TRAUMA E TRAUMI INTERPERSONALI Cosa può fare la psicoterapia

trauma

Il trauma 

A seguito di un’esperienza critica (evento traumatico), vissuta come episodio singolo oppure ripetuto e/o prolungato nel tempo, la psiche di una persona può subire un tipo di “danno”: il trauma.

L’evento traumatico 

L’evento traumatico può essere di qualsiasi tipo ed è, almeno inizialmente, inatteso  e implica l’esperienza di un sentimento d’impotenza e vulnerabilità a fronte di una minaccia, oggettiva o soggettiva, che può riguardare l’integrità fisica e psichica dell’individuo. 

Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona

Il potenziale patogeno di uno stimolo dipende tanto dall’intensità e dalla dimensione temporale dello stimolo, quanto dalle complesse variabili caratteristiche di una persona, che ne definiscono una dinamica soglia di risposta, rappresentazione, rielaborazione e ripresa.

Il trauma psicologico

 Il trauma psicologico corrisponde all’impossibilità di dare un senso e un significato, coerente e psicologicamente “vero” (verità narrativa, vedi l’ultimo paragrafo), a un episodio traumatico. Il trauma non è mai contenibile in una rappresentazione psichica in quanto eccedente le capacità di integrazione dell’apparato psichico.

I tipi di trauma

La letteratura scientifica degli ultimi decenni ha identificato cinque diversi tipi di trauma. In questo testo mi soffermo solo sul trauma interpersonale e sul trauma d’identità . I cinque tipi di trauma sono:

  • Tipo I, trauma non personale/accidentale/shock/disastro naturale
  • Tipo II, trauma interpersonale 
  • Tipo III, trauma dell’identità
  • Tipo IV, trauma di comunità
  • Tipo V, trauma persistente, stratificato, cumulativo, basato sulla rivittimizzazione e la ritraumatizzazione.

Merita un accenno anche la teorizzazione della psichiatra americana Leoner Terr che distingue i traumi in due tipi:

  • Tipo 1 o trauma a evento singolo: un evento improvviso, circoscritto, inaspettato e profondamente scioccante (incidente stradale, morte improvvisa e/o violenta di un congiunto, separazione improvvisa, disastro naturale, un episodio di stupro, un episodio di abuso); può essere impersonale – non causato da un’altra persona  – o interpersonale – causato da un’altra persona, sia intenzionalmente o meno.
  • Tipo 2 o trauma ripetitivo e complesso: trascuratezza grave e/o abuso continuativo di tipo emotivo, fisico, sessuale o altre forme di maltrattamento all’interno della famiglia nucleare o allargata; separazioni violente o particolarmente conflittuali; violenza domestica e violenza assistita;  persecuzioni politiche, etniche, religiose; prigionia, torture, guerra, genocidio; stato di rifugiato.

La ricerca sul trauma

E’ importante sottolineare che la ricerca, per tutti questi tipi di trauma, indica che la sindrome del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) rimane una risposta atipica negli adulti traumatizzati e che la maggior parte di loro è in grado di elaborare quello che è accaduto dopo un periodo di  tempo caratterizzato da risposte e reazioni post-traumatiche che poi svaniscono. Sulla base di quanto appena scritto, il Manuale Diagnostico Psicodinamico 2 (PDM-2) evidenzia che ognuno dei cinque tipi di trauma e le diverse forme di danno secondario possono portare o meno a un disturbo da stress acuto o a un disturbo da stress post-traumatico, e/o a disturbo da stress post-traumatico complesso (non presente nella classificazione dei disturbi del Manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali – DSM 5), a seconda delle caratteristiche individuali (vedi quanto scritto nel paragrafo “Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona”).

Il trauma interpersonale

Il trauma interpersonale, così come descritto nel PDM-2, è commesso da altri esseri umani e può verificarsi una sola volta o in un periodo limitato di tempo (di solito quando il perpetratore è un estraneo), ma può anche essere ripetuto per mesi o anni quando la vittima e il perpetratore hanno una qualche relazione  e c’è la possibilità di rimanere intrappolati nella relazione.

La gravità dei sintomi nella dimensione interpersonale del trauma primario

I sintomi sono più gravi se il trauma è perpetrato da una persona conosciuta o che ha una relazione con la vittima (o che ha un ruolo nella relazione che prevede l’assistenza e protezione nei confronti con la vittima) – un pattern definito “trauma di tradimento”. Ci sono anche altri diversi tipi di trauma secondario, per quanto concerne i traumi interpersonali, che tratterò in altri post.

Il trauma d’identità

Il trauma dell’identità è basato sulle caratteristiche in gran parte non modificabili dell’individuo (genere, identità di genere e orientamento sessuale, caratteristiche etniche) che rappresentano la base per la vittimizzazione.

Psicoterapia e traumaRaggiungere una verità narrativa sentita nella mente e nel corpo

Rottura del legame e interruzione della trama identitaria 

Siamo esseri umani dipendenti in modo profondo dal legame di attaccamento: la relazione può avere un valore di cura tanto quanto di danno alla nostra integrità psicofisica minando, a volte, la fiducia in se stessi e negli altri.  Se il trauma si declina in un’interruzione della trama identitaria, lutti precoci di un caregiver, separazioni improvvise e/o violente e/o conflittuali, evidenziano come la specifica rottura del o dei legami si rilevi piuttosto difficile da sanare ed è molto importante comprendere come si risponde ad esse (come scritto sopra, la potenzialità traumatica di uno stimolo dipende anche dalle caratteristiche e dal tipo di risposta ad esso da parte di un individuo). Qualunque sia il tipo di separazione traumatica, si ha a che fare con eventi che interferiscono con la costruzione di un personale processo identitario in atto.

Migliorare la competenza autobiografica

Spesso i pazienti traumatizzati hanno poca competenza autobiografica: alcuni hanno difficoltà a raccontare la propria storia, faticano a ricordare il prima e il dopo; altri aderiscono a storie impersonali e rigide; altri ancora non riescono a trovare una narrativa che gli permetta di contenere il dolore traumatico.

Ripristinare la trama identitaria e i legami, raggiungere una verità narrativa

Non c’è trauma che, per essere curato, non richieda una narrazione perché ogni trauma ha bisogno di una storia per essere elaborato e ripristinare la “trama”. Ripristinare la “trama” attraverso la costruzione e il ripristino di nuovi legami con se stessi, con gli altri e con il mondo (una convivenza interiore e con il modo).

Come scrive Vittorio Lingiardi in “IO, TU, NOI. Vivere con se stessi e con gli altri

<<L’intento è quello di raggiungere una “verità narrativa” che ci permetta di organizzare la nostra esperienza, in un modo che sia plausibile e coerente, ma anche sufficientemente elastico e aperto all’imprevedibile come il mondo che ci circonda. Incertezza che riguarda anche il senso della propria autenticità (di paziente e psicoterapeuta), e che dovrebbe spingerci a considerare con una certa cautela l’idea di aver finalmente dipanato la matassa della convivenza interiore. Il sommarsi delle nostre esperienze nel tempo, il succedersi dei cambiamenti e la comparsa di imprevisti rendono l’autenticità necessariamente incerta e cangiante>>. Ascoltare in psicoterapia <<gli stati del sé facilita l’espressione delle nostre potenzialità. Rende sincero l’adattamento e facilita la convivenza>>.

IL CONTAGIO DELLE RELAZIONI AMOREVOLI.

Il contagio delle relazioni amorevoli e vivificanti.

Essere Umano è contagioso quando ricordiamo da dove proveniamo, quando abbiamo la consapevolezza che le fondamenta del nostro sviluppo sono biologiche e relazionali.

essere umano.

Winnicott è stato un pediatra e uno psicoanalista interessato alle condizioni che consentono al bambino di divenire un essere umano, e alle strutture psichiche di trasformarsi con nuove connessioni. La sua attenzione si è concentrata sugli aspetti della psiche che presentano sempre potenzialità di sviluppo, nel bambino piccolo come nell’adulto. La teoria psicoanalitica e diverse forme di psicoterapia, come anche diversi approcci psicologici, hanno tratto notevoli sviluppi dai suoi approfondimenti clinici sulle prime fasi di vita della coppia madre-bambino e dalle analisi con pazienti borderline. Una fondazione biologica e relazionale dello sviluppo dell’essere umano costituisce il nucleo del suo pensiero.

Il bambino non esiste da solo.

Prima dei sei mesi, i bambini sanno a malapena di essere nati, Winnicott diceva che i bambini non esistono da soli, i bambini sono sempre uniti alla madre o alla persona che si prende cura di loro. Un neonato riconosce l’odore della madre in mezzo a centinaia di altri odori. Appena nato riesce a vedere la madre a 30 centimetri di distanza e si mette a fissarla. I bambini riconoscono i suoni, quelli emessi dai genitori, ma anche quelli emessi dagli altri che erano presenti durante il momento della gravidanza. Il paradosso è che non hanno idea di chi sia la loro madre.

I bambini iniziano a usare il linguaggio partendo da un gesto, da un pianto, da un urlo, e questi vengono interpretati dalla madre, non come riflessi causali che vengono dal sistema nervoso centrale, ma come un discorso, come un’intenzione. Naturalmente, all’inizio sono fondamentalmente riflessi. Però, man mano che la madre li interpreta come un linguaggio, la madre fa entrare il bambino dentro il linguaggio. Interpretare i gesti del bambino come una forma di comunicazione è ciò che trasformerà i gesti in un linguaggio riconoscibile e il soggetto in un essere umano.

Relazione e contagio.

E’ bello vedere un bambino che osserva l’espressione della madre e vedere la sua piccola bocca che imita i movimenti che percepisce nel volto e nella voce di lei. Inizia uno scambio tra di loro: <<bla, bla>>, una conversazione a turni che in seguito verrà nutrita di contenuti e parole più sofisticati.

Il modo in cui gli adulti comunicano tra di loro è spesso piatto e i bambini hanno bisogno di adulti che si approcciano alla loro esistenza con entusiasmo e passione. I bambini collegheranno la propria esistenza all’effetto che hanno sugli adulti. E’ contagioso al punto che quando un bambino vede la madre entusiasta di lui, anche lui è entusiasta di lei, come in un gioco in cui ci si imita l’un l’altro. E’ un contagio fondamentale per far entrare il bambino nella logica umana del desiderio e della relazione.

Il desiderio.

Il desiderio è molto importante per l’uomo perché ciò che ci definisce è la capacità di desiderare. La possibilità di desiderare ci definisce come specie e come individui nella nostra singolarità. Il compito più importante di un genitore è quello di portare il bambino verso questa direzione.

Tutto ciò che conta non ci lascia mai.

DALLA SCOPERTA DEL CORPO IN ADOLESCENZA VERSO LA STRUTTURAZIONE DELL’IDENTITA’.

gli adolescenti e la trasformazione delle famiglie e dei modelli educativi

La sessualità costituisce un elemento determinante per lo sviluppo della personalità, è un mezzo di espressione e di comunicazione, nucleo centrale dell’identità della persona: riguarda il modo di porsi in relazione agli altri. La sessualità non è qualcosa che viene coinvolta solo quando si desidera soddisfare il bisogno sessuale, ma l’essere femmina o l’essere maschio si riflette su tutto quello che facciamo.

Avvicinarsi al corpo scoprendo progressivamente le sensazioni che può dare, significa soprattutto riconoscersi nelle proprie emozioni e nei propri desideri.

Identità di genere.

L’adolescenza è il periodo in cui ci si interroga sui propri cambiamenti, si ha l’impressione di vedere il mondo con occhi nuovi. Chiedersi “chi sono” significa anche porsi delle domande sul proprio essere maschio o femmina, ossia sulla propria identità di genere.

La componente biologica.

Nel periodo puberale la componente biologica dell’identità ritorna in primo piano. Sotto la spinta ormonale il corpo si trasforma e assume in breve tempo i caratteri definitivi del maschio e della femmina adulti (caratteri sessuali secondari).

Durante la pubertà e l’adolescenza il maschio incontra l’assenza di un segnale certo sulla sua identità, mentre la femmina incontra un segnale biologico forte e chiaro: la comparsa delle mestruazioni e i cicli mestruali che seguiranno confermeranno mensilmente il passaggio biologico dall’essere bambina all’universo femminile. La comparsa dei caratteri sessuali secondari, in particolare lo sviluppo del seno, confermeranno la sua femminilità anche attraverso gli sguardi maschili.

Il ragazzo, al contrario della ragazza, si trova spesso alle prese con l’acne o un’improvvisa crescita corporea. Il suo segnale biologico, le eiaculazioni nel sonno, spesso restano un fatto segreto, spesso un fatto improvviso difficilmente condivisibile con la famiglia e i coetanei. La sua attenzione si sposta sulle dimensioni del pene e il confronto con gli amici serve a volte a rassicurare ma più frequentemente a creare ansie e timori di inadeguatezza.

La masturbazione.

In questo periodo di incertezza maschile la masturbazione entra in gioco e svolge una duplice importante funzione: dare sfogo a una spinta ormonale (incisiva sul corpo e sul cervello) e consentire una prima, se pur parziale, conferma all’essere maschio. Attraverso le fantasie erotiche il ragazzo si eccita, ottiene l’erezione, stimola il pene fino a raggiungere l’eiaculazione e l’orgasmo. L’autoerotismo rappresenta un’indispensabile fase preparatoria della sessualità agita e un momento di conferma dell’identità sessuale.

Per la femmina la masturbazione ha una minore importanza ai fini della conferma della propria identità ma la sua mancanza, se pur non compromette il consolidarsi dell’identità sessuale e la futura vita sessuale, può rendere più difficile la percezione del piacere e l’erotizzazione del corpo.

La masturbazione è sovente presentata come qualcosa di immaturo. In realtà, essa rappresenta una normale componente del comportamento sessuale della persona utile a conoscere il proprio corpo, e le donne – al pari degli uomini – possono trarne piacere.

Nella pubertà, il fenomeno autoerotico, presente fin dall’infanzia, si intensifica, a causa delle nuove emozioni sessuali avvertite, ed assume un significato diverso rispetto all’autoerotismo infantile, dove l’investimento libidico è rivolto a se stessi. Da questo periodo in poi invece viene indirizzato anche verso l’altro. Infatti le fantasie erotiche che accompagnano la masturbazione sono in relazione ad un’altra persona, reale o immaginaria, e rappresentano un percorso di progressivo avvicinamento alla relazione sessuale.

La masturbazione è dunque un’esperienza con cui si prende confidenza con il proprio corpo e con il proprio immaginario erotico. La masturbazione non è soltanto una caratteristica del periodo adolescenziale. Essa viene praticata da uomini e donne nelle diverse età della vita, non solo quando i rapporti sessuali sono impossibilitati, ma anche in coppia durante il rapporto sessuale o da soli.

Le prime esperienze.

Per l’adolescente maschio agire la sessualità rappresenta la più importante occasione per confermare quell’identità che la femmina ha già visto confermata dal segnale biologico delle mestruazioni. Anche per questo motivo le ragazze, spesso, le ragazze ricercano le prime esperienze all’interno di una relazione affettiva, anche se oggi il loro comportamento sessuale si avvicina sempre di più a quello maschile: anch’esse delegano a una sessualità precoce e “trasgressiva” il passaggio all’età adulta. Per il ragazzo, molto spesso, la possibilità di agire un rapporto sessuale e soddisfacente continuerà a rappresentare nel corso degli anni successivi un’importante conferma della sua identità. La ripetitività dei rapporti acquista un significato analogo a quello della ciclicità mestruale femminile: un segnale certo di appartenenza al genere. Si può comprendere allora come la comparsa di una disfunzione della sessualità venga vissuta drammaticamente come perdita non solo del piacere legato all’intimità e all’orgasmo ma della propria integrità di persona.

I pilastri dell’identità sessuale in adolescenza, non solo sessualità.

Durante il periodo dell’adolescenza si definiscono i pilastri sui quali poggia l’identità sessuale: la seduttività e l’agire la sessualità.

La seduttività per entrambi i sessi non è più quella infantile tesa a ottenere l’affetto e la protezione dell’adulto ma si trasforma in un richiamo per i coetanei. Quando i segnali inviati dal corpo hanno successo e ottengono risposta hanno un effetto positivo sulla percezione di sé. Piacere all’altro ed essere accettato e scelto rappresenta la conferma reale del proprio potere seduttivo che consolida l’identità sessuale. La bellezza facilita questo risultato mentre i difetti fisici, reali o presunti (dismorfofobie), possono minare il pilastro della seduttività. La seduttività consente di entrare in una relazione nuova con l’altro sesso (o con una persona dello stesso sesso se si è omosessuali), diversa da quelle amicali precedenti con i compagni di scuola e con gli amici: si creano di conseguenza le premesse che permettono ai giovani di agire le prime esperienze sessuali.

Da questo momento in poi, agire la sessualità diventa un secondo pilastro dell’identità. Per questo motivo la comparsa di una disfunzione sessuale maschile, in qualunque periodo della vita, rappresenta una “ferita” della propria mascolinità.

Maschi in difficoltà’.

Un altro importante pilastro psicologico e sociale dell’identità sessuale che si sviluppa a partire dai primi anni di scuola è l’investimento sulle proprie capacità. Il successo scolastico e, per i maschi sportivo, rinforza quel sentimento di autostima che consente di rapportarsi con gli altri, coetanei e adulti, in modo progressivamente più sicuro. Leggendo il libro di Zimbardo “maschi in difficoltà” o leggendo le ultime statistiche dell’indagine istruzione Ocse, i maschi stanno peggiorando nel loro impegno e successo scolastico rispetto le femmine, tanto che gran parte del loro tempo è trascorso ai videogiochi on line, nella visione di siti porno. Secondo gli studi e le indagini di Zimbardo l’immediata disponibilità della pornografia hardcore e della realtà dei giochi eccitanti forniscono alternative digitali considerate meno esigenti e per molti, più attraenti del sesso, dello sport e dell’interazione sociale nel mondo reale. L’immersione in questi ambiti alternativi sta creando il caos nello sviluppo cognitivo dei giovani, nella loro capacità di concentrazione e nel loro sviluppo sociale. I ragazzi adolescenti sembrano essere più “danneggiati” da questi comportamenti tanto da interagire e relazionarsi con altri virtuali più che con persone, andando così a perdere tutta la componente emotiva e relazionale che solo la relazione tra persone, relazione che contribuisce a far sviluppare un identità più sicura.

I pilastri dell’identità sessuale dopo l’adolescenza.

 Nelle età successiva saranno l’inserimento e l’affermazione nel mondo del lavoro a rinforzarla, ma anche questi altri pilastri stanno venendo meno al genere maschile.

Un positivo sentimento di appartenenza al proprio sesso non è mai definitivamente acquisito, anche quando il percorso di crescita si è svolto correttamente nelle sue prime tappe. Nell’arco della vita si renderanno necessarie nuove conferme. Per la femmina, nell’età adulta, la maternità porterà alla convalida, biologica e psicologica, della propria identità. In passato la maternità rappresentava il pilastro più importante dell’essere donna e ancora oggi mantiene la sua importanza. La paternità invece, se una volta era considerata come affermazione della propria virilità, oggi ha perso gran parte di questo significato, trasformandosi in quella capacità di “prendersi cura di” ritenuta fino a pochi decenni esclusiva del femminile.

In conclusione, nel mondo occidentale, seduttività, sessualità agita, maternità e paternità, insieme al ruolo sociale e lavorativo, sono diventate componenti fondamentali per raggiungere e mantenere un’identità stabile sia per gli uomini che per le donne.

IDENTITA’ E PERSONALITA’

Identità e personalità “in poche parole” perché sono dei termini importanti che ricorrono spesso nel linguaggio comune e nel mio blog. Per tali motivi ho pensato che il lettore possa trarre beneficio da una breve lettura nella quale questi termini sono esposti in modo semplice, chiaro e sintetico. In aggiunta, la lettura di questo articolo può aiutare la comprensione degli altri articoli divulgativi presenti nel blog.

Identità personale e personalità nel tempo.

L’identità personale è la concezione di ciò che siamo e di come ci mettiamo in rapporto con il mondo. La personalità può essere, sinteticamente, definita come il modo in cui si sviluppa la nostra identità (vedi articolo: “La personalità: quando consultare uno psicologo…”).

Con il termine identità si è cercato di rappresentare quei passaggi evolutivi che portano al consolidamento e all’affermazione di ciò che un individuo sente di essere. Già dall’età di tre anni si sviluppa una prima concezione di noi stessi e del posto che occupiamo nel contesto in cui viviamo secondo le qualità e le capacità individuali, ma anche in base a fattori come genere sessuale, ambiente culturale e/o religioso, età e interessi. Nel tempo e nei diversi passaggi evolutivi identità e personalità possono cambiare ed evolversi.

L’individuazione, cioè il processo di “costruzione” della propria identità, inizia nell’infanzia, durante l’adolescenza i ragazzi esplorano il senso di sé e il loro ruolo nel mondo, e durante l’età adulta l’identià si sviluppa consolidandosi.

Identità sessuale.

Nella sfera sessuale il termine identità mette in rilievo quanto una persona possa rappresentarsi e confrontarsi con il contesto sociale e culturale di riferimento. In base alla definizione del termine identità, che è stata data sopra, si può pensare che una persona dovrebbe percepire chi sente di essere a prescindere dalle influenze socio-culturali, ma quando l’identità ottiene un significato preciso nella sessualità, allora il contesto socio-culturale, i pregiudizi e gli stereotipi annessi diventano così potenti da mettere in secondo piano il bisogno di sentirsi unici e irripetibili e acquista più potere l’influenza socio-culturale ed ambientale. Per approfondire il tema “identità sessuale” suggerisco un articolo presente nel mio blog al quale si può arrivare cliccando qui.

L’identità, la sua rete e i mezzi di comunicazione di massa, social e nuove tecnologie.

Il gruppo sociale e famigliare hanno molto peso nell’individuazione di un individuo e nel formare il proprio senso identitario. Spesso i gruppi, ai quali sentiamo di appartenere, rafforzano le nostre convinzioni e i nostri valori, conferendoci anche forza e autostima. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa e le nuove tecnologie si sta rendendo più sfuocata la differenza tra io pubblico e io privato, segno che le nuove tecnologie stanno avendo un notevole peso nel modo in cui le persone “formano” la propria identità personale.

Gli stati dell’identità.

James Marcia ha postulato la teoria degli stati dell’identità, secondo la quale l’identità si sviluppa quando i ragazzi “risolvono” fasi critiche, elaborando e rappresentandosi le proprie scelte, nei vari campi della vita. Secondo Marcia ci sono quattro stati di evoluzione identitaria: diffusione, blocco, moratoria e identità realizzata. Nello stato di identità diffusa l’adolescente non è ancora impegnato verso una particolare identità e non ha stabilito un obiettivo o una prospettiva per la vita. Nello stato di blocco, adottando valori imposti o tradizionali, il giovane si impegna prematuramente verso una certa identità senza esplorare le proprie concezioni e il proprio modo di essere in divenire. Nella stato di moratoria i ragazzi esplorano diversi ruoli e opzioni pur senza essere impegnati verso una particolare identità. Infine, nell’identità realizzata esplorano diversi opzioni e impegnandosi nel raggiungere degli obiettivi e costruendo i propri valori e convinzioni risolvono i “problemi identitari”.

C’ERA UNA VOLTA L’UOMO CHE NON DOVEVA CHIEDERE MAI E CHE IGNORAVA LA SESSUALITA’ FEMMINILE.

Sempre più donne hanno scoperto, e stanno scoprendo, di poter godere del sesso e di poter dare e ricevere piacere da quando il rapporto sessuale non si basa più su il solo piacere dell’uomo.

La sessualità femminile.

Ciò significa che la definizione femminile del sesso, e il modo di viverlo, non combacia con quella maschile: per le donne, mentre alcuni parti dell’atto sessuale sono gradite, altre non lo sono e altre ancora potrebbero essere praticate in modo leggermente diverso. Le donne hanno capito di volere più sensualità, più preliminari, cure amorose, stimolazione del clitoride… e queste idee si sono fatte strada, e si stanno facendo strada, in mezzo alle convinzioni dominanti, in mezzo agli stereotipi e alle false credenze; queste idee si sono fatte strada trovando impreparati quella tipologia di uomini che sono rimasti ancorati allo stereotipo maschile di uomo che non deve chiedere mai, anche se non ci credono più neanche loro e anche se questo tipo di uomo, forse, non è mai veramente esistito nonostante si comportasse in tal modo.

La reciprocità.

Oggi ci sono uomini per i quali è d’importanza cruciale ciò che vogliono le donne e ci sono donne per le quali è d’importanza cruciale ciò che vogliono gli uomini. Ci sono però anche tanti uomini, e tante donne, che sono vittime di stereotipi, di false credenze rispetto la sessualità e l’affettività e che non riescono a prendere contatto con i propri desideri e di conseguenza con il piacere. Ciò, non solo nell’area della sessualità.

E’ molto probabile che nessuna donna negherebbe l’importanza della reciprocità e dello scambio e ogni donna ha molto da imparare dal mondo maschile. Quindi, non solo gli uomini dalle donne.

La libertà e il rispetto aprono al proprio desiderio e a quello dell’altro.

Un altro punto che dovrebbe far essere felici gli uomini, e quindi farli sentire meno insicuri rispetto alle scoperte fatte dalle donne, concerne il fatto che le donne, sentendosi più libere di includere anche i loro desideri nell’atto sessuale e nell’atto d’amore, sono anche molto più curiose e propense a prendere in considerazione i valori maschili invece che subirli.

Nuovi equilibri e consapevolezza.

Contemporaneamente, anche se non in tutte le persone, si sta raggiungendo uno stadio più equilibrato nello sviluppo della sessualità, dell’affettività e del rispetto dell’altro, in cui i bisogni individuali sono rispettati e in cui si possono valutare i diversi approcci, prendendo il meglio da ciascuno di essi. Si spera che si possa sempre più diffondere l’atteggiamento in cui il sesso e l’amore non debbano essere qualcosa di definito e imposto da uno dei due partner, dagli stereotipi, da false credenze o da un uso scriteriato e non consapevole dei social e della tecnologia.

LE PERSONALITA’.

identità e personalità in adolescenza
LA PERSONALITà.

La “personalità” può essere definita come un insieme di modalità relativamente stabili di pensare, sentire, comportarsi e mettersi in relazione con gli altri. Con “pensare” non si intende solo i sistemi di credenze e il modo in cui attribuiamo significato a noi stessi e agli altri, ma con “pensare” si fa riferimento anche ai valori morali e agli ideali.

Anche se la personalità conserva, nel tempo, significativi elementi di stabilità e continuità, la personalità non è fissa e immutabile, ma evolve lungo l’arco della vita. Ad essere stabile non è il comportamento di per sé, ma le dinamiche psicologiche che possono essere attivate o rimanere silenti in una data circostanza.

Di cosa ha bisogno la persona.

 Il concetto di personalità diventa più semplice da comprendere scrivendo che la personalità riguarda ciò che uno è piuttosto ciò che uno ha, quando “ha” è inteso come disturbo.

Indipendentemente dai sintomi, o dai disturbi e dalle difficoltà, con cui le persone si presentano allo psicologo, nel corso della psicoterapia, finiscono per rendersi conto che le loro difficoltà sono intrinsecamente legate a come sono loro. La persona che si rivolge ad uno psicologo psicoterapeuta ha bisogno di essere aiutato a comprendere il proprio funzionamento psicologico come sistema generale e perché è ripetutamente vulnerabile a un certo tipo di sofferenza. Nel corso del trattamento la persona comincia a rendersi conto che in determinate circostanze ripropone e attiva dinamiche psicologiche (funzionamenti psichici) di cui prima non era consapevole e che lo portavano a comportamenti (vari) che gli procuravano sofferenza e/o difficoltà relazionali e/o sintomatologie di varia natura.

La personalità non è un disturbo.

Ogni persona ha uno stile/tipo di personalità e il termine “disturbo” è una convenzione linguistica con cui i clinici indicano un grado di gravità e rigidità che compromette il comportamento e causa sofferenze o difficoltà. Per esempio, una persona può avere uno stile narcisistico senza necessariamente avere un disturbo narcisistico di personalità (Mc Williams, Lingiardi, 2018).

Quando ciò che sei ti procura sofferenza e difficoltà.

Un criterio che porta i clinici a utilizzare la convenzione linguistica “disturbo”, è l’evidenza del fatto che un certo modo di funzionare causi un disagio significativo all’individuo stesso o agli altri, sia stabile nel tempo e faccia parte della propria esperienza al punto da non ricordare di essere stato differente o immaginare di poterlo essere. Molte persone con una patologia della personalità non sono consapevoli della loro caratteristiche problematiche, o non se ne preoccupano, e spesso si rivolgono ad uno psicologo perché spinti da qualcun altro. Altri cercano spontaneamente la psicoterapia, non per motivi che riguardano la personalità, bensì per qualche disagio specifico e circoscritto, tra cui ansia, depressione, disturbi alimentari, sintomi somatici, problemi relazionali, traumi, fobie, comportamenti autolesivi, compulsioni (Mc Williams, Lingiardi, 2018).

La psicoterapia.

Ai fini di una psicoterapia che possa efficacemente cambiare aspetti fondamentali del funzionamento psicologico, comprendere un individuo nel suo complesso e secondo le sue traiettorie evolutive può essere più importante che classificare il sintomo di cui soffre o padroneggiare specifiche tecniche terapeutiche (American Psychological Association, 2012; Norcross, 2011). Dunque, un terapeuta capace che conduce un colloquio clinico non solo valuta i sintomi del paziente, il suo stato mentale e il contesto socioculturale in cui si è sviluppato il problema, ma cerca anche di tenere in considerazione la personalità, i punti di forza e di debolezza e i principali temi strutturali.

Bibliografia

American Psychological Association (2012). Riconoscimento dell’efficacia della psicoterapia. Tr.it in Psicoterapie e scienze umane, 3, XLVII, 2013, 407-422.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

Norcross, J. C. (a cura di) (2011). Quando la relazione psicoterapeutica funziona (vol. 1 e 2). Tr. it. Roma: Sovera Edizioni 2012.

RELAZIONE E CONVIVENZA.

Un breve articolo per un breve viaggio dall’io al tu, sino al noi. Dall’individuo alla relazione. Dalla molteplicità del Sé alla molteplicità del reale e del virtuale.

La complessità della molteplicità.

La molteplicità non è superficialità ma è complessità. Nella nostra vita quotidiana, siamo portati, per diversi motivi a fare più cose, spesso nello stesso tempo e nello stesso spazio. Come nella vita on line apriamo diverse finestre e stando in ognuna di queste passiamo da uno stato mentale all’altro. Per esempio, si può scrivere a computer, ma nel frattempo occuparsi anche di una cosa importante che ti ha chiesto tuo figlio, come ti potrebbe venire alla mente una questione lavorativa che è meglio affrontare subito. Questi passaggi da un’attività all’altra richiedono passaggi a stati mentali diversi. Si potrebbe avere l’impressione di non andare in profondità in ognuno di questi stati molteplici, ma è molto probabile che la sfida contemporanea sia stare in questa molteplicità e non ritenerla superficiale, ma complessa.

Molteplicità e convivenza con noi stessi.

Come tutte le cose complesse, questa complessità richiede un lavoro che porti al saperci stare e convivere con questa molteplicità complessa. Ognuno di noi è fatto di diversi aspetti e diverse parti in dialogo tra loro. Si potrebbe dire che la prima convivenza con la molteplicità è con noi stessi. E’ importante credere di essere unici e coerenti con la nostra unicità, ma questa è un’illusione necessaria perché siamo costantemente in dialogo, in contrattazione con i nostri desideri, valori, spinte, contraddizioni diversi e spesso contrastanti.

Philip Bromberg, uno psicologo e psicoanalista americano, nel suo libro “Standing in the Spaces”, sostiene che la mente all’origine non sia unitaria, ma nasca come una molteplicità di stati, in continua dialettica. Secondo Bromberg, la premessa per una vita soddisfacente e consapevole è che i diversi stati del Sé, propri di ogni individuo, riescano a vivere in un movimento continuo tra separatezza e unitarietà. Tornando alla convivenza con noi stessi, utilizzando il linguaggio della psicoanalisi, si può dire che ogni stato del Sé funziona in modo ottimale se è in grado di negoziare e comunicare con gli altri stati del Sé, dando al soggetto l’impressione (l’illusione necessaria) di un Sé unitario. Esistono forme di dissociazione che sono sane e necessarie e caratterizzano la vita mentale di tutti gli individui. Esistono dissociazioni di cui invece soffrono persone che hanno subito un trauma, o che soffrono di disturbi della personalità, che meritano un discorso a parte che qui non tratterò.

Molteplicità e l’esperienza conscia e inconscia.

Siamo costantemente in dialogo con le nostre parti in maniera conscia e inconscia e per organizzare tale esperienza (l’esperienza conscia e inconscia) non c’è un modo unico valido per tutti, come afferma lo psicoanalista Mitchell <<molti di noi credono che ogni analista fornisca un modello o un quadro di riferimento teorico che non rivela ciò che si trova nella mente del paziente ma che rende possibile organizzare l’esperienza conscia e inconscia del paziente in uno dei tanti modi possibili, un modo che possa produrre un’esperienza più ricca e meno autodistruttiva […] Io penso che la mia competenza non stia nel sapere cosa c’è dentro di lui (il paziente), ma nell’escogitare modi di costruire la sua esperienza che sono potenzialmente utili […]>> (Mitchell, influenza e autonomia in psicoanalisi).

Molteplicità e convivenza con l’altro e gli altri.

Per poter convivere con gli altri, e in particolar modo con la persona per noi significativa (l’atro significativo), abbiamo bisogno di un’armoniosa e ricca convivenza con le nostri parti (le parti del proprio Sé). Queste nostre parti devono poter trovare un’organizzazione armoniosa nell’Io (l’individuo) per potersi incontrare con le diverse parti di un altro individuo. Vittorio Lingiardi, nel suo libro “Io, tu, noi. Vivere con se stessi, l’altro, gli altri”, sostiene che mettere d’accordo le tante “persone” che sono dentro di noi, che poi si organizzano attorno al nostro “Io”, con le tante persone che sono dentro l’altro da noi, che poi si organizzano nel “Tu”, rendono possibile l’incontro fondamentale tra l’Io e il Tu che riguarda qualsiasi relazione significativa (genitore – figlio, maestro – allievo, psicologo – paziente).

La molteplicità nella stanza della psicoterapia.

Freud diceva che nella stanza di analisi si è almeno in quattro: analista e paziente; i loro rispettivi inconsci e, aggiungo, ciò che questi inconsci possono “creare” dal loro incontro; poi ci sono i loro rispettivi “genitori” (siamo pieni delle altre persone che hanno formato la nostra struttura).

Conclusione.

Concludo questo articolo con delle frasi che riporto spesso negli articoli che scrivo: siamo relazione e ciò che conta non ci lascia mai. Il riconoscimento reciproco sta nel riconoscere l’altra persona nella sua alterità e ciò richiede un lavoro di costruzione quotidiano per mettere d’accordo queste molteplici dimensioni dell’individuo e della relazione. Anche l’incontro amoroso non è fatto del colpo di fulmine ma di questi movimenti quotidiani di costruzione nella molteplicità e nella complessità, se si vuole mantenere viva una relazione, ad ogni “rottura” deve seguire una “riparazione”.