PSICOTERAPIA IN ADOLESCENZA.

Il complesso di Edipo e le vestigia ambientali e relazionali.

Nell’articolo “il complesso di Edipo (in psicoterapia)” sono stati presentati i concetti di pulsione, transfert, oggetto, il complesso di Edipo e la loro utilità in una psicoterapia.

Ricordo che, nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

Moments of meeting.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

La teoria classica.

Secondo la teoria classica, in psicoanalisi, la persona nevrotica di sesso maschile non può tollerare la fantasia, il simbolico, di uccidere il proprio padre quando è preso dei sentimenti aggressivi e/o da ciò che lo muove per lo svincolo. La stessa cosa avviene per la femmina nei confronti della madre. In generale, la persona nevrotica non può tollerare di uccidere, in senso simbolico, i propri genitori e identificarsi con il padre nel caso del maschio , con la madre nel caso della femmina. Non può tollerare la fantasia di poter “uccidere” genitori che non hanno permesso di realizzare i desideri edipici, i desideri edipici per Freud sono i desideri inconsci. Desideri che si provano per gli oggetti primari (persone che si sono prese cura del bambino), con i quali si è avuta l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di desiderare alcune esperienze a volte non rappresentabili ma inscritte in noi, nel nostro inconscio. Queste sono le vestigia ambientali e relazionali del nostro essere.

Secondo la teoria classica il transfert è il trasferimento inconsapevole di desideri inconsci sulla figura del terapeuta. Secondo la teoria delle relazioni oggettuali, altra teoria psicoanalitica, Il transfert è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevole, nella relazione terapeutica e con/sulla figura dello psicoterapeuta.

Adolescenza e teoria psicoanalitica classica.

Durante l’adolescenza, secondo la teoria psicoanalitica classica, si vive una ricapitolazione dei processi separativi (ricapitolazione dell’Edipo), cioè si ripetono quei processi di separazione che c’erano stati nelle prime fasi della vita, tali processi sono anche chiamati processi primari postumi. Nella pubertà c’è l’incontro con un nuovo oggetto (nuove persone importanti, ma anche il “nuovo” corpo dell’adolescente e, semplificando una “nuova” mente) che può essere paragonabile all’affacciarsi al mondo esterno del neonato. Le basi narcisistiche trovano la base in questi processi primari postumi, visti dalla teoria classica come una ricapitolazione dell’Edipo, visti dalla teoria del deficit separazione-individuazione come una riedizione dei processi separativi.

La psicoterapia contemporanea con l’adolescente e l’adulto.

Oggi, l’adolescenza non è vista come una riedizione dell’Edipo e neanche come una riedizione di processi di separazione-individuazione, mentre, con gli sviluppi della psicologia clinica, della psicoanalisi e delle neuroscienze si cerca di individuare e sentire, nella relazione psicoterapeutica, il portato delle vestigia ambientali e relazionali del primo sviluppo cercando i segni della loro presenza stando “attenti” e sintonizzati su ciò che sono stati chiamati “moments of meeting” (Stern, 2005).

Una “nuova nascita”.

L’adolescenza è vista come una nuova nascita che è accostata ai momenti precoci dello sviluppo che costituiscono le basi narcisistiche. Ciò che è in ballo non è solo il tener presente la teoria del deficit separazione-individuazione, o prestare ascolto alla diagnosi segreta che ha di sé l’adolescente (che va ascoltata, percepita, a volte intuita, come prima cosa per non incorrere nel rischio di classificazione), ma sono in ballo le vestigia ambientali e relazionali (percepire i segni della loro presenza) che bisogna rintracciare per attingere a questi momenti ambientali e relazionali: per poter diventare me stesso ho bisogno di una base che è saggiata perché la base è fatta di questi “momenti” relazionali precoci.

<<Come l’interpretazione è l’evento terapeutico che riorganizza la conoscenza dichiarativa conscia del paziente, così i momenti di incontro (moments of meeting) umano e diretto, spontaneo e autentico, rappresentano l’evento che riorganizza la conoscenza relazionale implicita per il paziente e lo psicoterapeuta. Naturalmente un momento di incontro, implica una condizione di identificazione e apprendimento (Guillaumin, 1976), una disponibilità alla rivalutazione emotiva e cognitiva, una specifica sintonia affettiva. Queste condizioni descrivono ciò che si verifica nel dominio della relazione implicita e condivisa. Si crea un nuovo stato diadico specifico tra i due protagonisti della psicoterapia (relazione terapeutica). Il transfert e il controtransfert costituiscono solo la tela di fondo di svariati momenti di incontro, ciò che è in gioco è la personalità delle due persone che interagiscono, relativamente spogliate di qualsiasi investitura di ruolo (Stern, 1998) […] Il lavoro psicoterapeutico, soprattutto con l’adolescente, suggerisce con particolare evidenza il valore di questi momenti di incontro (moments of meeting). Tale forma di incontro intersoggettivo consente all’adolescente e al terapeuta di risperimentare stili e atteggiamenti emotivi disturbanti, cioè alcune categorie inconsce dell’affetto. Tale coinvolgimento rappresenta il modo più profondo e talvolta più doloroso che conosciamo di sperimentare il nostro sé in presenza dell’altro. Nel corso del tempo, lo psicoterapeuta si trova così a proporre un nuovo modello di rapporto con l’altro, Che potrà essere interiorizzato>> (Monniello, Quadrana, 2010).

Psicoterapia in adolescenza e in età adulta.

La psicoterapia con l’adolescente rende più evidente che il modello evolutivo, muovendo dalla relazione madre-bambino, va in parallelo ad una processualità psicoterapeutica analitica che non cerca di scoprire quale inconscio (inconscio rimosso), ma favorisce le produzioni attive (racconto, immagini ecc.) dell’adolescente sulle quali produrre un dialogo.

Quanto scritto è anche utile e applicabile nella clinica e nella psicoterapia con la persona adulta, ma è la psicoterapia con l’adolescente che ha permesso di rivelare tutto ciò in modo più vivido.

E’ importante valorizzare la capacità di raccontarsi e scoprire che ogni volta si racconta un po’ diversamente (e ci si racconta un po’ diversamente). Il raccontare chiama in causa l’ascoltatore e la possibilità di auto osservarsi. Il raccontarsi chiama in causa un’alleanza terapeutica, ambiente e terreno fertile della psicoterapia.

Bibliografia

Guillaumin, J. (1976). L’énergie et les structures dans l’expérience dépressive. Le role du préconscient. Rev. franç. Psychanal., 5-6, 1059-1072.

Monniello, G. Quadrana, L. (2010). Neuroscienze e mente adolescente. Roma, Magi editore.

Stern, D. (1998). Le interazioni madre-bambino nello sviluppo e nella clinica.  Milano, Raffaello Cortina Editore.

L’IMPORTANZA DEL GIOCO PER L’ESISTENZA UMANA.

Anche questa volta faccio riferimento a Donald Winnicott, come ho già fatto in altri testi presenti nel mio sito, per introdurre il gioco: <<il gioco è universale e appartiene alla sanità, il gioco porta alle relazioni di gruppo […] il gioco facilita la crescita […] mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo>> (Winnicott, 1974). L’originalità di Winnicott è stata quella di inserire il gioco in un’area definita transizionale, ossia, <<un’area d’esperienza sospesa tra la realtà e la fantasia, tra soggettivo e oggettivo>> (Winnicott, 1974).

 Di seguito viene presentato il gioco in diversi vesti e contesti privilegiando l’area transizionale che questo permette di “vivere”.

Il gioco nell’area transizionale.     

Il termine “transizionale” indica un passaggio (transizione) e una <<permeabilità del nostro mondo psichico, popolato da paure, fantasie e desideri, rispetto alla realtà esterna che invece è fatta di “cose concrete”. Con il gioco i bambini possono manifestare “fuori” quello che hanno “dentro”, condividendolo inconsapevolmente con chi gioca con loro>> (Tonioni, 2011), anche la psicoterapia psicodinamica infantile si svolge così.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che giochi con loro prima di imparare a giocare da soli, è di primaria importanza <<che in origine ci sia un adulto (di solito la madre) disposto a partecipare attivamente ai gesti spontanei o alle iniziative del bambino. Si comincia con “bu, bu, settete!”, per passare a interazioni sempre più complesse, fino al raggiungimento di un rapporto di solida fiducia con l’ambiente circostante, del quale diventa possibile accettare “buone regole”. Giocando si impara a usare oggetti in rappresentazione di altri perché investiti di significato simbolico: una forchetta diventa… un pettine, un bastoncino… una bacchetta magica! Attraverso il gioco un bambino si sente vivo perché mentre gioca è se stesso (“costruisce” e “scopre” se stesso e il “proprio ambiente); così facendo agisce in modo creativo sull’ambiente, modificandolo e lasciando un’impronta di sé>> (Tonioni, 2011).

Il gioco e il giocattolo nella psicoterapia e in generale.

<<I bambini si trovano a vivere una situazione di costante dipendenza, di urgenza di grandi bisogni, e di grandi emozioni; hanno costantemente paura che i loro bisogni rimangono insoddisfatti, paura dei loro bisogni proiettati all’esterno>> (Ferro, 1992).

I bambini temono che i propri sentimenti, paure, emozioni, istinti siano incontenibili, che esista il rischio di esserne travolti, mentre il gioco, come anche le favole, mostrano loro che, anche nelle situazioni temute come catastrofiche o irrimediabili, è possibile trovare una soluzione. Come? Se consideriamo la comparabilità gioco-simbolo, sarà solo dall’incontro di questo (gioco) con quel singolo bambino, in quel momento, e poi con quell’altro in quell’altro momento, che si avranno tanti significati, tanti sensi differenti quanto diversi sono i vari bambini e le esperienze emotive, o meglio le necessità emotive proprie del singolo bambino, aggiungerei in quell’incontro (Ferro, 1992). Con queste parole ho descritto l’aspetto di insaturità del gioco che vale sia nella stanza di psicoterapia, sia in generale. Se un gioco, o un giocattolo (come anche un’interpretazione), è già saturo di significato, magari dato dall’adulto che gioca con lui, il bambino rimane “vittima” del gioco stesso; mantenere insaturo il gioco (e l’interpretazione) evita tale rischio. Non si tratta di qualcosa da scoprire attraverso il gioco, o di qualcosa da scoprire qualcosa per mezzo dell’interpretazione (nel caso della psicoterapia con l’adulto), ma di qualcosa che deve essere costruito nella relazione attraverso una sintonizzazione che consente un’espansione della mente e della pensabilità.

Gioco, presenza mentale e narrazione.

<<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Il giocattolo si pone come un pre-testo di una narrazione che si svilupperà nel gioco condiviso, gioco che può essere inteso come “esperimento semiotico e conoscitivo” (Betolini et al., 1978).

L’introiezione di una mamma da parte del bambino (introiezione, semplificando, significa portare nella mente una rappresentazione, con l’affetto corrispondente, della madre) <<che sappia raccontare favole, o partecipar al gioco del bambino, consente sempre più che egli possa sia “giocare da solo”, narrandosi quanto gli accade dentro, prendendone le distanze, trovando soluzioni, sia fare lo stesso con altri bambini; inoltre il tutto sarà creativo se continuerà ad essere disponibile un’”agenzia di accoglimento di quelle ansie e angosce” che potranno esserci in certi momenti del gioco […]>> (Ferro, 1992).

Il gioco negli adulti.

Anche noi adulti giochiamo, se ce lo permettiamo e permettercelo in alcuni casi non è così scontato. Noi adulti giochiamo, nell’ambito del nostro vivere quotidiano, quando per esempio sentiamo che la pausa per il caffè, o altri momenti di svago, fantasticherie o distrazioni, sono funzionali allo svolgimento del nostro lavoro. <<Se la risata o lo scherzo con un collega sono avvertiti come bisogni che non riusciamo a procrastinare, allora stiamo giocando […]. Giocare offre una soddisfazione intrinseca all’attività stessa, la sensazione di agire e di esserci nel mondo, la percezione di sé e delle proprie capacità e abilità, è un canale preferenziale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro. Il gioco non è solo un atto in sé ma una sequenza comportamentale che permette, primariamente al bambino (ma anche all’adulto), di fare esperienza e così di costruire il suo parere e la sua sicurezza>> (Tonioni, 2011).

Il gioco nella sessualità.

Anche la sessualità può essere intesa come gioco, nel senso che coinvolge la mente (fantasie, desideri), l’intesa mentale, la corporeità dei partner e la relazione tra i due. In questa accezione anche la sessualità è un canale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro, quindi è anche un canale comunicativo e un’area transizionale dove si ritrovano molte vicende importanti della coppia: sentimenti, intesa, intimità, gestione dell’aggressività, negoziazione, attrazione, condivisione etc.

Un’area transizionale dei due partner in cui spazio e tempo assumono significati che vanno oltre la semplice concretezza e dove i due oscillano tra individualità e dualità. L’alternanza tra l’appagamento per il proprio piacere personale e quello provocato nell’altro è fondamentale per una buona intesa di coppia.

Ogni coppia può trovare il proprio spazio e il proprio tempo e liberare la propria creatività, personale e condivisa, e costruire un proprio modo di fare l’amore inserendo gli elementi che vuole (piacevoli, originali, nuovi), alternando tenerezza, passione consuetudini, sex toys e così via pur sempre nel pieno rispetto di desideri reciproci e della complessità dell’essere.

Il gioco on line.

Due parole le voglio dedicare anche al gioco on line giusto per dire che molti degli aspetti del gioco a cui ho accennato sono importanti anche nel gioco on line, <<tuttavia in quest’ultimo spesso vengono a mancare gli aspetti di espressione e condivisione dei contenuti emotivi, la creatività intesa come creazione di scenari o nuovi giochi usando solo la fantasia, l’opportunità di fare esperienze reali e mettere alla prova le proprie risorse, abilità e idee>> (Tonioni, 2011)

Conclusione.

Sintetizzando, il gioco permette di esistere creativamente sviluppando capacità e abilità soprattutto in relazione con l’altro. In questo senso il gioco è importante per l’esistenza umana in un’area sospesa tra soggettivo e oggettivo, tra fantasia e realtà. Questo tipo di esistenza permette lo sviluppo della mente, della pensabilità di ciò che ci accade e delle relazioni. In condizioni di crescita e sofferenza <<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Termino questo testo inserendo il video con un bambino che sogna il gioco, sogna di giocare con un qualcuno importante, nonostante viva una situazione oggettiva che potrebbe uccidere la fantasia, il sogno, la creatività, la mente e la vita ma sono proprio la mente e la fantasia che gli permettono di sopravvivere e “sognare” insieme alla presenza di qualcuno che è lì per lui e con lui.

Video

I VIDEOGIOCHI E IL CORPO IN ADOLESCENZA.

Nel corso dell’adolescenza i ragazzi cercano di costruire una rappresentazione mentale del corpo e dei suoi cambiamenti, infatti, l’adolescenza è una fase del ciclo di vita caratterizzato da molti cambiamenti fisici e psicologici. Nel web si possono trovare molti articoli, testi che affrontano queste metamorfosi secondo un approccio psicodinamico che pone accento sul corpo e i suoi cambiamenti come motore di un delicato percorso di costruzione dell’identità. Questo articolo affronta la mentalizzazione del corpo in adolescenza anche attraverso l’uso dei videogiochi.

Mentalizzazione del copro in adolescenza.

All’interno del percorso di costruzione dell’identità l’adolescente cerca di giungere ad una rappresentazione mentale del corpo pubere e ad un’accettazione delle implicazioni psicologiche che esso comporta. Questo compito prende il nome di processo di mentalizzazione del corpo ed è un compito evolutivo centrale in adolescenza.

Matteo Lancini (psicologo, psicoterapeuta, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca), in un’intervista pubblicata nel sito “Wired” il 22 Maggio 2019, intervistato da Emilio Cozzi, fa notare che <<oggi, contrariamente agli adolescenti del passato per cui le problematiche riguardavano perlopiù l’accettazione di un nuovo corpo sessuale, il corpo è diventato estetico. Non è un caso che Fortnite fatturi milioni di dollari ogni mese vendendo skin, cioè orpelli con cui abbellire i propri personaggi senza modificarne le prestazioni in game. Oggi, più di altro, sembra contare la rappresentazione di un corpo bellonel senso di visibile e ammirato, il che riporta a una tematica anche più estesa che riguarda ognuno di noi: la rappresentazione del nostro sé, la percezione dei limiti e di una supposta onnipotenza, un nodo etico complesso.>>.

Il corpo “nel” videogioco.

Lancini invita a riflettere:

<<Oggi viviamo un’epoca in cui il corpo può essere superato, potenziato, nelle sue disparate versioni digitali può essere facilmente portato oltre i suoi limiti naturali – si pensi agli avatar online, o a quelli in un videogioco. È quindi fondamentale interrogarsi sul suo nuovo “ruolo”: la modernità l’ha tolto di mezzo, oppure, come tendiamo a credere, il corpo ricompare sotto altre forme generando una sorta di mondo di ipercorpi, in cui i corrispettivi reali sono in casa ma la loro simbolizzazione vaga dappertutto? Studiare questa relazione intrapsichica e relazionale inedita è centrale.>>

E’ importante il come, non il cosa.

I ragazzi, sembrano sapere quanto reale e virtuale si compenetrano e, anche riguardo il corpo, sanno che le interazioni dirette e contatto fisico sono esperienze qualitativamente diverse da quelle che avvengono on line. Non bisogna vedere il videogioco come qualcosa che separa il ragazzo dalla realtà, certo che un utilizzo eccessivo di videogiochi (o di attività on line) genera delle domande e delle preoccupazioni, ma bisogna provare a dargli un senso cercando un dialogo con questi ragazzi essendo autenticamente interessati al mondo di internet, al mondo dei videogiochi e a come lo vivono. <<Chiedersi se i videogiochi facciano male è impostare la questione in maniera parziale; occorre domandarsi quale significato hanno i comportamenti. Per qualcuno videogiocare, e anche molto, può essere sperimentazione di sé, può appartenere a un processo di crescita, di sviluppo o addirittura essere la prefigurazione di una carriera. Per altri può indicare un disagio. Conta sempre il come, non il cosa>>.

DALLA SCOPERTA DEL CORPO IN ADOLESCENZA VERSO LA STRUTTURAZIONE DELL’IDENTITA’.

gli adolescenti e la trasformazione delle famiglie e dei modelli educativi

La sessualità costituisce un elemento determinante per lo sviluppo della personalità, è un mezzo di espressione e di comunicazione, nucleo centrale dell’identità della persona: riguarda il modo di porsi in relazione agli altri. La sessualità non è qualcosa che viene coinvolta solo quando si desidera soddisfare il bisogno sessuale, ma l’essere femmina o l’essere maschio si riflette su tutto quello che facciamo.

Avvicinarsi al corpo scoprendo progressivamente le sensazioni che può dare, significa soprattutto riconoscersi nelle proprie emozioni e nei propri desideri.

Identità di genere.

L’adolescenza è il periodo in cui ci si interroga sui propri cambiamenti, si ha l’impressione di vedere il mondo con occhi nuovi. Chiedersi “chi sono” significa anche porsi delle domande sul proprio essere maschio o femmina, ossia sulla propria identità di genere.

La componente biologica.

Nel periodo puberale la componente biologica dell’identità ritorna in primo piano. Sotto la spinta ormonale il corpo si trasforma e assume in breve tempo i caratteri definitivi del maschio e della femmina adulti (caratteri sessuali secondari).

Durante la pubertà e l’adolescenza il maschio incontra l’assenza di un segnale certo sulla sua identità, mentre la femmina incontra un segnale biologico forte e chiaro: la comparsa delle mestruazioni e i cicli mestruali che seguiranno confermeranno mensilmente il passaggio biologico dall’essere bambina all’universo femminile. La comparsa dei caratteri sessuali secondari, in particolare lo sviluppo del seno, confermeranno la sua femminilità anche attraverso gli sguardi maschili.

Il ragazzo, al contrario della ragazza, si trova spesso alle prese con l’acne o un’improvvisa crescita corporea. Il suo segnale biologico, le eiaculazioni nel sonno, spesso restano un fatto segreto, spesso un fatto improvviso difficilmente condivisibile con la famiglia e i coetanei. La sua attenzione si sposta sulle dimensioni del pene e il confronto con gli amici serve a volte a rassicurare ma più frequentemente a creare ansie e timori di inadeguatezza.

La masturbazione.

In questo periodo di incertezza maschile la masturbazione entra in gioco e svolge una duplice importante funzione: dare sfogo a una spinta ormonale (incisiva sul corpo e sul cervello) e consentire una prima, se pur parziale, conferma all’essere maschio. Attraverso le fantasie erotiche il ragazzo si eccita, ottiene l’erezione, stimola il pene fino a raggiungere l’eiaculazione e l’orgasmo. L’autoerotismo rappresenta un’indispensabile fase preparatoria della sessualità agita e un momento di conferma dell’identità sessuale.

Per la femmina la masturbazione ha una minore importanza ai fini della conferma della propria identità ma la sua mancanza, se pur non compromette il consolidarsi dell’identità sessuale e la futura vita sessuale, può rendere più difficile la percezione del piacere e l’erotizzazione del corpo.

La masturbazione è sovente presentata come qualcosa di immaturo. In realtà, essa rappresenta una normale componente del comportamento sessuale della persona utile a conoscere il proprio corpo, e le donne – al pari degli uomini – possono trarne piacere.

Nella pubertà, il fenomeno autoerotico, presente fin dall’infanzia, si intensifica, a causa delle nuove emozioni sessuali avvertite, ed assume un significato diverso rispetto all’autoerotismo infantile, dove l’investimento libidico è rivolto a se stessi. Da questo periodo in poi invece viene indirizzato anche verso l’altro. Infatti le fantasie erotiche che accompagnano la masturbazione sono in relazione ad un’altra persona, reale o immaginaria, e rappresentano un percorso di progressivo avvicinamento alla relazione sessuale.

La masturbazione è dunque un’esperienza con cui si prende confidenza con il proprio corpo e con il proprio immaginario erotico. La masturbazione non è soltanto una caratteristica del periodo adolescenziale. Essa viene praticata da uomini e donne nelle diverse età della vita, non solo quando i rapporti sessuali sono impossibilitati, ma anche in coppia durante il rapporto sessuale o da soli.

Le prime esperienze.

Per l’adolescente maschio agire la sessualità rappresenta la più importante occasione per confermare quell’identità che la femmina ha già visto confermata dal segnale biologico delle mestruazioni. Anche per questo motivo le ragazze, spesso, le ragazze ricercano le prime esperienze all’interno di una relazione affettiva, anche se oggi il loro comportamento sessuale si avvicina sempre di più a quello maschile: anch’esse delegano a una sessualità precoce e “trasgressiva” il passaggio all’età adulta. Per il ragazzo, molto spesso, la possibilità di agire un rapporto sessuale e soddisfacente continuerà a rappresentare nel corso degli anni successivi un’importante conferma della sua identità. La ripetitività dei rapporti acquista un significato analogo a quello della ciclicità mestruale femminile: un segnale certo di appartenenza al genere. Si può comprendere allora come la comparsa di una disfunzione della sessualità venga vissuta drammaticamente come perdita non solo del piacere legato all’intimità e all’orgasmo ma della propria integrità di persona.

I pilastri dell’identità sessuale in adolescenza, non solo sessualità.

Durante il periodo dell’adolescenza si definiscono i pilastri sui quali poggia l’identità sessuale: la seduttività e l’agire la sessualità.

La seduttività per entrambi i sessi non è più quella infantile tesa a ottenere l’affetto e la protezione dell’adulto ma si trasforma in un richiamo per i coetanei. Quando i segnali inviati dal corpo hanno successo e ottengono risposta hanno un effetto positivo sulla percezione di sé. Piacere all’altro ed essere accettato e scelto rappresenta la conferma reale del proprio potere seduttivo che consolida l’identità sessuale. La bellezza facilita questo risultato mentre i difetti fisici, reali o presunti (dismorfofobie), possono minare il pilastro della seduttività. La seduttività consente di entrare in una relazione nuova con l’altro sesso (o con una persona dello stesso sesso se si è omosessuali), diversa da quelle amicali precedenti con i compagni di scuola e con gli amici: si creano di conseguenza le premesse che permettono ai giovani di agire le prime esperienze sessuali.

Da questo momento in poi, agire la sessualità diventa un secondo pilastro dell’identità. Per questo motivo la comparsa di una disfunzione sessuale maschile, in qualunque periodo della vita, rappresenta una “ferita” della propria mascolinità.

Maschi in difficoltà’.

Un altro importante pilastro psicologico e sociale dell’identità sessuale che si sviluppa a partire dai primi anni di scuola è l’investimento sulle proprie capacità. Il successo scolastico e, per i maschi sportivo, rinforza quel sentimento di autostima che consente di rapportarsi con gli altri, coetanei e adulti, in modo progressivamente più sicuro. Leggendo il libro di Zimbardo “maschi in difficoltà” o leggendo le ultime statistiche dell’indagine istruzione Ocse, i maschi stanno peggiorando nel loro impegno e successo scolastico rispetto le femmine, tanto che gran parte del loro tempo è trascorso ai videogiochi on line, nella visione di siti porno. Secondo gli studi e le indagini di Zimbardo l’immediata disponibilità della pornografia hardcore e della realtà dei giochi eccitanti forniscono alternative digitali considerate meno esigenti e per molti, più attraenti del sesso, dello sport e dell’interazione sociale nel mondo reale. L’immersione in questi ambiti alternativi sta creando il caos nello sviluppo cognitivo dei giovani, nella loro capacità di concentrazione e nel loro sviluppo sociale. I ragazzi adolescenti sembrano essere più “danneggiati” da questi comportamenti tanto da interagire e relazionarsi con altri virtuali più che con persone, andando così a perdere tutta la componente emotiva e relazionale che solo la relazione tra persone, relazione che contribuisce a far sviluppare un identità più sicura.

I pilastri dell’identità sessuale dopo l’adolescenza.

 Nelle età successiva saranno l’inserimento e l’affermazione nel mondo del lavoro a rinforzarla, ma anche questi altri pilastri stanno venendo meno al genere maschile.

Un positivo sentimento di appartenenza al proprio sesso non è mai definitivamente acquisito, anche quando il percorso di crescita si è svolto correttamente nelle sue prime tappe. Nell’arco della vita si renderanno necessarie nuove conferme. Per la femmina, nell’età adulta, la maternità porterà alla convalida, biologica e psicologica, della propria identità. In passato la maternità rappresentava il pilastro più importante dell’essere donna e ancora oggi mantiene la sua importanza. La paternità invece, se una volta era considerata come affermazione della propria virilità, oggi ha perso gran parte di questo significato, trasformandosi in quella capacità di “prendersi cura di” ritenuta fino a pochi decenni esclusiva del femminile.

In conclusione, nel mondo occidentale, seduttività, sessualità agita, maternità e paternità, insieme al ruolo sociale e lavorativo, sono diventate componenti fondamentali per raggiungere e mantenere un’identità stabile sia per gli uomini che per le donne.