Separazione imposta o subita e Lutto

Similitudini e differenze delle due forme di esperienza

Similitudini:


– esperienze comuni e fisiologiche nel corso della vita
– possono manifestarsi in anche in forma “complicata” (per esempio quando si attuino attraverso modalità violente o quando sono inaspettate o improvvise)
– il loro decorso, 4 fasi: fase dello smarrimento o del torpore, fase depressiva o dello struggimento, fase della rivendicazione o della disperazione, fase di riorganizzazione


Differenze:


– quando la separazione è traumatica questa intacca il senso di fiducia nelle relazioni e quindi anche la possibilità di un legame affidabile con l’altro; il lutto intacca la fiducia nella prevedibilità dell’esistenza
– nella separazione chi lascia l’altro lo fa come atto volontario
– nella separazione si perdono il legame di coppia e l’unità familiare, mentre il partner va verso un nuovo progetto di vita

L’elaborazione psichica di entrambe le esperienze richiede il disinvestimento affettivo nella relazione “perduta”, attraverso un processo che dia un nuovo senso all’esperienza, per poter re-investire in un nuovo legame

Separazione e dolore

Ogni separazione che comporta una perdita produce dolore. E’ la difficoltà ad accettare e a elaborare il dolore connesso a certi tipi di separazione che impedisce alla persona di riorganizzarsi efficacemente. Elaborare psichicamente una separazione significa dargli un senso attraversando il dolore. L’elemento chiave è proprio il dolore e la modalità con cui si cerca, o si evita, di avere a che fare con esso.


<<Il dolore, lo sconcerto, l’incredulità necessitano di un “contenitore” adeguato che permetta una ricostruzione di senso, premessa indispensabile a ogni elaborazione emotiva di una crisi che consenta di non interrompere i processi di trasmissione tra le generazioni, salvaguardando quella dei figli. Quando la separazione apre ad angosce e fantasie non sostenibili, la transizione appare impraticabile e minaccia fortemente la continuità dei legami familiari e la salute stessa dei figli>> (Cigoli, 2014, in “Divorziare: diritti dolori, eternità dei legami).

Genitori e benessere dei figli

Nessun bambino dovrebbe assumersi la responsabilità e la cura delle fragilità dei propri genitori, ma ciò può accadere anche se il bambino non lo sa. Nessun genitore dovrebbe mettere il proprio figlio in tale situazione, ma ciò può accadere anche senza la volontà del genitore perché potrebbe non averne consapevolezza.


<<Le caratteristiche di personalità di ogni adulto trovano nella genitorialità una diversa modalità espressiva che può annullare, inibire o al contrario, amplificare particolari tratti caratteriali, adattandoli alla realtà: può succedere che un genitore si scopra diverso da come pensava di essere, diverso da come dovrebbe essere, a volte migliore, a volte disarmato, a volte imprevedibile>> (Mazzoncini, Musatti, 2019).

Se sei in difficoltà chiedi aiuto e utilizza le risorse che pensi di poter utilizzare per sviluppare il tuo potenziale umano. Risorse presenti in te stesso, nella tua rete amicale e affettiva, risorse e servizi del territorio nel pubblico e nel privato.

Depressione e fluttuazioni del tono dell’umore

La depressione e le sue forme

La depressione è riconosciuta dall’Oms come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani. In questo e altri articoli verranno presentate le diverse forme delle sindromi depressive. Chi scrive è uno psicologo, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica interessato alle problematiche psicologiche, sociali, mediche e biologiche che non considera le esperienze umane come riducibili a parametri misurabili. Detto questo, l’interesse per l’argomento non è solo scientifico ma, in primo luogo, umano: l’esperienza soggettiva è al centro del mio lavoro tenendo in considerazione, ovviamente, anche le evidenze scientifiche senza ridurre l’esperienza soggettiva e umana a parametri misurabili.

La depressione è un disturbo del tono dell’umore. Prima di parlare di depressione come disturbo psichico vediamo cosa intendiamo quando parliamo di “tono dell’umore”.

Il tono dell’umore e le sue fluttuazioni

Ogni persona ha in ogni momento un dato stato, o condizione, o tono dell’umore (buon umore, cattivo umore, umore “medio”). Ogni persona ha un proprio stato disposizionale di fondo. Si possono avere normali fluttuazioni del tono dell’umore che non sono marcate e che non durano più di qualche ora. Il punto è che, anche se un individuo non è realmente depresso, il suo normale, quotidiano stato dell’umore non è solo marcatamente fluttuante ma anche labile: anche una persona mentalmente sana potrebbe alterarsi per un qualcosa di poco conto, o sentirsi malinconica. Ciò può anche dipendere da fattori fisici, cioè piccoli squilibri tossici e ormonali possono determinare una lieve malinconia, o anche una lieve stanchezza e apatia ma questa persona potrebbe notare che gli può bastare un caffè preso con un amico per tornare più euforico.

Le caratteristiche delle fluttuazioni del tono dell’umore

Questo esempio ci fa vedere come una delle caratteristiche di queste fluttuazioni dell’umore è che sono estremamente dipendenti da fattori fisici, riguardanti il corpo. A proposito di corpo e fattori fisici, in alcuni casi i circuiti del nostro cervello possono presentare qualche disfunzione e la depressione è tra le disfunzioni più frequente. Un’altra caratteristica di queste fluttuazioni è che queste possono essere costanti in una data persona e variano molto da una persona all’altra. Un’altra caratteristica è che sembra esserci un meccanismo autocorrettivo del tono dell’umore. L’ultima caratteristica è che molte di queste variazioni individuali rispetto alle fluttuazioni del tono dell’umore sono costituzionali ed ereditarie. Ciò non significa che vengono sempre ereditate.

La depressione

A parte le piccole fluttuazioni naturali e, se vogliamo, spontanee dello stato dell’umore normalmente se uno è molto triste è perché è successo qualcosa di grave. Quindi, sa perché è molto triste. Per esempio, la malinconia è quel tipo di sofferenza depressiva normale che consegue a una perdita grave e drammatica, come la morte di una persona cara ma non è detto che questa si trasformi in un a vera depressione intensa e durevole da essere sproporzionata rispetto all’evento.

Come scritto sopra, la vera depressione è un disturbo del tono dell’umore. La depressione è uno stato di malinconia più accentuato, meno legato a eventi di vita (come lo sono i lutti) e che dura più di qualche giorno.

Occorre definire il sintomo depressione per capire come si presenta una sindrome depressiva. Il sintomo depressione è una condizione emotiva di base che investe l’intera vita psichica dell’individuo e viene descritta come una sensazione pervasiva, persistente e non modulabile di malinconia, tristezza o apatia. L’umore depresso, però, non è di per sé sufficiente a fare diagnosi di disturbo depressivo. Il passo successivo prevede che tale sintomo si aggreghi ad altri segni e sintomi a costituire un episodio depressivo. Nell’episodio depressivo ci sono una serie di alterazioni nell’area emotivo-affettiva, nell’area cognitiva (e dell’eloquio) e dell’area neurovegetativa. Non entro nello specifico di ogni area ma anche da qui si capisce come la depressione interessi tutto il corpo.

L’episodio depressivo maggiore.

 In genere si ritiene che per poter parlare di vera depressione bisogna che uno stato malinconico dell’umore duri più di due settimane. Secondo il DSM 5 l’episodio depressivo maggiore che è caratterizzato dalla presenza – durante e per almeno un periodo di due settimane – di almeno cinque dei seguenti sintomi (di cui necessari uno dei primi due è necessario per fare diagnosi di episodio depressivo maggiore):

  1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (come riportato dall’individuo o come osservato dagli altri);
  2. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni;
  3. Significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso (per es., un cambiamento superiore al 5% del peso corporeo in un mese) oppure diminuzione o aumento dell’appetito;
  4. Insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni;
  5. Agitazione o rallentamento psicomotori quasi tutti i giorni;
  6. Faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni;
  7. Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, quasi tutti i giorni
  8. Ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni;
  9. Pensieri ricorrenti di morte, ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o un piano specifico per commettere suicidio

Per fare diagnosi di episodio depressivo maggiore, i sintomi devono recare un disagio significativo o una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. L’episodio di alterazione dell’umore, inoltre, non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica generale. 

ANSIA E DISTURBI D’ANSIA.

ANSIA COME CONDIZIONE FISIOLOGICA.

L’ansia come condizione fisiologica (esperienza comune e non patologica) coincide con una sensazione che qualcosa di genericamente negativo stia per accadere (anticipazione di una minaccia futura) e/o coincide con una condizione di allarme in risposta ad una situazione percepita come pericolosa o stressante. 

LA PAURA.

La paura (condizione fisiologica di base), a differenza dell’ansia, è una risposta emotiva legata a una minaccia, reale o percepita, più specifica e imminente.

QUANDO L’ANSIA E’ UN DISTURBO.

Si può ipotizzare una patologia ansiosa quando la reazione d’allarme insorge in assenza di uno stimolo adeguato per natura e intensità a determinarla, quando i livelli d’ansia sono troppo intensi o quando le risposte comportamentali si rivelano poco congrue e in definitiva non vantaggiose per l’’individuo.

LO SPETTRO DELL’ANSIA.

Come ci si può orientare nella complessa nosografia dei disturbi dello spettro dell’ansia? Questa parte spetta al clinico (psicologo psicoterapeuta, psichiatra), l’autodiagnosi e l’autoterapia non sono, ovviamente, consigliate. Ad ogni modo il clinico tiene conto di due fattori e, ricordando che il colloquio è lo strumento più importante per la conoscenza di una persona e l’instaurazione di una relazione che cura, si avvale di diversi strumenti e sistemi diagnostici (di solito, nel mio sito, focalizzo l’attenzione sul DSM – 5 e il PDM – 2. Il primo si basa su una concezione medica e il secondo ha una concezione psicodinamica).  I due fattori sono:

  1. L’oggetto o la situazione che attivano la reazione di paura, ansia o evitamento;
  2. Il contenuto dei pensieri e delle credenze a esso associati.

Esistono fobie e paure considerate normali in età evolutiva, transitorie e di breve durata. Per esempio è molto comune avere paura degli animali attorno ai 2-3 anni.

IL NUCLEO PSICOPATOLOGICO COMUNE A TUTTI I DISTURBI DELLO SPETTRO DELL’ANSIA.

Tale nucleo coincide con la presenza di ansia e paure eccessive sproporzionate rispetto alla situazione e/o allo stimolo, che si manifestano per un periodo della durata di almeno sei mesi o più e che innescano comportamenti di evitamento attivo, spesso in associazione a credenze errate.

ANSIA DI STATO E ANSIA DI TRATTO.

L’ansia di stato è un’ansia contestualizzata che si verifica quando vi è una situazione ritenuta stressante per l’individuo come il dover parlare in pubblico, come il dover sostenere un esame oppure lo stare per partorire.

L’ansia di tratto è un’ansia intrinseca al quadro di personalità dell’individuo ed è presente sempre, anche in circostanze non stressanti.

I DISTURBI D’ANSIA NEL DSM – 5.

La categoria dei disturbi d’ansia del DSM – 5 presenta i disturbi in base alla precocità dell’esordio, Il DSM – IV TR (precedente edizione del DSM) non seguiva questo criterio. Il DSM-5 definisce i seguenti disturbi d’ansia:

– disturbo d’ansia di separazione (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– mutismo selettivo (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– fobia specifica

– disturbo d’ansia sociale (nel DSM IV – TR era definito fobia sociale)

– disturbo di panico (nel DSM IV – TR era distinto in disturbo di panico con e senza agorofobia)

– agorofobia (nel DSM IV – TR era uno specificatore)

– disturbo d’ansia generalizzata

– disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci

– disturbo dovuto a un’altra condizione medica

– disturbo d’ansia con altra specificazione

– disturbo d’ansia senza specificazione.

Non è possibile, in questa sede, descrivere ogni disturbo come non è possibile argomentare le modifiche che ci sono state nel passaggio dal DSM IV – TR al DSM – 5 nel classificare i disturbi d’ansia. Sinteticamente, la categoria dei disturbi d’ansia del DSM IV – TR era un elenco iperinclusivo e un po’ causale di disturbi, tra i quali anche, per esempio, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da stress post – traumatico, il disturbo acuto da stress. Nel DSM – 5 molti dei disturbi che erano collocati nei disturbi d’ansia del DSM IV – TR sono stati ricollocati in nuovi capitoli: “disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”; “disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti”.

LO SPETTRO ANSIOSO NEL PDM – 2 (Manuale diagnostico psicodinamico).

Il Manuale diagnostico Psicodinamico, arrivato alla sua seconda edizione e curato da Vittorio Lingiardi e Nancy Mc Williams, è fondato su un modello psicodinamico ma è anche sostenuto dai dati della ricerca empirica. Si rivolge all’intera gamma del funzionamento di un individuo: personalità (Asse P), capacità mentali (Asse M), sintomi e loro vissuto soggettivo (Asse S).

Lo spettro ansioso viene presentato nell’Asse S del PDM – 2, che oltre a descrivere i disturbi dal punto di vista sintomatolgico, descrive l’esperienza soggettiva che i pazienti fanno dei diversi pattern sintomatici e fornisce alcune condizioni generali per il trattamento. Il PDM parte da un presupposto importante ed è il presupposto dal quale parte ogni psicologo clinico: i pattern sintomatici non sono disturbi specifici di per sé, ma espressioni esplicite dei modi in cui i pazienti affrontano le esperienze e in quanto tali vanno compresi nel contesto della personalità (Asse P) e delle capacità mentali complessive (Asse M).

Il PDM – 2 propone anche i disturbi ansiosi di personalità, per esempio considera il disturbo d’ansia generalizzato più un disturbo di un personalità che una sindrome clinica e lo colloca nell’Asse P, lo stesso fa per i disturbi di personalità fobici, controfobici e ossessivo-compulsivi.

TERAPIA PER I DISTURBI D’ANSIA.

Tutti i disturbi d’ansia trovano la miglior soluzione terapeutica nella combinazione di un trattamento farmacologico e psicologico. Tuttavia, molte volte anche con la sola psicoterapia psicodinamica si arriva a buoni risultati e ad un maggior senso di equilibrio e benessere percepito.

LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA.

La psicoterapia psicodinamica è una psicoterapia che, nei suoi diversi approcci, può essere in modo diverso secondo le esigenze del paziente e secondo le diverse personalità degli individui.

Una definizione generale di psicoterapia psicodinamica è la seguente: “una terapia che rivolge una profonda attenzione all’interazione terapeuta-paziente, con interpretazioni del transfert e della resistenza condotte con tempi accuratamente definiti e inquadrate in una elaborata valutazione del contributo del terapeuta alla relazione interpersonale” (Gabbard, 2002).

Blagys e Hilsenroth (2000) hanno identificato sette aspetti tecnici distintivi delle forme psicodinamiche di terapia. ♦ Focus su affetto ed espressione delle emozioni ♦ Esplorazione dei tentativi di evitare aspetti dell’esperienza ♦ Identificazione di temi e pattern ricorrenti ♦ Discussione delle esperienze passate ♦ Focus sulle relazioni interpersonali ♦ Focus sulla relazione terapeutica ♦ Esplorazione di desideri, sogni e fantasie.

BIBLIOGRAFIA.

Blagys, M.D. & Hilsenroth, M. (2000) Distinctive features of short-term psychodynamicinterpersonal psychotherapy: a review of the comparative psychotherapy process literature.

Gabbard G.O. (2002). Psichiatria Psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

L’IMPORTANZA DEL GIOCO PER L’ESISTENZA UMANA.

Anche questa volta faccio riferimento a Donald Winnicott, come ho già fatto in altri testi presenti nel mio sito, per introdurre il gioco: <<il gioco è universale e appartiene alla sanità, il gioco porta alle relazioni di gruppo […] il gioco facilita la crescita […] mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo>> (Winnicott, 1974). L’originalità di Winnicott è stata quella di inserire il gioco in un’area definita transizionale, ossia, <<un’area d’esperienza sospesa tra la realtà e la fantasia, tra soggettivo e oggettivo>> (Winnicott, 1974).

 Di seguito viene presentato il gioco in diversi vesti e contesti privilegiando l’area transizionale che questo permette di “vivere”.

Il gioco nell’area transizionale.     

Il termine “transizionale” indica un passaggio (transizione) e una <<permeabilità del nostro mondo psichico, popolato da paure, fantasie e desideri, rispetto alla realtà esterna che invece è fatta di “cose concrete”. Con il gioco i bambini possono manifestare “fuori” quello che hanno “dentro”, condividendolo inconsapevolmente con chi gioca con loro>> (Tonioni, 2011), anche la psicoterapia psicodinamica infantile si svolge così.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che giochi con loro prima di imparare a giocare da soli, è di primaria importanza <<che in origine ci sia un adulto (di solito la madre) disposto a partecipare attivamente ai gesti spontanei o alle iniziative del bambino. Si comincia con “bu, bu, settete!”, per passare a interazioni sempre più complesse, fino al raggiungimento di un rapporto di solida fiducia con l’ambiente circostante, del quale diventa possibile accettare “buone regole”. Giocando si impara a usare oggetti in rappresentazione di altri perché investiti di significato simbolico: una forchetta diventa… un pettine, un bastoncino… una bacchetta magica! Attraverso il gioco un bambino si sente vivo perché mentre gioca è se stesso (“costruisce” e “scopre” se stesso e il “proprio ambiente); così facendo agisce in modo creativo sull’ambiente, modificandolo e lasciando un’impronta di sé>> (Tonioni, 2011).

Il gioco e il giocattolo nella psicoterapia e in generale.

<<I bambini si trovano a vivere una situazione di costante dipendenza, di urgenza di grandi bisogni, e di grandi emozioni; hanno costantemente paura che i loro bisogni rimangono insoddisfatti, paura dei loro bisogni proiettati all’esterno>> (Ferro, 1992).

I bambini temono che i propri sentimenti, paure, emozioni, istinti siano incontenibili, che esista il rischio di esserne travolti, mentre il gioco, come anche le favole, mostrano loro che, anche nelle situazioni temute come catastrofiche o irrimediabili, è possibile trovare una soluzione. Come? Se consideriamo la comparabilità gioco-simbolo, sarà solo dall’incontro di questo (gioco) con quel singolo bambino, in quel momento, e poi con quell’altro in quell’altro momento, che si avranno tanti significati, tanti sensi differenti quanto diversi sono i vari bambini e le esperienze emotive, o meglio le necessità emotive proprie del singolo bambino, aggiungerei in quell’incontro (Ferro, 1992). Con queste parole ho descritto l’aspetto di insaturità del gioco che vale sia nella stanza di psicoterapia, sia in generale. Se un gioco, o un giocattolo (come anche un’interpretazione), è già saturo di significato, magari dato dall’adulto che gioca con lui, il bambino rimane “vittima” del gioco stesso; mantenere insaturo il gioco (e l’interpretazione) evita tale rischio. Non si tratta di qualcosa da scoprire attraverso il gioco, o di qualcosa da scoprire qualcosa per mezzo dell’interpretazione (nel caso della psicoterapia con l’adulto), ma di qualcosa che deve essere costruito nella relazione attraverso una sintonizzazione che consente un’espansione della mente e della pensabilità.

Gioco, presenza mentale e narrazione.

<<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Il giocattolo si pone come un pre-testo di una narrazione che si svilupperà nel gioco condiviso, gioco che può essere inteso come “esperimento semiotico e conoscitivo” (Betolini et al., 1978).

L’introiezione di una mamma da parte del bambino (introiezione, semplificando, significa portare nella mente una rappresentazione, con l’affetto corrispondente, della madre) <<che sappia raccontare favole, o partecipar al gioco del bambino, consente sempre più che egli possa sia “giocare da solo”, narrandosi quanto gli accade dentro, prendendone le distanze, trovando soluzioni, sia fare lo stesso con altri bambini; inoltre il tutto sarà creativo se continuerà ad essere disponibile un’”agenzia di accoglimento di quelle ansie e angosce” che potranno esserci in certi momenti del gioco […]>> (Ferro, 1992).

Il gioco negli adulti.

Anche noi adulti giochiamo, se ce lo permettiamo e permettercelo in alcuni casi non è così scontato. Noi adulti giochiamo, nell’ambito del nostro vivere quotidiano, quando per esempio sentiamo che la pausa per il caffè, o altri momenti di svago, fantasticherie o distrazioni, sono funzionali allo svolgimento del nostro lavoro. <<Se la risata o lo scherzo con un collega sono avvertiti come bisogni che non riusciamo a procrastinare, allora stiamo giocando […]. Giocare offre una soddisfazione intrinseca all’attività stessa, la sensazione di agire e di esserci nel mondo, la percezione di sé e delle proprie capacità e abilità, è un canale preferenziale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro. Il gioco non è solo un atto in sé ma una sequenza comportamentale che permette, primariamente al bambino (ma anche all’adulto), di fare esperienza e così di costruire il suo parere e la sua sicurezza>> (Tonioni, 2011).

Il gioco nella sessualità.

Anche la sessualità può essere intesa come gioco, nel senso che coinvolge la mente (fantasie, desideri), l’intesa mentale, la corporeità dei partner e la relazione tra i due. In questa accezione anche la sessualità è un canale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro, quindi è anche un canale comunicativo e un’area transizionale dove si ritrovano molte vicende importanti della coppia: sentimenti, intesa, intimità, gestione dell’aggressività, negoziazione, attrazione, condivisione etc.

Un’area transizionale dei due partner in cui spazio e tempo assumono significati che vanno oltre la semplice concretezza e dove i due oscillano tra individualità e dualità. L’alternanza tra l’appagamento per il proprio piacere personale e quello provocato nell’altro è fondamentale per una buona intesa di coppia.

Ogni coppia può trovare il proprio spazio e il proprio tempo e liberare la propria creatività, personale e condivisa, e costruire un proprio modo di fare l’amore inserendo gli elementi che vuole (piacevoli, originali, nuovi), alternando tenerezza, passione consuetudini, sex toys e così via pur sempre nel pieno rispetto di desideri reciproci e della complessità dell’essere.

Il gioco on line.

Due parole le voglio dedicare anche al gioco on line giusto per dire che molti degli aspetti del gioco a cui ho accennato sono importanti anche nel gioco on line, <<tuttavia in quest’ultimo spesso vengono a mancare gli aspetti di espressione e condivisione dei contenuti emotivi, la creatività intesa come creazione di scenari o nuovi giochi usando solo la fantasia, l’opportunità di fare esperienze reali e mettere alla prova le proprie risorse, abilità e idee>> (Tonioni, 2011)

Conclusione.

Sintetizzando, il gioco permette di esistere creativamente sviluppando capacità e abilità soprattutto in relazione con l’altro. In questo senso il gioco è importante per l’esistenza umana in un’area sospesa tra soggettivo e oggettivo, tra fantasia e realtà. Questo tipo di esistenza permette lo sviluppo della mente, della pensabilità di ciò che ci accade e delle relazioni. In condizioni di crescita e sofferenza <<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Termino questo testo inserendo il video con un bambino che sogna il gioco, sogna di giocare con un qualcuno importante, nonostante viva una situazione oggettiva che potrebbe uccidere la fantasia, il sogno, la creatività, la mente e la vita ma sono proprio la mente e la fantasia che gli permettono di sopravvivere e “sognare” insieme alla presenza di qualcuno che è lì per lui e con lui.

Video

LA SANA DIPENDENZA RECIPROCA.

La cultura occidentale considera la dipendenza come patologica e esalta il senso di autosufficienza e separatezza, al contrario, grazie alle ricerche e all’attività clinica in psicologia, psicoanalisi e in sessuologia possiamo sostenere che non esiste una completa indipendenza. Secondo Winnicott <<la salute psichica potrebbe essere considerata come la capacità di impegnarsi in situazioni di dipendenza reciproca>> (Winnicott, 1974).

La dipendenza reciproca nelle relazioni di coppia.

Nelle relazioni di coppia, ciascun partner può, almeno sul piano ideale, tollerare l’ansia d’essere dipendente dall’altro e anche di essere l’oggetto della dipendenza dell’altro.

In molti casi bisogna imparare a tollerare questo tipo d’ansia e ci si può lavorare sia livello individuale, sia a livello di coppia. In altri brevi articoli divulgativi ho sviluppato come si lavora a livello individuale attraverso la psicoterapia, o attraverso un counselling. In questo articolo accenno al lavoro da fare con la coppia.

Le reazioni emotive nella coppia.

La relazione di coppia può generare nei singoli individui reazioni emotive positive e negative. Accenno a due reazioni emotive negative che sono più frequenti nelle coppie. Queste due reazioni sono, a volte, in relazione tra loro e spesso la coppia non è consapevole. Queste due reazioni negative sono: la rabbia e l’ostilità verso il partner, la paura del rifiuto e dell’abbandono. Tali reazioni emotive sono all’origine di alcune dinamiche di coppia come: difficoltà o incapacità di stabilire fiducia e intimità reciproca, difficoltà di comunicazione, delusioni del “contratto matrimoniale”, lotte di potere tra i partner.

Psicoterapia di coppia.

Con l’aiuto di uno psicoterapeuta è importante che la coppia acquisisca la consapevolezza delle dinamiche di coppia problematiche. L’attenzione è posta sulla modifica delle modalità comunicative e di espressione emotiva, al fine di produrre dei cambiamenti nella relazione che permettano ai due partner di uscire dalle modalità relazionali disfunzionali.

In caso di disfunzione sessuale.

Come scritto in altri articoli, la terapia sessuale, o mansionale integrata, è il tipo di trattamento indicato. All’interno di una psicoterapia per la coppie che presentano delle disfunzioni sessuali è anche possibile lavorare sugli aspetti interpersonali senza rifarsi esclusivamente agli aspetti dell’intimità sessuale all’interno della relazione, quindi, anche senza utilizzare le mansioni (“compiti”) che la coppia attua, in privato, nell’intimità della propria abitazione (le mansioni vengono utilizzate nella terapia mansionale integrata). David Schnarch (psicologo) sostiene che il punto fondamentale è risolvere il bisogno di differenziazione personale e di autoconvalida. Le disfunzioni sessuali sono sintomatiche di una mancanza, o di una perdita, di differenziazione all’interno della relazione: ognuno dei due partner può tendere a convalidare se stesso dal punto di vista emozionale attraverso la reazione dell’altro.

Differenziazione e il ruolo dell’ansia nella psicoterapia.

La differenziazione è il processo attraverso il quale diventiamo più “autenticamente” noi stessi, mantenendoci in relazione con chi amiamo. La differenziazione, essendo un processo, non è definitiva e non è una caratteristica. Negli approcci tradizionali della terapia sessuale si parla spesso di eliminazione o riduzione dell’ansia, quando invece l’obiettivo dovrebbe essere una tolleranza dell’ansia durante il processo di differenziazione.

IL POTERE LIBERATORIO DELLE FANTASIE SESSUALI E DELL’IMMAGINARIO EROTICO.

Le fantasie sessuali sono immagini mentali orientate alla stimolazione di sensazioni sessuali, sono state definite da diversi psicologi e psicoanalisti “zone erogene intrapsichice” o “fantasmi erotici”. <<Il fantasma erotico implica l’esistenza di un desiderio conscio e inconscio; attraverso il fantasma, il desiderio si precisa e si concentra>> (Pasini et al., 1988). Le fantasie sessuali, o erotiche, vanno a formare l’immaginario erotico, ossia, la capacità di autoerotizzarsi mentalmente, attraverso, appunto, la creazione di fantasie dando così vita ad una zona erogena intrapsichica. Lasciarsi andare al proprio immaginario significa nutrire il desiderio e il piacere attraverso immagini mentali o altri elementi creati grazie alla nostra fantasia.

La potenza della mente e dell’immaginario erotico.

La mente è uno strumento potente, in alcuni casi la sola stimolazione mentale può provocare risposte fisiche. Fantasticare permette di superare “problemi”, sia che si tratti di sentire la mancanza del/della partner quando è altrove, sia che si abbia voglia di sesso e non si possa avere in altro modo. Fantasticare permette di sperimentare e giocare in scenari non disponibili nella vita reale perché, ad esempio, troppo spaventosi.

Fantasie sessuali maschili, fantasie sessuali femminili e la loro condivisione.

Le differenze tra le fantasie maschili e femminili sono spesso generalizzate, tuttavia, è interessante accennare a queste differenze. Per esempio, gli uomini si focalizzano più sulle immagini e meno sulle parole, pensano a singoli eventi piuttosto che a storie complesse e ad avventure più che a relazioni stabili. Come ho scritto prima, queste differenze sono generalizzate, infatti, molti partner di entrambi i sessi hanno fantasie molto compatibili. Ci possono però essere problemi di comprensione. Le donna può avere bisogno di parole e ambienti particolari, mentre l’uomo può avere bisogno di immagini e azione. La donna potrebbe ritenere le fantasie maschili troppo vivide e dirette, mentre l’uomo può trovare le fantasie femminili lunghe e vaghe.

Il potere liberatorio delle fantasie sessuali.

Alcune persone sono spaventate dalle fantasie sessuali in quanto ignorano la portata liberatoria delle fantasie. Per quanto riguarda le donne, mi riferisco soprattutto a quelle fantasie che possono sembrare rischiose, aggressive o sottomesse in modo preoccupante. Per esempio, nella fantasia di essere sottomessa è chiaro che questa non rappresenta alcun desiderio inappagato e gli studi dimostrano che le donne con fantasie di stupro hanno chiara la distinzione tra fantasia e la reale sottomissione, poiché nella fantasia è la donna a scegliere. Una tale fantasia potrebbe rappresentare il bisogno di sentirsi sollevata da responsabilità e dal relativo senso di inadeguatezza nel sedurre. In effetti, nella fantasia di essere sottomessa, o costretta, la donna è presa da un desiderio espresso dall’uomo e attraverso la fantasia realizza il bisogno di essere libera da responsabilità e dal “dover” sedurre.

Libertà, rispetto e reciprocità.

Concludo scrivendo che le fantasie sessuali, o erotiche, offrono uno spazio di libertà sia se rimangono nella propria mente (senza parlarne), sia se vengono condivise parlandone e mettendole in pratica. Il limite a questo spazio di libertà è la libertà dell’altro: il/la partner può avere a sua volta altre fantasie erotiche; entrambi i partner devono poter sentirsi liberi di acconsentire a realizzare le fantasie che si ha voglia di condividere con divertimento e nel rispetto reciproco.

IL CIRCUITO DELLA PAURA

Un insieme di strutture cerebrali (ippocampo, amigdala, corteccia prefrontale mediale) costituiscono il circuito della paura che tende ad attivarsi quando le persone sono in preda all’ansia e alla paura. Le ricerche neurobiologiche sull’ansia si sono concentrate sul circuito cerebrale della paura. L’amigdala è una componente importante di questo circuito. L’amigdala è una piccola struttura localizzata nel lobo temporale, si ritiene che sia coinvolta nella funzione di assegnare un significato emozionale agli stimoli.

L’amigdala.

L’amigdala identifica le minacce e ciò scatena il rilascio di adrenalina nel corpo e lo prepara ad affrontare il pericolo (lotta o fuga). Il cuore batte forte e il respiro accelera, i vasi sanguigni si dilatano e i polmoni si espandono. Questi cambiamenti permettono che abbastanza ossigeno arrivi ai muscoli per fuggire. Infatti, i muscoli diventano pronti all’azione, le pupille si dilatano in modo che gli occhi possano vedere meglio cosa succede e la visione periferica si restringe per concentrarsi sulla minaccia.

Dunque, questa fisiologia si mette in moto di fronte a ciò che, soggettivamente, percepiamo come minaccia. Qualcosa, o qualcuno, può essere percepito soggettivamente come una minaccia da una persona, mentre può non esserlo per un’altra. E’ possibile che una persona immunodepressa sia più in ansia di una persona in buona salute rispetto la possibilità di essere contagiata da un virus. E’ possibile che una persona che ha visto diminuire il proprio reddito, viva come una minaccia le tasse, il mutuo. Ecco, con il virus, con le tasse, non si può lottare, non si può fuggire. Altre persone percepiscono come minacce cose che oggettivamente potrebbero non essere percepite come minacce da altre persone, per esempio una situazione di gruppo dove si parla del più o del meno, dove si socializza, non dovrebbe essere percepita come una minaccia, ma potrebbe esserlo per una persona che soffre di ansia sociale.

La corteccia prefrontale mediale.

La corteccia prefrontale mediale contribuisce a regolare l’attività dell’amigdala: è coinvolta nell’estinzione delle risposte di paure apprese e nelle strategie di controllo emozionale.

L’amigdala delle persone con grave ansia è ipersensibile: percepisce minacce in situazioni quotidiana. Quando l’ansia inizia ad interferire con la nostra vita, allora l’ansia è un disturbo. Oltre alla fisiologia, descritta sopra, altri sistemi vengono bloccati dalla paura o dall’ansia eccessiva, per esempio si smette di salivare e digerire e anche i nervi impegnati nell’eccitazione sono disattivati. In molti disfunzioni sessuali, benché le cause specifiche possono essere variabili, si verifica un circolo vizioso comune alle sintomatologie di origine ansiosa che contribuisce al perpetuarsi del disturbo sessuale: la paura che il disturbo possa presentarsi di nuovo alimenta l’ansia che mantiene il sintomo.

I tipi di disturbi d’ansia possono essere raggruppati per tipo di paura.

SESSUALITA’ E FIDUCIA.

terapia sessuale

Se siete sessualmente cauti perché non avete una sufficiente fiducia in voi stessi, nella vostra sessualità o nella relazione sessuale, alcuni consigli potrebbero aiutarvi.

Come anticipato nel precedente articolo, tali consigli sono generali e non sostituiscono un aiuto specialistico. In caso di disfunzioni sessuali, disagi personali e relazionali significativi si raccomanda di ricorrere ad un aiuto specialistico e non basarsi esclusivamente su tali suggerimenti: l’articolo è prettamente divulgativo. Per seguire i punti che andrò a scrivere, e comprenderli in base alle proprie esigenze, l’aiuto di uno psicoterapeuta sessuologo è sicuramente di enorme importanza.

Consigli per costruire la fiducia.

Iniziamo dal corpo. Imparate ad amare il vostro corpo celebrandone ogni singola parte (mani, occhi, petto, seno e così via).

Siamo nati sessuati, quindi considerate la vostra sessualità come una cosa normale.

Comunicazione e fiducia nel partner. Costruite la relazione in modo da poter parlare con lei (o lui). Comunicare chiaramente, significa trovare, insieme al partner parole e frasi che considerate accettabili. Gradualmente, esprimete gli aspetti di voi stessi (o voi stesse) che temete siano inaccettabili.

Durante il sesso ci si può anche esprimere concedendosi di muoversi, parlare e anche urlare in caso lo desideriate.

E’ importante, quando si fa sesso, “concentrarsi” sulle proprie sensazioni.

Scoprite ciò che vi piace e le vostre preferenze: usate la fantasia, scoprite e “costruite” il vostro immaginario erotico attraverso la fantasia, la masturbazione ed esperimenti. In poche parole sperimentate la vostra sessualità da soli o con il/la partner.

E’ importante poter dire sì a ciò che vi piace e dire no a ciò che non vi piace. Bisogna comunicarlo chiaramente e con decisione.

Contraccezione. Scegliete un metodo contraccettivo che vi ispiri fiducia e vi faccia sentire a vostro agio.