Disturbi sessuali e disfunzioni sessuali

disturbi sessuali e disfunzioni sessuali

I disturbi sessuali vengono comunemente suddivisi in tre categorie distinte:

• Disfunzioni sessuali (disturbi che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale);

• Parafilie

• Disforie di genere

Le disfunzioni sessuali sono un gruppo eterogeneo di disturbi tipicamente caratterizzati da un’anomalia, clinicamente significativa, nella capacità di una persona di avere reazioni sessuali o di provare piacere sessuale (DSM-5). Le specifiche disfunzioni sessuali vengono trattate in diversi articoli e post, alcuni già presenti nel sito.

La tabella che segue è tratta dal seminario tenuto dal professor Sungur “Terapia di coppia e sessuale”, 2015.

DSM-5

La nosografia internazionale di riferimento è rappresentata dal Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association giunto alla quinta edizione (DSM-5). Le disfunzioni sessuali comprese nel DSM-5 sono le seguenti:

  • eiaculazione ritardata
  • disturbo erettile
  • disturbo dell’orgasmo femminile
  • disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile
  • disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione
  • disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile
  • eiaculazione precoce
  • disfunzione sessuale indotte da sostanze/farmaci
  • disfunzione sessuale con altra specificazione
  • disfunzione sessuale senza specificazione

Una diagnosi di disfunzione sessuale richiede di escludere problematiche che sono meglio spiegate da un disturbo mentale non sessuale (per es., disturbo depressivo o bipolare, disturbo d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbo psicotico), allora dovrebbe essere posta solo la diagnosi di tale disturbo (DSM-5).

Le cause delle disfunzioni sessuali di natura fisica sono:

  • • squilibri ormonali (soprattutto nelle donne in età vicina alla menopausa);
  • • il diabete;
  • • l’abuso prolungato di alcol (entrambi legati alle disfunzioni erettili negli uomini);
  • • disturbi neurologici;
  • • effetti collaterali di alcuni farmaci.

Le cause più comuni delle disfunzioni sessuali sono di natura psicologica:

  • • l’ansia da prestazione;
  • • il timore della gravidanza o della trasmissione di malattie virali;
  • • la depressione;
  • • le idee distorte relative al sesso;
  • • i pregiudizi di tipo religioso o morale;
  • • problemi relazionali;
  • • senso di inadeguatezza.

Le dinamiche della coppia hanno un impatto importante nella vita sessuale. È necessario escludere, con esami medici specifici, la presenza di eventuali disfunzioni organiche. Accertata la funzionalità fisica degli organi, il problema dovrà essere affrontato sul piano psicologico: la psicoterapia permette di superare questo tipo di problemi. Nella terapia sessuale il terapeuta facilita l’abilità del cliente a scoprire e incrementare soluzioni efficaci alla difficoltà che si presentano.

Il trattamento delle disfunzioni sessuali

La prognosi delle disfunzioni sessuali è molto buona. È stato dimostrato che i migliori risultati derivano proprio dalle psicoterapie psicodinamiche e dall’applicazione delle tecniche di terapia cognitivo comportamentale ad ogni specifico disturbo, combinate con una ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali legati al sesso. Tali tecniche consistono in esercizi volti ad ottenere un riaddestramento graduale alle abilità compromesse.

Condizionamento reciproco tra pensieri ed emozioni nel mantenimento del sintomo sessuale

Non riconoscere il significato di una vergogna, di un’ansia o anche della rabbia che precede o sorge durante un’attività sessuale costituisce il meccanismo di base del disagio sessuale. Vergogna e rabbia sono alcune delle emozioni che possono avvenire in concomitanza con processi cognitivi (pensieri, immagini, ricordi) che influenzano l’attività sessuale provocando un circolo vizioso di mantenimento del sintomo stesso (Rossetto, 2018).

La sessualità è un evento psicosomatico

Nella cultura medico sanitaria la funzione sessuale può essere spesso ricondotta al funzionamento di altri organi corporei. Questa cultura porta alla ricerca di soluzioni che riparino il “guasto” nell’organo in presenza di una disfunzione sessuale. Per alcune percezioni o specificità sensoriali come udito, vista e olfatto esistono apparati periferici specifici e differenziati (Imbasciati e Buizza, 2011), ciò non vale per la sessualità: studi della neurofisiologia confermano l’assenza di recettori specifici del piacere negli organi genitali, sono invece presenti reattività sensoriali di tipo tattile termico e dolorifico.

Clinica e sessualità

Il cervello non opera per riflessi, ma opera con processi complessi derivanti dalla storia affettivo-sessuale e dal contesto situazionale che verrà a crearsi.

Non riconoscere e di conseguenza non regolare le dinamiche emotive, attribuire distorti significati alle proprie e altrui emozioni, costituiscono, in molti casi, il nucleo causale di differenti sintomatologie cliniche (Nemiah Sifenos, 1970). Da un punto di vista clinico, quando una persona prova un disagio, un disturbo o è insoddisfatta nelle sue funzioni sessuali, occorre conoscere i le dinamiche e i meccanismi emozionali esperiti nella storia della sua vita sessuale. Ovviamente c’è bisogno di escludere la presenza di patologie della sfera organica che potrebbero essere alla base del disturbo (screening uro-andrologico e ginecologico).

Terapia focalizzata sul disturbo sessuale e la psicoterapia

La Terapia focalizzata sul disturbo sessuale deve tenere conto della storia affettivo/emotiva delle persone e del loro grado di conoscenza e riconoscibilità delle proprie emozioni. Nella psicoterapia si tiene conto di ogni ambito della vita delle persone e il disturbo sessuale rappresenta uno dei diversi punti critici dello scompenso. In entrambi i casi il clinico ha sempre un quadro della personalità del paziente e del suo funzionamento.

Bibliografia

Imbasciati A. e Buizza C. (2011), L’emozione sessuale, Napoli, Liguori.

Nemiah J. C. e Sifenos P.E. (1970), Affect and fantasy in patients with psychomatics disorders. In O. Hill (a cura di), Modern trends in psychomatic medicine, vol. 2, Londra, Butterworths.

Rossetto M. (2018), Le terapie delle problematiche dell’eccitazione sessuale, Trento, Erickson.

ANSIA E DISTURBI D’ANSIA.

ANSIA COME CONDIZIONE FISIOLOGICA.

L’ansia come condizione fisiologica (esperienza comune e non patologica) coincide con una sensazione che qualcosa di genericamente negativo stia per accadere (anticipazione di una minaccia futura) e/o coincide con una condizione di allarme in risposta ad una situazione percepita come pericolosa o stressante. 

LA PAURA.

La paura (condizione fisiologica di base), a differenza dell’ansia, è una risposta emotiva legata a una minaccia, reale o percepita, più specifica e imminente.

QUANDO L’ANSIA E’ UN DISTURBO.

Si può ipotizzare una patologia ansiosa quando la reazione d’allarme insorge in assenza di uno stimolo adeguato per natura e intensità a determinarla, quando i livelli d’ansia sono troppo intensi o quando le risposte comportamentali si rivelano poco congrue e in definitiva non vantaggiose per l’’individuo.

LO SPETTRO DELL’ANSIA.

Come ci si può orientare nella complessa nosografia dei disturbi dello spettro dell’ansia? Questa parte spetta al clinico (psicologo psicoterapeuta, psichiatra), l’autodiagnosi e l’autoterapia non sono, ovviamente, consigliate. Ad ogni modo il clinico tiene conto di due fattori e, ricordando che il colloquio è lo strumento più importante per la conoscenza di una persona e l’instaurazione di una relazione che cura, si avvale di diversi strumenti e sistemi diagnostici (di solito, nel mio sito, focalizzo l’attenzione sul DSM – 5 e il PDM – 2. Il primo si basa su una concezione medica e il secondo ha una concezione psicodinamica).  I due fattori sono:

  1. L’oggetto o la situazione che attivano la reazione di paura, ansia o evitamento;
  2. Il contenuto dei pensieri e delle credenze a esso associati.

Esistono fobie e paure considerate normali in età evolutiva, transitorie e di breve durata. Per esempio è molto comune avere paura degli animali attorno ai 2-3 anni.

IL NUCLEO PSICOPATOLOGICO COMUNE A TUTTI I DISTURBI DELLO SPETTRO DELL’ANSIA.

Tale nucleo coincide con la presenza di ansia e paure eccessive sproporzionate rispetto alla situazione e/o allo stimolo, che si manifestano per un periodo della durata di almeno sei mesi o più e che innescano comportamenti di evitamento attivo, spesso in associazione a credenze errate.

ANSIA DI STATO E ANSIA DI TRATTO.

L’ansia di stato è un’ansia contestualizzata che si verifica quando vi è una situazione ritenuta stressante per l’individuo come il dover parlare in pubblico, come il dover sostenere un esame oppure lo stare per partorire.

L’ansia di tratto è un’ansia intrinseca al quadro di personalità dell’individuo ed è presente sempre, anche in circostanze non stressanti.

I DISTURBI D’ANSIA NEL DSM – 5.

La categoria dei disturbi d’ansia del DSM – 5 presenta i disturbi in base alla precocità dell’esordio, Il DSM – IV TR (precedente edizione del DSM) non seguiva questo criterio. Il DSM-5 definisce i seguenti disturbi d’ansia:

– disturbo d’ansia di separazione (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– mutismo selettivo (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– fobia specifica

– disturbo d’ansia sociale (nel DSM IV – TR era definito fobia sociale)

– disturbo di panico (nel DSM IV – TR era distinto in disturbo di panico con e senza agorofobia)

– agorofobia (nel DSM IV – TR era uno specificatore)

– disturbo d’ansia generalizzata

– disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci

– disturbo dovuto a un’altra condizione medica

– disturbo d’ansia con altra specificazione

– disturbo d’ansia senza specificazione.

Non è possibile, in questa sede, descrivere ogni disturbo come non è possibile argomentare le modifiche che ci sono state nel passaggio dal DSM IV – TR al DSM – 5 nel classificare i disturbi d’ansia. Sinteticamente, la categoria dei disturbi d’ansia del DSM IV – TR era un elenco iperinclusivo e un po’ causale di disturbi, tra i quali anche, per esempio, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da stress post – traumatico, il disturbo acuto da stress. Nel DSM – 5 molti dei disturbi che erano collocati nei disturbi d’ansia del DSM IV – TR sono stati ricollocati in nuovi capitoli: “disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”; “disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti”.

LO SPETTRO ANSIOSO NEL PDM – 2 (Manuale diagnostico psicodinamico).

Il Manuale diagnostico Psicodinamico, arrivato alla sua seconda edizione e curato da Vittorio Lingiardi e Nancy Mc Williams, è fondato su un modello psicodinamico ma è anche sostenuto dai dati della ricerca empirica. Si rivolge all’intera gamma del funzionamento di un individuo: personalità (Asse P), capacità mentali (Asse M), sintomi e loro vissuto soggettivo (Asse S).

Lo spettro ansioso viene presentato nell’Asse S del PDM – 2, che oltre a descrivere i disturbi dal punto di vista sintomatolgico, descrive l’esperienza soggettiva che i pazienti fanno dei diversi pattern sintomatici e fornisce alcune condizioni generali per il trattamento. Il PDM parte da un presupposto importante ed è il presupposto dal quale parte ogni psicologo clinico: i pattern sintomatici non sono disturbi specifici di per sé, ma espressioni esplicite dei modi in cui i pazienti affrontano le esperienze e in quanto tali vanno compresi nel contesto della personalità (Asse P) e delle capacità mentali complessive (Asse M).

Il PDM – 2 propone anche i disturbi ansiosi di personalità, per esempio considera il disturbo d’ansia generalizzato più un disturbo di un personalità che una sindrome clinica e lo colloca nell’Asse P, lo stesso fa per i disturbi di personalità fobici, controfobici e ossessivo-compulsivi.

TERAPIA PER I DISTURBI D’ANSIA.

Tutti i disturbi d’ansia trovano la miglior soluzione terapeutica nella combinazione di un trattamento farmacologico e psicologico. Tuttavia, molte volte anche con la sola psicoterapia psicodinamica si arriva a buoni risultati e ad un maggior senso di equilibrio e benessere percepito.

LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA.

La psicoterapia psicodinamica è una psicoterapia che, nei suoi diversi approcci, può essere in modo diverso secondo le esigenze del paziente e secondo le diverse personalità degli individui.

Una definizione generale di psicoterapia psicodinamica è la seguente: “una terapia che rivolge una profonda attenzione all’interazione terapeuta-paziente, con interpretazioni del transfert e della resistenza condotte con tempi accuratamente definiti e inquadrate in una elaborata valutazione del contributo del terapeuta alla relazione interpersonale” (Gabbard, 2002).

Blagys e Hilsenroth (2000) hanno identificato sette aspetti tecnici distintivi delle forme psicodinamiche di terapia. ♦ Focus su affetto ed espressione delle emozioni ♦ Esplorazione dei tentativi di evitare aspetti dell’esperienza ♦ Identificazione di temi e pattern ricorrenti ♦ Discussione delle esperienze passate ♦ Focus sulle relazioni interpersonali ♦ Focus sulla relazione terapeutica ♦ Esplorazione di desideri, sogni e fantasie.

BIBLIOGRAFIA.

Blagys, M.D. & Hilsenroth, M. (2000) Distinctive features of short-term psychodynamicinterpersonal psychotherapy: a review of the comparative psychotherapy process literature.

Gabbard G.O. (2002). Psichiatria Psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

DESIDERIO SESSUALE E INIBIZIONE DEL DESIDERIO SESSUALE.

Definizione ed etimologia.

Il desiderio sessuale può essere considerato come uno stato psicocorporeo, di variabile intensità, regolato da diversi fattori innati ed esperienziali, che induce la sensazione del bisogno di vivere la sessualità e che può essere disturbato da diverse interferenze, di tipo fisico o psicologico. Il desiderio sessuale è influenzato dall’equilibrio dei meccanismi di attivazione e inibizione, dai fattori ormonali e da fattori esterni, come il profumo, il tatto, la vista. Il desiderio ha radici biologiche ma prende forma, per direzione e intensità, dagli stimoli presenti e dalle esperienze passate.

Il desiderare può essere considerato come una tensione diretta al raggiungimento dell’oggetto del desiderio. Il termine “oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune ma si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione. Se questa tensione giunge al suo obiettivo, ne consegue un senso di appagamento e gratificazione oppure, in caso contrario, possono emergere sentimenti di dolore e frustrazione.

La parola desiderio è composta dalla particella de- e dal sostantivo -sidera: de- può avere un valore sottrattivo, di allontanamento, di assenza; mentre sidera è il plurale di sidus, ovvero “stella”. Potremmo quindi dire che desiderio voglia dire “cessare di vedere le stelle” o “constatare l’assenza di stelle”. <<Il latino de siderea (senza astri) definisce il rapporto con l’oggetto, quale elemento fondamentale perché il desiderio possa esistere. La leggenda narra di un auruspice, che, osservando gli astri e traendo da questi le proprie profezie e ricavando da ciò stima e potere, quando il cielo era coperto da nuvole (de siderea), si trovava impotente a compiere le proprie funzioni divinatorie. Ed era proprio in queste circostanze che l’auruspice sentiva nascere in sé il desiderio delle stelle, così che, potendole di nuovo rivedere, senza l’ostacolo delle nuvole, avrebbe potuto ricominciare a svolgere il proprio compito. Questa origine del termine è certamente innestata sulla certezza dell’auruspice che le nubi, prima o poi, si sarebbero diradate tanto che l’oggetto del suo desiderio (gli astri) si sarebbe ripresentato presto>> (Manara, 1997).

L’inibizione del desiderio sessuale.

 Si può parlare di una generale e persistente inibizione del desiderio quando questa non è causata solo da fattori organici e non è il sintomo di sindromi psichiatriche. Bisogna precisare che vi possono essere dei fattori fisiologici che intervengono negativamente sul desiderio sessuale: un basso livello di testosterone, dovuto a farmaci, a stati psichici, all’invecchiamento o ad altri ormoni antagonisti può causare una riduzione del desiderio sessuale; alcuni stress particolarmente forti possono provocare una depressione fisiologica del funzionamento sessuale; alcuni farmaci, come i narcotici, alte dosi di alcool o sedativi e alcuni farmaci contro l’ipertensione possono inibire il desiderio sessuale come anche tutti gli interventi che colpiscono l’anatomia e la fisiologia dei centri surrenali del cervello.

Le problematiche del desiderio sessuale possono essere divise in primarie e secondarie, globali o situazionali. L’inibizione del desiderio sessuale primaria è piuttosto rara, in quanto si tratta di un assoluta mancanza di interesse sessuale. Di solito ha un’origine costituzionale oppure si va a collocare inquadri psicopatologici complessi come la schizofrenia e la depressione cronica, o nel contesto di una grave malattia organica. La forma secondaria è caratterizzata dalla perdita del desiderio dopo un normale sviluppo sessuale del soggetto, che può comparire in fasi particolarmente complesse o stressanti. L’inibizione del desiderio sessuale è globale quando la persona non ha più alcun interesse per la sessualità, per esempio non ha più fantasie erotiche, e nel caso si tratti di un uomo, non ha erezioni mattutine. Di solito questa forma invalidante di inibizione sessuale si trova negli stati depressivi e nelle gravi malattie organiche. Si parla di inibizione del desiderio situazionale quando la persona prova desiderio solo in situazioni di maggiore sicurezza, rappresentata di solito da un partner meno adatto e meno attraente; un esempio può essere quello di un uomo che riesce ad avere rapporti sessuali solo con prostitute e non con la donna che stima e con cui vorrebbe instaurare un legame forte ed intimo.

Diagnosi.

La diagnosi deve tenere conto, come sempre, della personalità dell’individuo e del suo contesto di vita in un’ottica biopsicosociale. In genere, per fare diagnosi di disturbo di inibizione sessuale ci si deve basare sulla deduzione e sul confronto fra l’esperienza del paziente e quella che si ritiene una normale frequenza del desiderio sessuale, in relazione all’età, la professione, al sesso e allo stile di vita della persona portatrice del disagio.

I disturbi del desiderio sessuale secondo il DSM – 5.

Il Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM), arrivato alla quinta versione (DSM-5) e utilizzato prevalentemente per la diagnosi in psichiatria, inserisce i disturbi del desiderio sessuale all’interno della categoria dei disturbi relativi all’interesse, al desiderio e all’eccitazione sessuali e comprende tre disturbi relativi a queste aree. Il disturbo del desiderio sessuale e della eccitazione sessuale femminile si riferisce alla persistente carenza di interesse (fantasie o impulsi sessuali), di eccitazione fisiologica o soggettiva. Per gli uomini le diagnosi incluse nel DSM 5 considerano separatamente interesse sessuale ed eccitazione. Il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile si riferisce alla carenza o all’assenza di fantasie e impulsi sessuali.

I disturbi del desiderio secondo il PDM-2.

Il manuale diagnostico psicodinamico, arrivato alla sua seconda versione (PDM 2), è un sistema di classificazione che permette una struttura diagnostica che cerca di considerare il funzionamento globale di un individuo, considerandone i pattern emozionali, cognitivi e sociali nella profondità così come nella superficie, enfatizzando sia le variazioni individuali sia gli aspetti comuni.

La struttura diagnostica formulata con il PDM 2 permette di descrivere sia il funzionamento sano della personalità sia il funzionamento disturbato con attenzione ai profili individuali del funzionamento mentale e ai pattern sintomatici.

La classificazione utilizza un approccio multidimensionale proponendo una valutazione diagnostica articolata in tre Assi o dimensioni: l’Asse P classifica i pattern e i disturbi di personalità, l’Asse M arricchisce la classificazione permettendo la descrizione del funzionamento mentale e, infine, l’Asse S completa l’assessment attraverso la considerazione dei pattern sintomatologici, con un’enfasi sull’esperienza soggettiva del paziente.

Nell’asse S sono comprese le disfunzioni sessuali.

L’inibizione del desiderio sessuale dal punto di vista intrapsichico, cognitivo e relazionale.

Le persone con un basso livello di desiderio sessuale sembrano non provare interesse nei confronti del sesso e in situazioni in cui normalmente si potrebbe provare desiderio, possono arrivare a provare sensazioni negative come irritazione, ansia o disgusto. Possono arrivare ad evitare situazioni che potrebbero metterle nelle condizioni di avere un rapporto sessuale o a ricercarle per soddisfare bisogni secondari, come la ricerca di calore o il non voler frustrare il partner. Mettono in atto una soppressione attiva, anche se inconsapevole, del desiderio: sviluppano massicce difese rispetto la sessualità e reprimono la propria carica erotica anche in situazioni sessualmente molto stimolanti. Si ha una sorta di allarme psicosomatico per cui viene evitata ogni esperienza in cui il piacere sessuale può rappresentare una minaccia.

Dal punto di vista intrapsichico, il desiderio e il piacere sessuale trovano origine dalla rassicurazione interiore di fronte all’angoscia di poter distruggere qualcosa e dall’allontanamento della sessualità da connotati di minaccia. Il desiderio rappresenta una minaccia per cui la soluzione attuata rispetto la sensazione di pericolo è cercare di non provare desiderio.

Da un punto di vista cognitivo l’apprendimento gioca un ruolo importante: il bambino impara a reprimere la propria sessualità e a sentirsi in colpa quando prova piacere, se le risposte e gli atteggiamenti della famiglia sono in questo senso frustranti e colpevolizzanti.

Sul piano relazionale un importante ruolo è rivestito dalla paura dell’intimità; questa può essere temuta (ma su un piano intrapsichico inconsapevole può essere, allo stesso tempo, molto desiderata) tanto da boccare ogni slancio verso di essa, per cui viene preferita l’assenza di tensione, di angoscia e di vitalità.

Il piacere e la norma.

Il desiderio può esistere e accrescersi solo su una prospettiva relazionale del piacere, in base alla quale quanto più la persona può prendere dal rapporto calore attenzione, tanto più potrà esprimere desiderio e piacere. L’inibizione del desiderio sessuale è una sorta di silenzio psicosomatico, ricerca di un anonimato che mette al riparo dal timore che i propri bisogni di accettazione e accoglienza non vengano esauditi e dall’incredulità che possano mai esserlo. A volte ciò che viene temuto è il proprio successo sentimentale, per cui provare desiderio e piacere con un partner amato e stimato è considerato difficile, se non impossibile da sostenere, in quanto significherebbe doversi mettere in gioco profondamente. A volte la preoccupazione per il piacere del partner e l’incapacità di comunicare i propri bisogni conducono la persona ad evitare le sensazioni erotiche al fine di mettersi al riparo dalla frustrazione. Oppure il ripetersi di esperienze spiacevoli e poco gratificanti può portare ad una crescente insofferenza nei confronti del rapporto sessuale. Infine c’è anche un piano normativo che gioca un notevole ruolo nel modo di vivere la propria sessualità. L’apparente maggiore libertà, piuttosto che attenuare le problematiche precedenti, ne ha aggiunte, o sostituite, altre.

La vera libertà, infatti, si può raggiungere solo quando l’individuo raggiunge la consapevolezza delle proprie potenzialità e riesce ad affrancarsi totalmente dai condizionamenti e dalle repressioni. In un momento storico in cui ogni livello d’esistenza rischia di essere inquadrato in schemi rigidi, l’esperienza sessuale rappresenta qualcosa di estremamente temibile, ma nel contempo costruttivo, proprio perché non può essere inquadrata in tali schemi. La perdita di controllo che caratterizza il rapporto sessuale è fonte di timore per chi si sente costretto a programmare e controllare la propria vita sulla base di richieste interne ed esterne. Tuttavia, è proprio nella perdita di controllo, nell’entrare ed uscire dalla relazione, che risiede la particolarità dell’espressione della sessualità. Entrare ed uscire dalla relazione proprio per sperimentare la presenza di un’assenza e il desiderio di una presenza che è ciò che contraddistingue il desiderare.

Le terapie.

L’inibizione del desiderio sessuale è spesso associata ad una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi contatto fisico, che può sfociare in attacchi di panico o in ansia generalizzata che rendono impossibile affrontare di petto la problematica sessuologica. L’ansia anticipatoria che porta queste persone ad evitare ogni situazione che potrebbe porli di fronte ad ansia o panico rende improponibile il trattamento sessuologico standard. Potrebbe essere utile abbinare alla psicoterapia (necessaria per lavorare sui disturbi d’ansia, depressivi o sulle fobie) una terapia farmacologica, man mano che i farmaci hanno effetto vengono ridotti gradualmente e viene associata anche la terapia sessuologia che può essere inserita nella psicoterapia, se lo psicoterapeuta è competente rispetto i disturbi della sessualità. L’approccio terapeutico deve essere graduale e deve rispettare le esigenze i timori del paziente. È molto importante che vi sia la collaborazione del partner e che non vi siano eccessivi tentativi di boicottaggio di un cambiamento che a volte appare più difficile di uno pseudo-equilibrio. Lo scopo di questo tipo di intervento è quello di portare il paziente a non inibire gli impulsi sessuali, a farli emergere con naturalezza, raggiungendo un nuovo e più funzionale equilibrio.

Bibliografia.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

Manara F., “I disturbi del desiderio”. In: Simonelli C. (A cura di), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, FrancoAngeli, Milano, 1997, 19-35.

Simonelli C., (2002), “Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, Franco Angeli, Milano.

IL COMPLESSO DI EDIPO (in psicoterapia).

Prima di parlare del complesso di Edipo e della sua utilità nella clinica, in quanto può essere considerato un organizzatore della vita psichica, è utile chiarire alcuni termini psicoanalitici che saranno presenti in questo articolo.

Oggetto, pulsione e transfert.

In psicoanalisi il termine “oggetto” si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione, ad esempio, come oggetto d’amore. “Oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune. La pulsione, uno dei concetti fondamentali della teoria psicoanalitica freudiana (teoria energetico-pulsionale), è una spinta psichica che nasce dal corpo a ricercare un dato oggetto per pervenire alla meta, ossia, ridurre la tensione che così si è generata (Civitarese, Ferro, 2018). Il transfert, secondo la teoria energetico-pulsionale, è il trasferimento di desideri inconsci sulla figura del terapeuta; il transfert secondo la teoria delle relazioni oggettuali (altra teoria psicoanalitica) è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevoli, sulla figura del terapeuta.

Inconscio.

Per Freud i desideri inconsci sono i desideri edipici, desideri che si provano per gli oggetti primari, con i quali si ha avuto l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di “desiderare” alcune esperienze, a volte non rappresentabili ma inscritte in noi nel nostro inconscio. Alla luce di ciò, la pulsione, in sostanza, è un processo somatico da cui origina un’eccitazione psichica, sotto forma di affetti e rappresentazioni, che porta a mettere in atto comportamenti volti a soddisfarla (Ferro, Civitarese, 2018).

Il complesso di Edipo.

Con complesso di Edipo si intende <<il processo tramite il quale il bambino di quattro o cinque anni rivolge le sue emozioni affettuose al genitore del sesso opposto, mentre rivaleggia con il genitore del suo stesso sesso. La soluzione del complesso si ha, nel caso del bambino maschio, con la rinuncia del possesso della madre, in favore di un futuro amore con un’altra persona (oggetto d’amore), e con l’identificazione con il padre. Viceversa per la bambina femmina. Nella teoria psicoanalitica il triangolo edipico rappresenta un caposaldo per lo sviluppo del pensiero simbolico, ossia, per lo sviluppo della capacità di rappresentare qualcosa con un’altra. Tale triangolo è costituito da un terzo elemento (il padre) che separa gli altri due vertici: il soggetto (il bambino) e l’oggetto dei suoi affetti (la madre). Questo processo offre la base dei processi di simbolizzazione – che dureranno per tutta la vita – fondati sull’assenza di gratificazione immediata. Per esempio, ogni bambino impara che deve lasciare la casa (l’oggetto amato) per andare a scuola (il limite, il terzo) accontentandosi del piacere di imparare, o della compagnia dei compagni (sostituzioni dell’oggetto amato a cui si deve rinunciare)>> (Ferro, Nicoli, 2017).

Clinica e psicoterapia.

Nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

Bibliografia

Ferro, A., Nicoli, L. (a cura di). (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Terni: Raffaello Cortina.

Civitarese, G., Ferro, A. (2018). Un invito alla Psicoanalisi. Roma: Carocci editore.

Stern, D. (2005). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.

CREDERE NEI PROPRI SOGNI E SOGNARLI.

Ho postato su facebook (pagina dedicata alla divulgazione di tematiche legate alla psicologia) e su instagram (instapsicogram: profilo dedicato ad immagini legate a tematiche psicologiche) l’immagine esposta qui sopra. Sia la pagina facebook, sia la pagina di instagram, sono state aperte da poco tempo e ci sono poche persone che le seguono, ma tra queste ho visto che ad alcune è piaciuta l’immagine con ciò che ho scritto (sia nell’immagine, sia nel commento del post). L’immagine mi sembra carina, ma penso che anche ciò che ho scritto abbia evocato, o “toccato”, qualcosa in chi l’ha visualizzata e letta. Ho pensato, e mi piace pensare, che possa essere stato ciò che ho scritto: <<non smettere mai di cercare la tua isola che non c’è>>. Sono arrivato a scrivere tale frase in quell’immagine perché, mentre seguivo in tv una trasmissione dedicata ad Edoardo Bennato, una persona intervistata ha detto che la canzone “L’isola che non c’è” aveva rappresentato, per quei giovani che stavano vivendo privazioni materiali, di opportunità e sogni, un posto magico dove i sogni potevano non morire e diventare veri. La persona intervistata mi ha emozionato anche perché è un giornalista che stimo molto per professionalità ed umanità, come anche mi piace la canzone e l’arte di Bennato. A parte ciò, ho pensato che anche ora abbiamo bisogno di credere in “L’isola che non c’è”, di credere nei propri sogni, e come commento all’immagine postata nei social ho scritto: <<Vi auguro di non smettere mai di cercarla e intanto di sognarla, ad occhi aperti e ad occhi chiusi, con la mente, di trovarla in voi stessi e/o nello sguardo di qualcuno che vi guarda, ovunque dove voi vogliate e non vi aspettate. Come fare? Iniziate da qui: “seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da te…” (Edoardo Bennato).

Tutto ciò mi ha ispirato l’articolo che segue.

Credere nei propri sogni e sognarli.

Credere nei propri sogni è una capacità molto complessa, richiede la determinazione e la costanza di saperli proteggere e nutrire perché per realizzarli dobbiamo trovare le “vie” per poterli esprimere. Il nostro “sogno” è come se fosse il nostro bambino da amare, proteggere, fornirgli cure sintonizzandoci con lui, ma al tempo stesso lasciargli una progressiva possibilità di esplorare e conoscere l’ambiente e le persone, facendogli sentire che può avere la sua base sicura dove tornare, cioè noi.

A volte i sogni sembrano meno chiari, più nebulosi, quando sono così ci sentiamo un po’ sconfortati e ci dispiace perché fino a ieri erano vividi. Possono essere tante le varianti di sentimenti ed emozioni che influiscono sui nostri sogni da realizzare, e questi sogni, a volte, possono prendere strade inaspettate.

Quando il nostro sogno si nasconde in un sintomo.

A volte il nostro sogno può nascondersi in un sintomo e guardando il sintomo mai ci potrebbe venire in mente che lì ci sia un sogno. Se nel sintomo c’è un sogno, volendo eliminare il sintomo perderemo la possibilità di accedere al sogno che nasconde, quindi non troveremo la nostra “isola che non c’è”. Ovviamente, non è un invito a tenersi i propri sintomi, ma è un invito ad imparare a “leggerli” e a farne buon uso per fare sparire il sintomo e scoprire il sogno. “L’isola che non c’è”, nome che ho dato all’immagine inserita nell’articolo, è già dentro di noi, anche quando la dovessimo trovare nello sguardo di un’altra persona che ci guarda negli occhi.

La nostra “isola che non c’è”: l’inconscio generativo.

 Nel momento in cui una persona osserva l’immagine che ho inserito nell’articolo può pensare alla propria “isola che non c’è” e mentre lo fa, produce, volontariamente e involontariamente, altre immagini e pensieri. Questo perché i pensieri e le immagini che possono venire alla mente possono essere molteplici, ma solo alcuni di essi potranno essere catturati in un breve lasso di tempo. Se ad esempio, ci trovassimo a parlare, in una seduta di psicoterapia, dei pensieri (che a loro volta comprendono altre immagini) e delle emozioni che ci ha sollecitato l’immagine in questione, ci accorgeremo che il parlare di ciò produrrebbe altri pensieri ed immagini e ci stupiremo di non averli pensati, “visualizzati”, nel momento in cui abbiamo visto l’immagine la prima volta. Mentre siamo impegnati, con il terapeuta, a fare questo tipo di lavoro, “semplicemente” parlando con lui, è come se stessimo rendendo inconscio ciò che era conscio. A questo punto, qualche lettore, potrebbe sentirsi spiazzato da quanto sto scrivendo, in effetti è un cambiamento di paradigma: non si tratta di rendere conscio ciò che è inconscio ma rendere inconscio ciò che è conscio (la psicoterapia permette entrambe i due tipi di processi, uno non esclude l’altro e ciò nutre la mente). Le prime sensazioni, le prime immagini e i primi pensieri fatti, osservando l’immagine la prima volta, sono stati tanti e pur non visualizzandoli tutti erano consci ma, magari non hanno avuto la possibilità di essere simbolizzati.

Semplificando, posso dire che simbolizziamo quando permettiamo alla nostra psiche di produrre immagini, pensieri e senso su un qualcosa che fa parte della nostra esperienza, della nostra vita psichica, psico-corporea e relazionale. E’ possibile simbolizzare anche attraverso il parlare con uno psicoterapeuta, che è in grado di favorire tale processo, in un lavoro che sia costante e continuativo nel tempo. Quando questa capacità della psiche si indebolisce l’individuo si attacca e si fissa a cose esterne e materiali (oggetti, aspirazioni concrete che sono diverse dai sogni a cui mi sono riferito sino ad ora), a “cose” che possono essere più interne (pensieri fissi, ruminazioni, sentire una gamma ristretta di emozioni spesso uguali e della stessa tonalità), a persone che magari possono non condividere e corrispondere un sentimento. L’indebolimento, o l’assenza di tale funzione e capacità della psiche può contribuire, insieme ad altri fattori, anche a sviluppare forme di dipendenza o altri comportamenti disfunzionali.

 Perdere la capacità di simbolizzare la nostra vita, di sognarla, significa non avere la possibilità di fare un lavoro inconscio con la nostra esperienza. Arrivare a fare degli incubi, anche ripetitivi, è un indicatore chiaro dell’indebolimento della capacità di “sognare i nostri sogni”, sino ad arrivare a credere che “L’isola che non c’è”, non c’è e basta. Nessun sogno da realizzare, nessun “sogno da sognare” tanto da non provare un sentimento pieno di vita.

Sto scrivendo in un modo che possa sollecitare un pensiero che produca immagini e non solo concetti che producano contenuti lineari, coerenti e causali.

Sogna e sogni come “Mine Vaganti” che non fanno male.

Mentre scrivo mi è venuto in mente anche un esempio di come a volte “L’isola che non c’è”, c’è e non c’è allo stesso tempo, e a volte può essere una anche se non sempre la stessa, mentre si avvia un processo di produzioni di immagini e pensieri accompagnati da produzione di senso e significato continui. Mi è venuto in mente il personaggio protagonista del film “Mine Vaganti”. Il protagonista è un ragazzo, Tommaso, vive a Roma ma è di Lecce, a Roma si è costruito una sua indipendenza e ha una relazione di amore con il suo compagno. Arriva il momento di tornare a Lecce, dalla sua famiglia, Tommaso vorrebbe tornarci solo per un breve periodo di tempo, perché, sintetizzando, Tommaso crede che la sua “isola che non c’è” sia a Roma e sia fatta della vita con il suo compagno, dell’amore che prova per lui, dei suoi studi, del suo lavoro e dei suoi amici. C’è un problema, anzi più di uno: il padre vorrebbe che Tommaso rimanesse a Lecce per occuparsi dell’impresa di famiglia (un pastificio) insieme al fratello di Tommaso, Antonio; Tommaso non ha detto di essere omosessuale alla sua famiglia e sa’ che questa, soprattutto il padre, non comprenderà e non accetterà il suo essere omosessuale ma, nonostante ciò, Tommaso è intenzionato a farglielo sapere chiarendo che vuole continuare a vivere a Roma e non si vuole occupare del pastificio; quando Tommaso torna a Lecce, il fratello Antonio, durante una cena con la famiglia e con persone invitate da quest’ultima, fa sapere a tutti di essere omosessuale, creando il silenzio in sala, fino a quando il padre caccia da casa il figlio Antonio. Ci sono anche altre situazioni e personaggi che per ragioni di sintesi non posso elencare, voglio solo aggiungere la nonna di Tommaso che, spesso, ripensa al suo amore non vissuto e “abortito”, amore al quale ha rinunciato e che ha portato via con sé la possibilità di “sognare” la propria vita.

Questa è la situazione che incontra Tommaso quando torna a Lecce, per forza di cose è costretto a rimandare il suo proposito di affermare la sua identità e i suoi desideri in famiglia. Il suo pensiero costante è trovare il momento giusto per farlo, perché crede di sapere qual è la sua “isola che non c’è”: affermarsi, costi quel che costi, tornare a Roma, dove può scrivere il suo romanzo e dove il suo amore lo aspetta.

Ci sono diverse scene e tappe nel film che mostrano come Tommaso stia trasformando il suo pensiero simbolizzando ciò che gli accade. Alla famiglia non farà sapere di essere omosessuale. Comunicherà il desiderio di scrivere, anche nel caso in cui nessun editore gli pubblichi un romanzo.

Quando Tommaso dice alla sua famiglia che vorrebbe parlare con loro, c’è un attimo di gelo, probabilmente si aspettano e temono una comunicazione simile a quella del fratello, e invece Tommaso dice loro che ha provato a lavorare nell’impresa di famiglia, nel pastificio, ma non prova nulla. Ha provato a seguire i loro consigli, ma non si sente vivo vivendo quella vita. Chiede loro se sanno cosa lui fa la notte, quando loro dormono, silenzio, e poi dice loro che lui scrive. Tommaso dice: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro, sapete cosa faccio? Scrivo! Scrivo le cose che vedo, quelle che penso, quelle che voglio dire. Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>. Così Tommaso ha simbolizzato la propria esperienza e ha trovato “L’isola che non c’è” di quel particolare momento della sua vita. Tornando ai “sogni non sognati” (espressione coniata da Thomas Ogden, psicoanalista), possiamo dire che attraverso la sua scrittura Tommaso sogna i propri sogni e colora di senso, ed emozioni, la propria vita. Ricorrendo ad un artificio, commento e sostituisco, nel discorso di Tommaso, la parola “scrivo” con la parola “sogno” e così sarà più chiaro ciò che ho cercato di trasmettere con questo articolo: <<Di notte, mentre voi dormite, qui dentro (dentro casa diventa dentro di me), sapete cosa faccio? Sogno! Sogno le cose che vedo (immagini), quelle che penso (pensieri da trasformare), quelle che voglio dire (e sentire che sono vere per me, autentiche). Diventano vere, riesco a dire quello che penso, come io, a voce, nella vita non riesco a fare […]>>.

Segue il video della scena del film: Mine vaganti

“L’isola che non c’è” in psicoterapia.

La psicoterapia permette di vivere ciò che Tommaso è riuscito a vivere grazie alla scrittura. Tornando a “L’isola che non c’è” possiamo dire, a questo punto, che è più uno stato dell’essere, che Tommaso vive attraverso la scrittura, che una meta a cui arrivare. “L’isola che non c’è” non è tanto lo scrivere, quanto ciò che lo scrivere gli permette di sentire e provare. Tutto ciò che riesce a sentire era già dentro di sé (è sempre stato con lui), ma non riusciva a “visualizzarlo” perché non lo riusciva a scrivere, scrivere che per lui è come “sognare” (trasformare la propria esperienza per provare un sentimento di vita pieno).

La psicoterapia non introduce nulla che già non sia presente e che c’è anche quando non si “vede”, anche  se non sempre lo si “sogna”.

IL VALORE TRASFORMATIVO DELL’INCONSCIO

RENDERE PENSABILE QUELLO CHE NON LO E’ MAI STATO

Gli sviluppi della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica leggono l’inconscio valorizzandone l’aspetto trasformativo e non tanto la caratteristica topica sviluppata da Freud, secondo la quale l’inconscio è un luogo separato da quello della coscienza. Oggi, l’inconscio non è il rimosso, il separato dalla coscienza che si tratta di decifrare attraverso l’attività dell’interpretazione, ma il processo stesso della simbolizzazione, della narrazione che si co-costruisce quando, nella seduta di psicoterapia, una persona parla con un’altra.

Il pensiero deve essere capace di trasformare in una narrazione nuova e condivisa ciò che affligge la vita di una persona: i suoi traumi, i suoi sintomi, i suoi tratti e comportamenti disfunzionali al proprio benessere. Nel suo lavoro, lo psicoterapeuta psicoanaliticamente orientato, fa in modo che quello che non è stato possibile pensare nel tempo del trauma, o nel tempo della/e “ferita/e” al proprio senso di Sé, possa esserlo in modo inedito nel tempo della seduta. Il lavoro non è quello di decifrare e interpretare il passato che si ripete, ma di rendere pensabile, e “vivere” nel tempo della seduta, quello che non lo è mai stato.

Ciò che diventa tollerabile rispetto al pensiero impensabile è più grande della somma delle capacità dei singoli sistemi di personalità individuali. I due (psicoterapeuta e paziente) o più creano un terzo soggetto inconscio in grado di pensare quello che nessuno, da solo, sarebbe in grado di pensare e rielaborare in modo trasformativo” (Ogden, 2016, p.173, testo: Vite non vissute).

Un pensiero che vuole essere trasformativo non si limita a rendere coscienti i traumi del passato, ma sa aprire sul non ancora pensato:

 “Ciò che è mutativo, credo, è l’esperienza di una persona nel contesto dell’essere con un’altra persona che ti riconosce come la persona che sei e la persona che sei in procinto di divenire” (Ogden, 2016, p.171).

IDENTITA’ E PERSONALITA’

Identità e personalità “in poche parole” perché sono dei termini importanti che ricorrono spesso nel linguaggio comune e nel mio blog. Per tali motivi ho pensato che il lettore possa trarre beneficio da una breve lettura nella quale questi termini sono esposti in modo semplice, chiaro e sintetico. In aggiunta, la lettura di questo articolo può aiutare la comprensione degli altri articoli divulgativi presenti nel blog.

Identità personale e personalità nel tempo.

L’identità personale è la concezione di ciò che siamo e di come ci mettiamo in rapporto con il mondo. La personalità può essere, sinteticamente, definita come il modo in cui si sviluppa la nostra identità (vedi articolo: “La personalità: quando consultare uno psicologo…”).

Con il termine identità si è cercato di rappresentare quei passaggi evolutivi che portano al consolidamento e all’affermazione di ciò che un individuo sente di essere. Già dall’età di tre anni si sviluppa una prima concezione di noi stessi e del posto che occupiamo nel contesto in cui viviamo secondo le qualità e le capacità individuali, ma anche in base a fattori come genere sessuale, ambiente culturale e/o religioso, età e interessi. Nel tempo e nei diversi passaggi evolutivi identità e personalità possono cambiare ed evolversi.

L’individuazione, cioè il processo di “costruzione” della propria identità, inizia nell’infanzia, durante l’adolescenza i ragazzi esplorano il senso di sé e il loro ruolo nel mondo, e durante l’età adulta l’identià si sviluppa consolidandosi.

Identità sessuale.

Nella sfera sessuale il termine identità mette in rilievo quanto una persona possa rappresentarsi e confrontarsi con il contesto sociale e culturale di riferimento. In base alla definizione del termine identità, che è stata data sopra, si può pensare che una persona dovrebbe percepire chi sente di essere a prescindere dalle influenze socio-culturali, ma quando l’identità ottiene un significato preciso nella sessualità, allora il contesto socio-culturale, i pregiudizi e gli stereotipi annessi diventano così potenti da mettere in secondo piano il bisogno di sentirsi unici e irripetibili e acquista più potere l’influenza socio-culturale ed ambientale. Per approfondire il tema “identità sessuale” suggerisco un articolo presente nel mio blog al quale si può arrivare cliccando qui.

L’identità, la sua rete e i mezzi di comunicazione di massa, social e nuove tecnologie.

Il gruppo sociale e famigliare hanno molto peso nell’individuazione di un individuo e nel formare il proprio senso identitario. Spesso i gruppi, ai quali sentiamo di appartenere, rafforzano le nostre convinzioni e i nostri valori, conferendoci anche forza e autostima. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa e le nuove tecnologie si sta rendendo più sfuocata la differenza tra io pubblico e io privato, segno che le nuove tecnologie stanno avendo un notevole peso nel modo in cui le persone “formano” la propria identità personale.

Gli stati dell’identità.

James Marcia ha postulato la teoria degli stati dell’identità, secondo la quale l’identità si sviluppa quando i ragazzi “risolvono” fasi critiche, elaborando e rappresentandosi le proprie scelte, nei vari campi della vita. Secondo Marcia ci sono quattro stati di evoluzione identitaria: diffusione, blocco, moratoria e identità realizzata. Nello stato di identità diffusa l’adolescente non è ancora impegnato verso una particolare identità e non ha stabilito un obiettivo o una prospettiva per la vita. Nello stato di blocco, adottando valori imposti o tradizionali, il giovane si impegna prematuramente verso una certa identità senza esplorare le proprie concezioni e il proprio modo di essere in divenire. Nella stato di moratoria i ragazzi esplorano diversi ruoli e opzioni pur senza essere impegnati verso una particolare identità. Infine, nell’identità realizzata esplorano diversi opzioni e impegnandosi nel raggiungere degli obiettivi e costruendo i propri valori e convinzioni risolvono i “problemi identitari”.

TU CHIAMALE SE PUOI… EMOZIONI

Trasformando una parte del testo della canzone di Battisti Mogol (“Emozioni”), prendo spunto da questa, continuo la serie di articoli per chiariscono e definiscono alcuni termini che vengono utilizzati in molti testi, articoli, interviste che trattano temi di psicologia, psicoterapia, pedagogia etc. Oggi parlo dei termini emozione, sentimento e umore.

Penso che una persona possa avvicinarsi a certi argomenti, e ad alcune esperienze che concernono i temi che tratto, se gli viene data la possibilità di capirci qualcosa in più. Ovviamente, la lettura e una conoscenza contenutistica di tali non può sostituirsi ed essere utile quanto una consulenza, o una consultazione, con un professionista. Questo è il motivo per cui scrivo dei testi in cui, semplicemente, definisco alcuni termini come ho fatto nel precedente articolo “Identità e personalità in poche parole”.

Emozioni.

Le emozioni possono essere definite come esperienze spontanee, transitorie e reattive, frequentemente accompagnate da fenomeni somatici (sudorazione, tachicardia etc.). Quindi, stati affettivi intensi di carattere acuto.

Sentimenti.

Sono emozioni che protratte nel tempo caratterizzate da una presa d’atto cosciente, piacevole o spiacevole. Alla base delle rappresentazioni psichiche ci sono i sentimenti che scaturiscono da modificazioni somatiche o da esperienze soggettive, provocate da stimoli esterni. Quindi, stati affettivi più protratti nel tempo.

Umore.

L’umore può essere definito come il tono affettivo di base che “colora” l’intera esperienza della persona. Quindi, è una disposizione o stato prolungato di tonalità affettiva di base che descrive lo stato del sé in relazione al proprio ambiente e, nella patologia, origina nel contesto di una vulnerabilità (interazione tra la predisposizione costituzionale – neurobiologica post-nascita o genetica – allo sviluppo di un certo disturbo fisico o psicologico – diatesi – e condizioni ambientali).

Emozioni e sentimenti nella consultazione, in consulenza e in psicoterapia.
Nella consultazione.

In una consultazione richiesta per avvalersi di un trattamento psicoterapeutico, o di un sostegno psicologico, si può fare chiarezza rispetto le emozioni e i sentimenti implicati nella situazione che ha portato alla richiesta della consultazione. Nel contesto della consultazione, lo psicologo psicoterapeuta, implicitamente, comprenderà anche il tipo e l’organizzazione di personalità della persona che ha chiesto il suo intervento, come comprenderà limiti e risorse di questa. In relazione a tutto ciò, e alla domanda d’aiuto che gli è stata fatta, proporrà un certo tipo di intervento psicologico o psicoterapeutico.

Nella consulenza.

Anche in una consulenza, sicuramente, si chiariscono le dinamiche psichiche ed emotive che hanno portato alla consulenza, ma in questa, a differenza della consultazione, la persona (o persone) che si rivolge allo psicologo non si rivolge, in prima battuta, per valutare la possibilità di avvalersi in prima persona di un intervento psicoterapeutico. Un esempio può essere la consulenza chiesta da due genitori per le difficoltà del figlio e/o per le difficoltà che questi stanno vivendo con lui. In questa situazione non stanno chiedendo, direttamente ed esplicitamente, una terapia per loro o per uno di loro due, ma ciò non esclude che durante gli incontri di consulenza possa venire alla luce che le difficoltà del figlio possano essere anche reattive ad un loro modo di intendere ed espletare la funzione genitoriale- educativa, oppure reattive a delle loro difficoltà di coppia e attraverso la consulenza potrebbero accettare di essere in crisi e magari risolverla con l’aiuto opportuno;  altresì potrebbe essere che uno dei due stia vivendo una condizione di sofferenza soggettiva, che incide negativamente sulla famiglia, e valutare la possibilità di avvalersi di una psicoterapia personale senza escludere del tutto la famiglia dal lavoro psicoterapeutico. Come è anche possibile che sia solo il figlio ad avere bisogno di un intervento psicologico e che i genitori possano essere coinvolti in colloqui periodici educativi, di condivisione, monitoraggio e verifica rispetto all’intervento rivolto al figlio. Ovviamente, in questi incontri non si esplicitano i dettagli e i contenuti delle sedute tra minore e psicologo.

Nella psicoterapia.

In una psicoterapia si ha la possibilità di lavorare rispetto ad un cambiamento della propria personalità e ciò inciderà sulla propria tonalità affettiva di base, ossia l’umore. Ovviamente, si passerà attraverso le emozioni e i sentimenti. Nella sezione “articoli” del sito, come anche in altre parti dello stesso, sono presenti altri testi che concernono la psicoterapia e per tale motivo non mi dilungo a scriverne in questo articolo.

Sicuramente, riuscire a permettersi di vivere le proprie emozioni, non solo sulla pelle e nel corpo, ma riconoscendole, pensandole e trasformandole in parole, in comportamenti pensati, in sentimenti, incide in modo positivo sullo stato di salute di ognuno di noi. E’ da questa consapevolezza che è nato il titolo di questo articolo “tu chiamale se puoi … Emozioni”, perché quello di poter vivere e riconoscere le emozioni è una possibilità e un potere che le persone possono avere. In uno stato di salute ciò avviene spesso e in modo “naturale”, mentre negli stati di sofferenza tale capacità viene meno e la psicoterapia può ripristinare tale capacità.