SEPARAZIONE, CONFLITTO E MALTRATTAMENTO PSICOLOGICO DEI FIGLI

L’Organizzazione Mondiale della Sanità per maltrattamento psicologico intende una relazione emotiva caratterizzata da ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, rifiuto, indifferenza, svalutazione e denigrazione che inibiscono o danneggiano lo sviluppo dei figli nelle loro competenze cognitive-emotive. Nelle separazioni e nelle situazioni gravemente conflittuali si trovano tutte queste caratteristiche.

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La separazione della coppia coniugale comporta la perdita del legame, la perdita di un ruolo, le perdite della rappresentazione di sé e dell’altro e pertanto rappresenta un “evento critico” nel ciclo di vita delle persone.

Nella maggior parte dei casi la coppia, prima di giungere alla separazione, attraversa una fase conflittuale che in diversi casi trova una ricomposizione e dopo la separazione le persone trovano un loro riposizionamento, ma in altri casi questa fase di conflittualità non termina con la separazione. Quando ciò accede si generano lotte in famiglia, nelle aule di tribunale e sono proprio i figli ad essere contesi e allo stesso tempo sono testimoni e vittime di questi scontri subendone le conseguenze.

Meccanismi psicologici e sentimenti dei partner

I partner vivono sentimenti dolorosi, vissuti di perdita e abbandono inaccettabili, alcuni sono presi dal “desiderio” di “farla pagare” al partner e tutto ciò impedisce l’elaborazione della fine del rapporto di coppia.

Il legame nella separazione

Vivere la separazione in questo modo provoca angoscia e incide sul senso d’identità della persona e non favorisce il “divorzio psichico” mantenendo un legame attraverso il conflitto. Tale legame, pur essendo in separazione, testimonia l’impossibilità emotiva di separarsi.

Il figlio come mezzo per mantenere il legame

Il figlio diventa un mezzo per mantenere il legame e per colpire l’ex coniuge. Il perdurare del clima conflittuale e l’essere immersi in relazioni disfunzionali determinano situazioni di forte disagio nei figli e potrebbero creare le premesse per il generarsi forme di maltrattamento.

Il maltrattamento psicologico

L’Organizzazione Mondiale della Sanità per maltrattamento psicologico intende una relazione emotiva caratterizzata da ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, rifiuto, indifferenza, svalutazione e denigrazione che inibiscono o danneggiano lo sviluppo dei figli nelle loro competenze cognitive-emotive. Nelle separazioni e nelle situazioni gravemente conflittuali si trovano tutte queste caratteristiche.

Non il cosa, ma il come

 La separazione pur essendo un “evento critico” non determina di per sé disagi nei figli. I disagi sono determinati da come gli adulti gestiscono la crisi di coppia e il successivo processo separativo. E’ l’alta conflittualità che determina le conseguenze negative per il benessere dei figli.

Separazione e dolore

Ogni separazione che comporta una perdita produce dolore. E’ la difficoltà ad accettare e a elaborare il dolore connesso a certi tipi di separazione che impedisce alla persona di riorganizzarsi efficacemente. Elaborare psichicamente una separazione significa dargli un senso attraversando il dolore. L’elemento chiave è proprio il dolore e la modalità con cui si cerca, o si evita, di avere a che fare con esso.


<<Il dolore, lo sconcerto, l’incredulità necessitano di un “contenitore” adeguato che permetta una ricostruzione di senso, premessa indispensabile a ogni elaborazione emotiva di una crisi che consenta di non interrompere i processi di trasmissione tra le generazioni, salvaguardando quella dei figli. Quando la separazione apre ad angosce e fantasie non sostenibili, la transizione appare impraticabile e minaccia fortemente la continuità dei legami familiari e la salute stessa dei figli>> (Cigoli, 2014, in “Divorziare: diritti dolori, eternità dei legami).

Genitori e benessere dei figli

Nessun bambino dovrebbe assumersi la responsabilità e la cura delle fragilità dei propri genitori, ma ciò può accadere anche se il bambino non lo sa. Nessun genitore dovrebbe mettere il proprio figlio in tale situazione, ma ciò può accadere anche senza la volontà del genitore perché potrebbe non averne consapevolezza.


<<Le caratteristiche di personalità di ogni adulto trovano nella genitorialità una diversa modalità espressiva che può annullare, inibire o al contrario, amplificare particolari tratti caratteriali, adattandoli alla realtà: può succedere che un genitore si scopra diverso da come pensava di essere, diverso da come dovrebbe essere, a volte migliore, a volte disarmato, a volte imprevedibile>> (Mazzoncini, Musatti, 2019).

Se sei in difficoltà chiedi aiuto e utilizza le risorse che pensi di poter utilizzare per sviluppare il tuo potenziale umano. Risorse presenti in te stesso, nella tua rete amicale e affettiva, risorse e servizi del territorio nel pubblico e nel privato.

I NOSTRI FIGLI.

Il rapporto genitori figli e il dramma del bambino dotato.

La frase di Nino Manfredi “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”, riportata nell’immagine, mi ha fatto pensare ai bambini descritti dalla psicoanalista Alice Miller. La psicoanalista, che non condivideva alcune posizioni della psicoanalisi tradizionale, nel 1979 scrisse un libro dal titolo “Il dramma del bambino dotato”.

Il dramma del bambino dotato.

Il dramma del bambino dotato ha origine dalla capacità del bambino di percepire i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi, facendo tacere le sue emozioni più spontanee (paura, rabbia, invidia, gelosia) e anche i suoi bisogni, che risultano difficili da accogliere dagli adulti che si prendono cura di lui. Questi ultimi sono adulti insicuri emotivamente che presentano al bambino un’immagine di rigidità e durezza autoritaria necessaria per il proprio equilibrio narcisistico. Il bambino di cui parla Miller, è capace di percepire emotivamente e inconsciamente il bisogno del genitore, di rispondervi adattandovisi, garantendosi così un genitore che non è stato messo in difficoltà dalle emozioni del bambino e che può quindi fornirgli la protezione di cui il bambino ha bisogno.

Così, quando ci troviamo di fronte a genitori che reagiscono alle difficoltà del figlio come se fosse la propria, non in termini di empatia, ma in termini di sentire la propria immagine come “danneggiata” dalla difficoltà del figlio, considerato, inconsciamente, un’estensione del proprio sé, allora possiamo ricordarci della frase del caro Nino Manfredi e del lavoro di Alice Miller.

Emozioni e psiche.

Ricordandoci di loro possiamo ricordarci che la psiche e le emozioni non sono oggetti concreti e statici, ma sono ciò che siamo mentre viviamo e quanto più le mettiamo in secondo piano, o non le consideriamo, tanto più la vita non è piena. Il “bambino dotato”, da adulto potrebbe anche raggiungere gli obiettivi più alti che si era proposto in quanto ha sempre cercato di essere l’orgoglio dei genitori, riuscendoci, ma potrebbe essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso. Gli adulti che hanno vissuto il clima psichico dell’infanzia raccontato da Alice Miller (carenze di considerazione e dei sentimenti, carenze che li porteranno a cercare qualcuno che li ammiri e apprezzi in quanto non si sono autenticamente sentiti apprezzati nell’infanzia), sono persone che non riescono a sentire i propri reali bisogni e che sono riuscite a costruirsi, invece, l’illusione di una buona infanzia in quanto sono cresciute allontanando dalla mente la componente emotiva (e non il ricordo) di quei momenti intensi di quando non si sono sentite accettate, nel loro essere più autentico, dalle persone dalle quali dipendevano.

Non sentirsi accettati.

Non sentirsi accettati (inconsciamente) e compresi durante l’infanzia è un qualcosa che struttura la personalità di un adulto. Non sentirsi, da bambini, “liberi” di poter esprimere rabbia, gelosia, invidia o semplicemente anche un proprio modo di essere “diverso”, in quanto queste emozioni e modi di essere potrebbero non aderire all’immagine e all’aspettativa che i genitori hanno del bambino, è un qualcosa che questi bambini porteranno con se tanto da strutturare una personalità intorno a questo nucleo di emotività e psiche “falsata”. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha insegnato che il bambino può sviluppare un “falso Sé” quando si adatta ai bisogni di chi si prende cura di lui tanto da fondersi con questi bisogni, ciò significa che non solo soddisfa tali bisogni ma ci si identifica. Il bambino, senza saperlo, offre una conferma ai propri genitori che li fa sentire adeguati e amati, in quanto questi trovano in lui un sostituto delle loro strutture mancanti, ma in questo caso è il bambino che non potrà crearsi delle strutture proprie e dipenderà inconsciamente, da adulto, dai suoi genitori come da bambino ne era dipendente consciamente. Essere dipendente inconsciamente, una volta adulto, dai propri genitori ha a che fare con ciò che ho scritto sopra: essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso.

Iniziare una psicoterapia.

Alcune persone iniziano un percorso psicoterapeutico perché si sentono abbattute, accanto alle difficoltà oggettive della realtà e pur avendo raggiunto degli obiettivi nonostante queste difficoltà, si sentono abbattute, demoralizzate, non pienamente soddisfatte o non completamente amate, tanto da non sentirsi in grado di amare pienamente a loro volta. Il percorso psicoterapeutico può richiedere tempo, essere intenso, prima di arrivare al nucleo emotivo del non essersi sentito riconosciuto nel proprio vero essere, in divenire, ed essere stato confuso, inconsciamente, con qualcun altro: essere stato vissuto come un prolungamento del genitore e di quello che quest’ultimo non è riuscito ad essere; essere stato vissuto come colui che doveva lenire i dolori del genitore e le sue insicurezze, o come colui che “sostituiva” l’altro figlio morto, o che compensava l’affetto del genitore (nonno/a) venuto a mancare. Ripeto, ciò avviene su base inconscia, perché accanto a quanto ho appena scritto ci possono essere stati dei genitori, che malgrado le loro insicurezze e utilizzando le proprie risorse, si sono presi cura dei propri figli con tutto l’amore di cui potevano disporre.

Più si accetta la propria diversità, conoscendo se stessi, più si accoglie la diversità dell’altro senza esser spaventati da quello che potrà accadere se non si pone da subito rimedio a questa diversità. Non entrare in questa ansietà permette relazioni più profonde e anche di amare e sentirsi amati, senza sentire il “pericolo” di venir meno a se stessi, che poi, quel “se stessi”, corrisponde solo all’immagine ideale che non è ciò che veramente siamo e che veramente vogliamo essere.

Concludo questo articolo come l’ho iniziato, con le parole di Nino Manfredi che arrivano prima e toccano di più in termini di emozioni: “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”.

LA MADRE SUFFICIENTEMENTE BUONA E LA FUNZIONE MATERNA.

 Il pediatra e psicoanalista Winnicott, con l’espressione “madre sufficientemente buona”, voleva far passare la sensazione e l’idea che è importante per una madre non cercare di idealizzare il proprio ruolo, ossia, non volere essere perfetta, sapere che anche i suoi parziali fallimenti aiutano la crescita del bambino e che è importante riuscire a presentare creativamente, al bambino, il mondo a “piccole dosi” modulando il livello di frustrazione necessaria allo sviluppo.

La nascita di una madre.

Chi legge potrebbe pensare alla complessità di tutto ciò, ma c’è da ricordare che una madre alla nascita del figlio entra in uno stato di ricettività particolare, che Winnicott definisce “preoccupazione materna primaria”. <<Questo stato è una specie di malattia normale che è la base per sviluppare la potenziale capacità della madre di offrire un ambiente che sostenga il bambino e gli permetta di sperimentare un senso di onnipotenza in cui è come se egli fosse in grado magicamente di creare ciò di cui di volta in volta ha bisogno in una situazione di sicurezza e solo gradualmente potesse essere aiutato a uscire da questa situazione e ad accettare la disillusione>> (Civitarese, Ferro, 2018). Tale capacità della madre, che è soprattutto una funzione, è sintetizzata nei concetti teorici di holding e handling formulati sempre da Winnicott.  Ogden, psicoanalista contemporaneo, indica nella funzione di holding la capacità di fornire la continuità dell’essere nel tempo, nelle diverse fasi dello sviluppo e nelle mutevoli modalità intrapsichiche e interpersonali (Ferruta, 2017).

La funzione materna

Preoccupazione materna primaria, holding, handling possono essere sempre in funzione e in via di evoluzione all’interno di una relazione, e nella relazione madre bambino hanno un’importanza fondamentale nel periodo di dipendenza assoluta del bambino dalla madre. Come scrive Winnicott, in questo periodo di dipendenza assoluta, il bambino è spietato nei confronti della madre, prova un “amore spietato”. Il bambino <<non è prodotto per magia […] è un pericolo per il suo corpo […] una sfida alla precedente occupazione […] le ferisce capezzoli è spietato, la tratta come una feccia, una serva non pagata, una schiava, cerca di farle del male, la morde […] avendo ottenuto ciò che vuole, il bambino getta via la madre come una scorza d’arancia […] è sospettoso, rifiuta il buon cibo della madre e la fa dubitare di se stessa […] se  manca nei suoi confronti all’inizio la madre sa che il bambino gliela farà pagare per tutta la vita (Winnicott, 1949, trad. it. 1975, pp . 242-3). Ovviamente, questa spietatezza e questi comportamenti del bambino non sono da intendere come volontari e attribuibili a pensieri e idee, ma è come se fossero delle idee un po’ speciali, rudimentali, chiamiamole idee del corpo, e lo stesso si potrebbe dire per la madre che però ha una mente formata ma si trova in quello stato di “malattia normale” accennata sopra. Questa “spietatezza” del bambino mette a dura prova la madre che deve sopravvivere a tale spietatezza e all’ “odio” nei confronti del bambino, senza fare rivalse. <<La madre odia il bambino prima che il bambino sia in grado, dopo che una mente si sia formata, di odiare lei […] il bambino non può svilupparsi in un ambiente troppo sentimentale, e per amare deve imparare a odiare. Per sentirsi toccato dall’amore, deve sentirsi toccato anche dall’odio. Per questo deve poter esprimere la propria aggressività e anche in seguito, guardando indietro, deve potersi dire: “Ero spietato” (Civitarese, Ferro, 2018).

Dalla relazione madre bambino alle relazione psicoterapeutica.

Ora se provassimo a pensare che, quanto scritto rispetto la capacità della madre sufficientemente buona  e la sua funzione, sia possibile svilupparlo e “applicarlo”, in condizioni diverse dalle condizioni di gravidanza, maternità e genitorialità biologica, potremmo dire che anche un genitore adottivo potrebbe sperimentare e sviluppare tale capacità e funzione, o ancora, anche un padre potrebbe essere in grado di svolgere una funzione materna insieme a quella paterna e ciò potrebbe essere assimilabile anche ad una delle funzioni terapeutiche degli psicoterapeuti con orientamento psicodinamico (psicoanalitico). Ora, non tutti i genitori biologici, adottivi sono nello stato di sviluppare tale capacità e anche le madri biologiche che hanno avuto dei traumi, o relazioni traumatiche, possono trovarsi in difficoltà nello sviluppare la propria capacità e funzione materna nella relazione con il bambino. Gli psicoterapeuti devono studiare molto, fare un training e un’analisi personale per sviluppare le capacità e la funzione di cui si è scritto. Non a caso, Winnicott e altri psicoanalisti, vedono la relazione del bambino con la madre al centro della riflessione psicoanalitica-psicoterapeutica e questa relazione costituisce il modello privilegiato di ogni cura. I terapeuti con i pazienti più gravi possono percepire sentimenti di odio e paura. Questi sono pazienti che hanno avuto situazioni traumatiche nelle prime relazioni di vita e per questo non hanno mai imparato differenziare veramente l’odio dall’amore. Questa difficoltà a differenziare l’odio dall’amore si ripete nella relazione terapeutica ed investe, inconsciamente, la figura del terapeuta. Il terapeuta pressato da questi sentimenti di odio e di amore indifferenziati del paziente, non è autorizzato ad agire il proprio inconsapevole sadismo nei confronti del paziente, scambiandolo per odio giustificato. Se il terapeuta riesce a recuperare i sentimenti scissi di odio, alla fine della terapia potrà interpretarlo al paziente. Quando ciò è possibile, il terapeuta offre la possibilità al paziente di conquistare una visione integrata di sé e del proprio paesaggio interiore, come quella che ai sensi ci offrono degli oggetti della realtà esterna (Civitarese, Ferro, 2018).