire da questa situazione e ad accettare la disillusione>> (Civitarese, Ferro, 2018). Tale capacità della madre, che è soprattutto una funzione, è sintetizzata nei concetti teorici di holding e handling formulati sempre da Winnicott.  Ogden, psicoanalista contemporaneo, indica nella funzione di holding la capacità di fornire la continuità dell’essere nel tempo, nelle diverse fasi dello sviluppo e nelle mutevoli modalità intrapsichiche e interpersonali (Ferruta, 2017).

La funzione materna

Preoccupazione materna primaria, holding, handling possono essere sempre in funzione e in via di evoluzione all’interno di una relazione, e nella relazione madre bambino hanno un’importanza fondamentale nel periodo di dipendenza assoluta del bambino dalla madre. Come scrive Winnicott, in questo periodo di dipendenza assoluta, il bambino è spietato nei confronti della madre, prova un “amore spietato”. Il bambino <<non è prodotto per magia […] è un pericolo per il suo corpo […] una sfida alla precedente occupazione […] le ferisce capezzoli è spietato, la tratta come una feccia, una serva non pagata, una schiava, cerca di farle del male, la morde […] avendo ottenuto ciò che vuole, il bambino getta via la madre come una scorza d’arancia […] è sospettoso, rifiuta il buon cibo della madre e la fa dubitare di se stessa […] se  manca nei suoi confronti all’inizio la madre sa che il bambino gliela farà pagare per tutta la vita (Winnicott, 1949, trad. it. 1975, pp . 242-3). Ovviamente, questa spietatezza e questi comportamenti del bambino non sono da intendere come volontari e attribuibili a pensieri e idee, ma è come se fossero delle idee un po’ speciali, rudimentali, chiamiamole idee del corpo, e lo stesso si potrebbe dire per la madre che però ha una mente formata ma si trova in quello stato di “malattia normale” accennata sopra. Questa “spietatezza” del bambino mette a dura prova la madre che deve sopravvivere a tale spietatezza e all’ “odio” nei confronti del bambino, senza fare rivalse. <<La madre odia il bambino prima che il bambino sia in grado, dopo che una mente si sia formata, di odiare lei […] il bambino non può svilupparsi in un ambiente troppo sentimentale, e per amare deve imparare a odiare. Per sentirsi toccato dall’amore, deve sentirsi toccato anche dall’odio. Per questo deve poter esprimere la propria aggressività e anche in seguito, guardando indietro, deve potersi dire: “Ero spietato” (Civitarese, Ferro, 2018).

Dalla relazione madre bambino alle relazione psicoterapeutica.

Ora se provassimo a pensare che, quanto scritto rispetto la capacità della madre sufficientemente buona  e la sua funzione, sia possibile svilupparlo e “applicarlo”, in condizioni diverse dalle condizioni di gravidanza, maternità e genitorialità biologica, potremmo dire che anche un genitore adottivo potrebbe sperimentare e sviluppare tale capacità e funzione, o ancora, anche un padre potrebbe essere in grado di svolgere una funzione materna insieme a quella paterna e ciò potrebbe essere assimilabile anche ad una delle funzioni terapeutiche degli psicoterapeuti con orientamento psicodinamico (psicoanalitico). Ora, non tutti i genitori biologici, adottivi sono nello stato di sviluppare tale capacità e anche le madri biologiche che hanno avuto dei traumi, o relazioni traumatiche, possono trovarsi in difficoltà nello sviluppare la propria capacità e funzione materna nella relazione con il bambino. Gli psicoterapeuti devono studiare molto, fare un training e un’analisi personale per sviluppare le capacità e la funzione di cui si è scritto. Non a caso, Winnicott e altri psicoanalisti, vedono la relazione del bambino con la madre al centro della riflessione psicoanalitica-psicoterapeutica e questa relazione costituisce il modello privilegiato di ogni cura. I terapeuti con i pazienti più gravi possono percepire sentimenti di odio e paura. Questi sono pazienti che hanno avuto situazioni traumatiche nelle prime relazioni di vita e per questo non hanno mai imparato differenziare veramente l’odio dall’amore. Questa difficoltà a differenziare l’odio dall’amore si ripete nella relazione terapeutica ed investe, inconsciamente, la figura del terapeuta. Il terapeuta pressato da questi sentimenti di odio e di amore indifferenziati del paziente, non è autorizzato ad agire il proprio inconsapevole sadismo nei confronti del paziente, scambiandolo per odio giustificato. Se il terapeuta riesce a recuperare i sentimenti scissi di odio, alla fine della terapia potrà interpretarlo al paziente. Quando ciò è possibile, il terapeuta offre la possibilità al paziente di conquistare una visione integrata di sé e del proprio paesaggio interiore, come quella che ai sensi ci offrono degli oggetti della realtà esterna (Civitarese, Ferro, 2018).

IDENTITA’ E PERSONALITA’

Identità e personalità “in poche parole” perché sono dei termini importanti che ricorrono spesso nel linguaggio comune e nel mio blog. Per tali motivi ho pensato che il lettore possa trarre beneficio da una breve lettura nella quale questi termini sono esposti in modo semplice, chiaro e sintetico. In aggiunta, la lettura di questo articolo può aiutare la comprensione degli altri articoli divulgativi presenti nel blog.

Identità personale e personalità nel tempo.

L’identità personale è la concezione di ciò che siamo e di come ci mettiamo in rapporto con il mondo. La personalità può essere, sinteticamente, definita come il modo in cui si sviluppa la nostra identità (vedi articolo: “La personalità: quando consultare uno psicologo…”).

Con il termine identità si è cercato di rappresentare quei passaggi evolutivi che portano al consolidamento e all’affermazione di ciò che un individuo sente di essere. Già dall’età di tre anni si sviluppa una prima concezione di noi stessi e del posto che occupiamo nel contesto in cui viviamo secondo le qualità e le capacità individuali, ma anche in base a fattori come genere sessuale, ambiente culturale e/o religioso, età e interessi. Nel tempo e nei diversi passaggi evolutivi identità e personalità possono cambiare ed evolversi.

L’individuazione, cioè il processo di “costruzione” della propria identità, inizia nell’infanzia, durante l’adolescenza i ragazzi esplorano il senso di sé e il loro ruolo nel mondo, e durante l’età adulta l’identià si sviluppa consolidandosi.

Identità sessuale.

Nella sfera sessuale il termine identità mette in rilievo quanto una persona possa rappresentarsi e confrontarsi con il contesto sociale e culturale di riferimento. In base alla definizione del termine identità, che è stata data sopra, si può pensare che una persona dovrebbe percepire chi sente di essere a prescindere dalle influenze socio-culturali, ma quando l’identità ottiene un significato preciso nella sessualità, allora il contesto socio-culturale, i pregiudizi e gli stereotipi annessi diventano così potenti da mettere in secondo piano il bisogno di sentirsi unici e irripetibili e acquista più potere l’influenza socio-culturale ed ambientale. Per approfondire il tema “identità sessuale” suggerisco un articolo presente nel mio blog al quale si può arrivare cliccando qui.

L’identità, la sua rete e i mezzi di comunicazione di massa, social e nuove tecnologie.

Il gruppo sociale e famigliare hanno molto peso nell’individuazione di un individuo e nel formare il proprio senso identitario. Spesso i gruppi, ai quali sentiamo di appartenere, rafforzano le nostre convinzioni e i nostri valori, conferendoci anche forza e autostima. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa e le nuove tecnologie si sta rendendo più sfuocata la differenza tra io pubblico e io privato, segno che le nuove tecnologie stanno avendo un notevole peso nel modo in cui le persone “formano” la propria identità personale.

Gli stati dell’identità.

James Marcia ha postulato la teoria degli stati dell’identità, secondo la quale l’identità si sviluppa quando i ragazzi “risolvono” fasi critiche, elaborando e rappresentandosi le proprie scelte, nei vari campi della vita. Secondo Marcia ci sono quattro stati di evoluzione identitaria: diffusione, blocco, moratoria e identità realizzata. Nello stato di identità diffusa l’adolescente non è ancora impegnato verso una particolare identità e non ha stabilito un obiettivo o una prospettiva per la vita. Nello stato di blocco, adottando valori imposti o tradizionali, il giovane si impegna prematuramente verso una certa identità senza esplorare le proprie concezioni e il proprio modo di essere in divenire. Nella stato di moratoria i ragazzi esplorano diversi ruoli e opzioni pur senza essere impegnati verso una particolare identità. Infine, nell’identità realizzata esplorano diversi opzioni e impegnandosi nel raggiungere degli obiettivi e costruendo i propri valori e convinzioni risolvono i “problemi identitari”.

TU CHIAMALE SE PUOI… EMOZIONI

Trasformando una parte del testo della canzone di Battisti Mogol (“Emozioni”), prendo spunto da questa, continuo la serie di articoli per chiariscono e definiscono alcuni termini che vengono utilizzati in molti testi, articoli, interviste che trattano temi di psicologia, psicoterapia, pedagogia etc. Oggi parlo dei termini emozione, sentimento e umore.

Penso che una persona possa avvicinarsi a certi argomenti, e ad alcune esperienze che concernono i temi che tratto, se gli viene data la possibilità di capirci qualcosa in più. Ovviamente, la lettura e una conoscenza contenutistica di tali non può sostituirsi ed essere utile quanto una consulenza, o una consultazione, con un professionista. Questo è il motivo per cui scrivo dei testi in cui, semplicemente, definisco alcuni termini come ho fatto nel precedente articolo “Identità e personalità in poche parole”.

Emozioni.

Le emozioni possono essere definite come esperienze spontanee, transitorie e reattive, frequentemente accompagnate da fenomeni somatici (sudorazione, tachicardia etc.). Quindi, stati affettivi intensi di carattere acuto.

Sentimenti.

Sono emozioni che protratte nel tempo caratterizzate da una presa d’atto cosciente, piacevole o spiacevole. Alla base delle rappresentazioni psichiche ci sono i sentimenti che scaturiscono da modificazioni somatiche o da esperienze soggettive, provocate da stimoli esterni. Quindi, stati affettivi più protratti nel tempo.

Umore.

L’umore può essere definito come il tono affettivo di base che “colora” l’intera esperienza della persona. Quindi, è una disposizione o stato prolungato di tonalità affettiva di base che descrive lo stato del sé in relazione al proprio ambiente e, nella patologia, origina nel contesto di una vulnerabilità (interazione tra la predisposizione costituzionale – neurobiologica post-nascita o genetica – allo sviluppo di un certo disturbo fisico o psicologico – diatesi – e condizioni ambientali).

Emozioni e sentimenti nella consultazione, in consulenza e in psicoterapia.
Nella consultazione.

In una consultazione richiesta per avvalersi di un trattamento psicoterapeutico, o di un sostegno psicologico, si può fare chiarezza rispetto le emozioni e i sentimenti implicati nella situazione che ha portato alla richiesta della consultazione. Nel contesto della consultazione, lo psicologo psicoterapeuta, implicitamente, comprenderà anche il tipo e l’organizzazione di personalità della persona che ha chiesto il suo intervento, come comprenderà limiti e risorse di questa. In relazione a tutto ciò, e alla domanda d’aiuto che gli è stata fatta, proporrà un certo tipo di intervento psicologico o psicoterapeutico.

Nella consulenza.

Anche in una consulenza, sicuramente, si chiariscono le dinamiche psichiche ed emotive che hanno portato alla consulenza, ma in questa, a differenza della consultazione, la persona (o persone) che si rivolge allo psicologo non si rivolge, in prima battuta, per valutare la possibilità di avvalersi in prima persona di un intervento psicoterapeutico. Un esempio può essere la consulenza chiesta da due genitori per le difficoltà del figlio e/o per le difficoltà che questi stanno vivendo con lui. In questa situazione non stanno chiedendo, direttamente ed esplicitamente, una terapia per loro o per uno di loro due, ma ciò non esclude che durante gli incontri di consulenza possa venire alla luce che le difficoltà del figlio possano essere anche reattive ad un loro modo di intendere ed espletare la funzione genitoriale- educativa, oppure reattive a delle loro difficoltà di coppia e attraverso la consulenza potrebbero accettare di essere in crisi e magari risolverla con l’aiuto opportuno;  altresì potrebbe essere che uno dei due stia vivendo una condizione di sofferenza soggettiva, che incide negativamente sulla famiglia, e valutare la possibilità di avvalersi di una psicoterapia personale senza escludere del tutto la famiglia dal lavoro psicoterapeutico. Come è anche possibile che sia solo il figlio ad avere bisogno di un intervento psicologico e che i genitori possano essere coinvolti in colloqui periodici educativi, di condivisione, monitoraggio e verifica rispetto all’intervento rivolto al figlio. Ovviamente, in questi incontri non si esplicitano i dettagli e i contenuti delle sedute tra minore e psicologo.

Nella psicoterapia.

In una psicoterapia si ha la possibilità di lavorare rispetto ad un cambiamento della propria personalità e ciò inciderà sulla propria tonalità affettiva di base, ossia l’umore. Ovviamente, si passerà attraverso le emozioni e i sentimenti. Nella sezione “articoli” del sito, come anche in altre parti dello stesso, sono presenti altri testi che concernono la psicoterapia e per tale motivo non mi dilungo a scriverne in questo articolo.

Sicuramente, riuscire a permettersi di vivere le proprie emozioni, non solo sulla pelle e nel corpo, ma riconoscendole, pensandole e trasformandole in parole, in comportamenti pensati, in sentimenti, incide in modo positivo sullo stato di salute di ognuno di noi. E’ da questa consapevolezza che è nato il titolo di questo articolo “tu chiamale se puoi … Emozioni”, perché quello di poter vivere e riconoscere le emozioni è una possibilità e un potere che le persone possono avere. In uno stato di salute ciò avviene spesso e in modo “naturale”, mentre negli stati di sofferenza tale capacità viene meno e la psicoterapia può ripristinare tale capacità.