LE PERSONALITA’.

identità e personalità in adolescenza
LA PERSONALITà.

La “personalità” può essere definita come un insieme di modalità relativamente stabili di pensare, sentire, comportarsi e mettersi in relazione con gli altri. Con “pensare” non si intende solo i sistemi di credenze e il modo in cui attribuiamo significato a noi stessi e agli altri, ma con “pensare” si fa riferimento anche ai valori morali e agli ideali.

Anche se la personalità conserva, nel tempo, significativi elementi di stabilità e continuità, la personalità non è fissa e immutabile, ma evolve lungo l’arco della vita. Ad essere stabile non è il comportamento di per sé, ma le dinamiche psicologiche che possono essere attivate o rimanere silenti in una data circostanza.

Di cosa ha bisogno la persona.

 Il concetto di personalità diventa più semplice da comprendere scrivendo che la personalità riguarda ciò che uno è piuttosto ciò che uno ha, quando “ha” è inteso come disturbo.

Indipendentemente dai sintomi, o dai disturbi e dalle difficoltà, con cui le persone si presentano allo psicologo, nel corso della psicoterapia, finiscono per rendersi conto che le loro difficoltà sono intrinsecamente legate a come sono loro. La persona che si rivolge ad uno psicologo psicoterapeuta ha bisogno di essere aiutato a comprendere il proprio funzionamento psicologico come sistema generale e perché è ripetutamente vulnerabile a un certo tipo di sofferenza. Nel corso del trattamento la persona comincia a rendersi conto che in determinate circostanze ripropone e attiva dinamiche psicologiche (funzionamenti psichici) di cui prima non era consapevole e che lo portavano a comportamenti (vari) che gli procuravano sofferenza e/o difficoltà relazionali e/o sintomatologie di varia natura.

La personalità non è un disturbo.

Ogni persona ha uno stile/tipo di personalità e il termine “disturbo” è una convenzione linguistica con cui i clinici indicano un grado di gravità e rigidità che compromette il comportamento e causa sofferenze o difficoltà. Per esempio, una persona può avere uno stile narcisistico senza necessariamente avere un disturbo narcisistico di personalità (Mc Williams, Lingiardi, 2018).

Quando ciò che sei ti procura sofferenza e difficoltà.

Un criterio che porta i clinici a utilizzare la convenzione linguistica “disturbo”, è l’evidenza del fatto che un certo modo di funzionare causi un disagio significativo all’individuo stesso o agli altri, sia stabile nel tempo e faccia parte della propria esperienza al punto da non ricordare di essere stato differente o immaginare di poterlo essere. Molte persone con una patologia della personalità non sono consapevoli della loro caratteristiche problematiche, o non se ne preoccupano, e spesso si rivolgono ad uno psicologo perché spinti da qualcun altro. Altri cercano spontaneamente la psicoterapia, non per motivi che riguardano la personalità, bensì per qualche disagio specifico e circoscritto, tra cui ansia, depressione, disturbi alimentari, sintomi somatici, problemi relazionali, traumi, fobie, comportamenti autolesivi, compulsioni (Mc Williams, Lingiardi, 2018).

La psicoterapia.

Ai fini di una psicoterapia che possa efficacemente cambiare aspetti fondamentali del funzionamento psicologico, comprendere un individuo nel suo complesso e secondo le sue traiettorie evolutive può essere più importante che classificare il sintomo di cui soffre o padroneggiare specifiche tecniche terapeutiche (American Psychological Association, 2012; Norcross, 2011). Dunque, un terapeuta capace che conduce un colloquio clinico non solo valuta i sintomi del paziente, il suo stato mentale e il contesto socioculturale in cui si è sviluppato il problema, ma cerca anche di tenere in considerazione la personalità, i punti di forza e di debolezza e i principali temi strutturali.

Bibliografia

American Psychological Association (2012). Riconoscimento dell’efficacia della psicoterapia. Tr.it in Psicoterapie e scienze umane, 3, XLVII, 2013, 407-422.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

Norcross, J. C. (a cura di) (2011). Quando la relazione psicoterapeutica funziona (vol. 1 e 2). Tr. it. Roma: Sovera Edizioni 2012.

RELAZIONE E CONVIVENZA.

Un breve articolo per un breve viaggio dall’io al tu, sino al noi. Dall’individuo alla relazione. Dalla molteplicità del Sé alla molteplicità del reale e del virtuale.

La complessità della molteplicità.

La molteplicità non è superficialità ma è complessità. Nella nostra vita quotidiana, siamo portati, per diversi motivi a fare più cose, spesso nello stesso tempo e nello stesso spazio. Come nella vita on line apriamo diverse finestre e stando in ognuna di queste passiamo da uno stato mentale all’altro. Per esempio, si può scrivere a computer, ma nel frattempo occuparsi anche di una cosa importante che ti ha chiesto tuo figlio, come ti potrebbe venire alla mente una questione lavorativa che è meglio affrontare subito. Questi passaggi da un’attività all’altra richiedono passaggi a stati mentali diversi. Si potrebbe avere l’impressione di non andare in profondità in ognuno di questi stati molteplici, ma è molto probabile che la sfida contemporanea sia stare in questa molteplicità e non ritenerla superficiale, ma complessa.

Molteplicità e convivenza con noi stessi.

Come tutte le cose complesse, questa complessità richiede un lavoro che porti al saperci stare e convivere con questa molteplicità complessa. Ognuno di noi è fatto di diversi aspetti e diverse parti in dialogo tra loro. Si potrebbe dire che la prima convivenza con la molteplicità è con noi stessi. E’ importante credere di essere unici e coerenti con la nostra unicità, ma questa è un’illusione necessaria perché siamo costantemente in dialogo, in contrattazione con i nostri desideri, valori, spinte, contraddizioni diversi e spesso contrastanti.

Philip Bromberg, uno psicologo e psicoanalista americano, nel suo libro “Standing in the Spaces”, sostiene che la mente all’origine non sia unitaria, ma nasca come una molteplicità di stati, in continua dialettica. Secondo Bromberg, la premessa per una vita soddisfacente e consapevole è che i diversi stati del Sé, propri di ogni individuo, riescano a vivere in un movimento continuo tra separatezza e unitarietà. Tornando alla convivenza con noi stessi, utilizzando il linguaggio della psicoanalisi, si può dire che ogni stato del Sé funziona in modo ottimale se è in grado di negoziare e comunicare con gli altri stati del Sé, dando al soggetto l’impressione (l’illusione necessaria) di un Sé unitario. Esistono forme di dissociazione che sono sane e necessarie e caratterizzano la vita mentale di tutti gli individui. Esistono dissociazioni di cui invece soffrono persone che hanno subito un trauma, o che soffrono di disturbi della personalità, che meritano un discorso a parte che qui non tratterò.

Molteplicità e l’esperienza conscia e inconscia.

Siamo costantemente in dialogo con le nostre parti in maniera conscia e inconscia e per organizzare tale esperienza (l’esperienza conscia e inconscia) non c’è un modo unico valido per tutti, come afferma lo psicoanalista Mitchell <<molti di noi credono che ogni analista fornisca un modello o un quadro di riferimento teorico che non rivela ciò che si trova nella mente del paziente ma che rende possibile organizzare l’esperienza conscia e inconscia del paziente in uno dei tanti modi possibili, un modo che possa produrre un’esperienza più ricca e meno autodistruttiva […] Io penso che la mia competenza non stia nel sapere cosa c’è dentro di lui (il paziente), ma nell’escogitare modi di costruire la sua esperienza che sono potenzialmente utili […]>> (Mitchell, influenza e autonomia in psicoanalisi).

Molteplicità e convivenza con l’altro e gli altri.

Per poter convivere con gli altri, e in particolar modo con la persona per noi significativa (l’atro significativo), abbiamo bisogno di un’armoniosa e ricca convivenza con le nostri parti (le parti del proprio Sé). Queste nostre parti devono poter trovare un’organizzazione armoniosa nell’Io (l’individuo) per potersi incontrare con le diverse parti di un altro individuo. Vittorio Lingiardi, nel suo libro “Io, tu, noi. Vivere con se stessi, l’altro, gli altri”, sostiene che mettere d’accordo le tante “persone” che sono dentro di noi, che poi si organizzano attorno al nostro “Io”, con le tante persone che sono dentro l’altro da noi, che poi si organizzano nel “Tu”, rendono possibile l’incontro fondamentale tra l’Io e il Tu che riguarda qualsiasi relazione significativa (genitore – figlio, maestro – allievo, psicologo – paziente).

La molteplicità nella stanza della psicoterapia.

Freud diceva che nella stanza di analisi si è almeno in quattro: analista e paziente; i loro rispettivi inconsci e, aggiungo, ciò che questi inconsci possono “creare” dal loro incontro; poi ci sono i loro rispettivi “genitori” (siamo pieni delle altre persone che hanno formato la nostra struttura).

Conclusione.

Concludo questo articolo con delle frasi che riporto spesso negli articoli che scrivo: siamo relazione e ciò che conta non ci lascia mai. Il riconoscimento reciproco sta nel riconoscere l’altra persona nella sua alterità e ciò richiede un lavoro di costruzione quotidiano per mettere d’accordo queste molteplici dimensioni dell’individuo e della relazione. Anche l’incontro amoroso non è fatto del colpo di fulmine ma di questi movimenti quotidiani di costruzione nella molteplicità e nella complessità, se si vuole mantenere viva una relazione, ad ogni “rottura” deve seguire una “riparazione”.