Separazione e dolore

Ogni separazione che comporta una perdita produce dolore. E’ la difficoltà ad accettare e a elaborare il dolore connesso a certi tipi di separazione che impedisce alla persona di riorganizzarsi efficacemente. Elaborare psichicamente una separazione significa dargli un senso attraversando il dolore. L’elemento chiave è proprio il dolore e la modalità con cui si cerca, o si evita, di avere a che fare con esso.


<<Il dolore, lo sconcerto, l’incredulità necessitano di un “contenitore” adeguato che permetta una ricostruzione di senso, premessa indispensabile a ogni elaborazione emotiva di una crisi che consenta di non interrompere i processi di trasmissione tra le generazioni, salvaguardando quella dei figli. Quando la separazione apre ad angosce e fantasie non sostenibili, la transizione appare impraticabile e minaccia fortemente la continuità dei legami familiari e la salute stessa dei figli>> (Cigoli, 2014, in “Divorziare: diritti dolori, eternità dei legami).

Genitori e benessere dei figli

Nessun bambino dovrebbe assumersi la responsabilità e la cura delle fragilità dei propri genitori, ma ciò può accadere anche se il bambino non lo sa. Nessun genitore dovrebbe mettere il proprio figlio in tale situazione, ma ciò può accadere anche senza la volontà del genitore perché potrebbe non averne consapevolezza.


<<Le caratteristiche di personalità di ogni adulto trovano nella genitorialità una diversa modalità espressiva che può annullare, inibire o al contrario, amplificare particolari tratti caratteriali, adattandoli alla realtà: può succedere che un genitore si scopra diverso da come pensava di essere, diverso da come dovrebbe essere, a volte migliore, a volte disarmato, a volte imprevedibile>> (Mazzoncini, Musatti, 2019).

Se sei in difficoltà chiedi aiuto e utilizza le risorse che pensi di poter utilizzare per sviluppare il tuo potenziale umano. Risorse presenti in te stesso, nella tua rete amicale e affettiva, risorse e servizi del territorio nel pubblico e nel privato.

IL COMPLESSO DI EDIPO (in psicoterapia).

Prima di parlare del complesso di Edipo e della sua utilità nella clinica, in quanto può essere considerato un organizzatore della vita psichica, è utile chiarire alcuni termini psicoanalitici che saranno presenti in questo articolo.

Oggetto, pulsione e transfert.

In psicoanalisi il termine “oggetto” si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione, ad esempio, come oggetto d’amore. “Oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune. La pulsione, uno dei concetti fondamentali della teoria psicoanalitica freudiana (teoria energetico-pulsionale), è una spinta psichica che nasce dal corpo a ricercare un dato oggetto per pervenire alla meta, ossia, ridurre la tensione che così si è generata (Civitarese, Ferro, 2018). Il transfert, secondo la teoria energetico-pulsionale, è il trasferimento di desideri inconsci sulla figura del terapeuta; il transfert secondo la teoria delle relazioni oggettuali (altra teoria psicoanalitica) è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevoli, sulla figura del terapeuta.

Inconscio.

Per Freud i desideri inconsci sono i desideri edipici, desideri che si provano per gli oggetti primari, con i quali si ha avuto l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di “desiderare” alcune esperienze, a volte non rappresentabili ma inscritte in noi nel nostro inconscio. Alla luce di ciò, la pulsione, in sostanza, è un processo somatico da cui origina un’eccitazione psichica, sotto forma di affetti e rappresentazioni, che porta a mettere in atto comportamenti volti a soddisfarla (Ferro, Civitarese, 2018).

Il complesso di Edipo.

Con complesso di Edipo si intende <<il processo tramite il quale il bambino di quattro o cinque anni rivolge le sue emozioni affettuose al genitore del sesso opposto, mentre rivaleggia con il genitore del suo stesso sesso. La soluzione del complesso si ha, nel caso del bambino maschio, con la rinuncia del possesso della madre, in favore di un futuro amore con un’altra persona (oggetto d’amore), e con l’identificazione con il padre. Viceversa per la bambina femmina. Nella teoria psicoanalitica il triangolo edipico rappresenta un caposaldo per lo sviluppo del pensiero simbolico, ossia, per lo sviluppo della capacità di rappresentare qualcosa con un’altra. Tale triangolo è costituito da un terzo elemento (il padre) che separa gli altri due vertici: il soggetto (il bambino) e l’oggetto dei suoi affetti (la madre). Questo processo offre la base dei processi di simbolizzazione – che dureranno per tutta la vita – fondati sull’assenza di gratificazione immediata. Per esempio, ogni bambino impara che deve lasciare la casa (l’oggetto amato) per andare a scuola (il limite, il terzo) accontentandosi del piacere di imparare, o della compagnia dei compagni (sostituzioni dell’oggetto amato a cui si deve rinunciare)>> (Ferro, Nicoli, 2017).

Clinica e psicoterapia.

Nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

Bibliografia

Ferro, A., Nicoli, L. (a cura di). (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Terni: Raffaello Cortina.

Civitarese, G., Ferro, A. (2018). Un invito alla Psicoanalisi. Roma: Carocci editore.

Stern, D. (2005). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.

I NOSTRI FIGLI.

Il rapporto genitori figli e il dramma del bambino dotato.

La frase di Nino Manfredi “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”, riportata nell’immagine, mi ha fatto pensare ai bambini descritti dalla psicoanalista Alice Miller. La psicoanalista, che non condivideva alcune posizioni della psicoanalisi tradizionale, nel 1979 scrisse un libro dal titolo “Il dramma del bambino dotato”.

Il dramma del bambino dotato.

Il dramma del bambino dotato ha origine dalla capacità del bambino di percepire i bisogni inconsci dei genitori e di adattarvisi, facendo tacere le sue emozioni più spontanee (paura, rabbia, invidia, gelosia) e anche i suoi bisogni, che risultano difficili da accogliere dagli adulti che si prendono cura di lui. Questi ultimi sono adulti insicuri emotivamente che presentano al bambino un’immagine di rigidità e durezza autoritaria necessaria per il proprio equilibrio narcisistico. Il bambino di cui parla Miller, è capace di percepire emotivamente e inconsciamente il bisogno del genitore, di rispondervi adattandovisi, garantendosi così un genitore che non è stato messo in difficoltà dalle emozioni del bambino e che può quindi fornirgli la protezione di cui il bambino ha bisogno.

Così, quando ci troviamo di fronte a genitori che reagiscono alle difficoltà del figlio come se fosse la propria, non in termini di empatia, ma in termini di sentire la propria immagine come “danneggiata” dalla difficoltà del figlio, considerato, inconsciamente, un’estensione del proprio sé, allora possiamo ricordarci della frase del caro Nino Manfredi e del lavoro di Alice Miller.

Emozioni e psiche.

Ricordandoci di loro possiamo ricordarci che la psiche e le emozioni non sono oggetti concreti e statici, ma sono ciò che siamo mentre viviamo e quanto più le mettiamo in secondo piano, o non le consideriamo, tanto più la vita non è piena. Il “bambino dotato”, da adulto potrebbe anche raggiungere gli obiettivi più alti che si era proposto in quanto ha sempre cercato di essere l’orgoglio dei genitori, riuscendoci, ma potrebbe essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso. Gli adulti che hanno vissuto il clima psichico dell’infanzia raccontato da Alice Miller (carenze di considerazione e dei sentimenti, carenze che li porteranno a cercare qualcuno che li ammiri e apprezzi in quanto non si sono autenticamente sentiti apprezzati nell’infanzia), sono persone che non riescono a sentire i propri reali bisogni e che sono riuscite a costruirsi, invece, l’illusione di una buona infanzia in quanto sono cresciute allontanando dalla mente la componente emotiva (e non il ricordo) di quei momenti intensi di quando non si sono sentite accettate, nel loro essere più autentico, dalle persone dalle quali dipendevano.

Non sentirsi accettati.

Non sentirsi accettati (inconsciamente) e compresi durante l’infanzia è un qualcosa che struttura la personalità di un adulto. Non sentirsi, da bambini, “liberi” di poter esprimere rabbia, gelosia, invidia o semplicemente anche un proprio modo di essere “diverso”, in quanto queste emozioni e modi di essere potrebbero non aderire all’immagine e all’aspettativa che i genitori hanno del bambino, è un qualcosa che questi bambini porteranno con se tanto da strutturare una personalità intorno a questo nucleo di emotività e psiche “falsata”. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha insegnato che il bambino può sviluppare un “falso Sé” quando si adatta ai bisogni di chi si prende cura di lui tanto da fondersi con questi bisogni, ciò significa che non solo soddisfa tali bisogni ma ci si identifica. Il bambino, senza saperlo, offre una conferma ai propri genitori che li fa sentire adeguati e amati, in quanto questi trovano in lui un sostituto delle loro strutture mancanti, ma in questo caso è il bambino che non potrà crearsi delle strutture proprie e dipenderà inconsciamente, da adulto, dai suoi genitori come da bambino ne era dipendente consciamente. Essere dipendente inconsciamente, una volta adulto, dai propri genitori ha a che fare con ciò che ho scritto sopra: essere incline al senso di colpa ogni volta che sente di aver tradito l’immagine ideale di se stesso.

Iniziare una psicoterapia.

Alcune persone iniziano un percorso psicoterapeutico perché si sentono abbattute, accanto alle difficoltà oggettive della realtà e pur avendo raggiunto degli obiettivi nonostante queste difficoltà, si sentono abbattute, demoralizzate, non pienamente soddisfatte o non completamente amate, tanto da non sentirsi in grado di amare pienamente a loro volta. Il percorso psicoterapeutico può richiedere tempo, essere intenso, prima di arrivare al nucleo emotivo del non essersi sentito riconosciuto nel proprio vero essere, in divenire, ed essere stato confuso, inconsciamente, con qualcun altro: essere stato vissuto come un prolungamento del genitore e di quello che quest’ultimo non è riuscito ad essere; essere stato vissuto come colui che doveva lenire i dolori del genitore e le sue insicurezze, o come colui che “sostituiva” l’altro figlio morto, o che compensava l’affetto del genitore (nonno/a) venuto a mancare. Ripeto, ciò avviene su base inconscia, perché accanto a quanto ho appena scritto ci possono essere stati dei genitori, che malgrado le loro insicurezze e utilizzando le proprie risorse, si sono presi cura dei propri figli con tutto l’amore di cui potevano disporre.

Più si accetta la propria diversità, conoscendo se stessi, più si accoglie la diversità dell’altro senza esser spaventati da quello che potrà accadere se non si pone da subito rimedio a questa diversità. Non entrare in questa ansietà permette relazioni più profonde e anche di amare e sentirsi amati, senza sentire il “pericolo” di venir meno a se stessi, che poi, quel “se stessi”, corrisponde solo all’immagine ideale che non è ciò che veramente siamo e che veramente vogliamo essere.

Concludo questo articolo come l’ho iniziato, con le parole di Nino Manfredi che arrivano prima e toccano di più in termini di emozioni: “I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventà come noi che, poi, manco se piacemo”.