ANSIA E DISTURBI D’ANSIA.

ANSIA COME CONDIZIONE FISIOLOGICA.

L’ansia come condizione fisiologica (esperienza comune e non patologica) coincide con una sensazione che qualcosa di genericamente negativo stia per accadere (anticipazione di una minaccia futura) e/o coincide con una condizione di allarme in risposta ad una situazione percepita come pericolosa o stressante. 

LA PAURA.

La paura (condizione fisiologica di base), a differenza dell’ansia, è una risposta emotiva legata a una minaccia, reale o percepita, più specifica e imminente.

QUANDO L’ANSIA E’ UN DISTURBO.

Si può ipotizzare una patologia ansiosa quando la reazione d’allarme insorge in assenza di uno stimolo adeguato per natura e intensità a determinarla, quando i livelli d’ansia sono troppo intensi o quando le risposte comportamentali si rivelano poco congrue e in definitiva non vantaggiose per l’’individuo.

LO SPETTRO DELL’ANSIA.

Come ci si può orientare nella complessa nosografia dei disturbi dello spettro dell’ansia? Questa parte spetta al clinico (psicologo psicoterapeuta, psichiatra), l’autodiagnosi e l’autoterapia non sono, ovviamente, consigliate. Ad ogni modo il clinico tiene conto di due fattori e, ricordando che il colloquio è lo strumento più importante per la conoscenza di una persona e l’instaurazione di una relazione che cura, si avvale di diversi strumenti e sistemi diagnostici (di solito, nel mio sito, focalizzo l’attenzione sul DSM – 5 e il PDM – 2. Il primo si basa su una concezione medica e il secondo ha una concezione psicodinamica).  I due fattori sono:

  1. L’oggetto o la situazione che attivano la reazione di paura, ansia o evitamento;
  2. Il contenuto dei pensieri e delle credenze a esso associati.

Esistono fobie e paure considerate normali in età evolutiva, transitorie e di breve durata. Per esempio è molto comune avere paura degli animali attorno ai 2-3 anni.

IL NUCLEO PSICOPATOLOGICO COMUNE A TUTTI I DISTURBI DELLO SPETTRO DELL’ANSIA.

Tale nucleo coincide con la presenza di ansia e paure eccessive sproporzionate rispetto alla situazione e/o allo stimolo, che si manifestano per un periodo della durata di almeno sei mesi o più e che innescano comportamenti di evitamento attivo, spesso in associazione a credenze errate.

ANSIA DI STATO E ANSIA DI TRATTO.

L’ansia di stato è un’ansia contestualizzata che si verifica quando vi è una situazione ritenuta stressante per l’individuo come il dover parlare in pubblico, come il dover sostenere un esame oppure lo stare per partorire.

L’ansia di tratto è un’ansia intrinseca al quadro di personalità dell’individuo ed è presente sempre, anche in circostanze non stressanti.

I DISTURBI D’ANSIA NEL DSM – 5.

La categoria dei disturbi d’ansia del DSM – 5 presenta i disturbi in base alla precocità dell’esordio, Il DSM – IV TR (precedente edizione del DSM) non seguiva questo criterio. Il DSM-5 definisce i seguenti disturbi d’ansia:

– disturbo d’ansia di separazione (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– mutismo selettivo (nel DSM IV – TR era collocato nella sezione “disturbi a esordio nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”);

– fobia specifica

– disturbo d’ansia sociale (nel DSM IV – TR era definito fobia sociale)

– disturbo di panico (nel DSM IV – TR era distinto in disturbo di panico con e senza agorofobia)

– agorofobia (nel DSM IV – TR era uno specificatore)

– disturbo d’ansia generalizzata

– disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci

– disturbo dovuto a un’altra condizione medica

– disturbo d’ansia con altra specificazione

– disturbo d’ansia senza specificazione.

Non è possibile, in questa sede, descrivere ogni disturbo come non è possibile argomentare le modifiche che ci sono state nel passaggio dal DSM IV – TR al DSM – 5 nel classificare i disturbi d’ansia. Sinteticamente, la categoria dei disturbi d’ansia del DSM IV – TR era un elenco iperinclusivo e un po’ causale di disturbi, tra i quali anche, per esempio, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo da stress post – traumatico, il disturbo acuto da stress. Nel DSM – 5 molti dei disturbi che erano collocati nei disturbi d’ansia del DSM IV – TR sono stati ricollocati in nuovi capitoli: “disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”; “disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti”.

LO SPETTRO ANSIOSO NEL PDM – 2 (Manuale diagnostico psicodinamico).

Il Manuale diagnostico Psicodinamico, arrivato alla sua seconda edizione e curato da Vittorio Lingiardi e Nancy Mc Williams, è fondato su un modello psicodinamico ma è anche sostenuto dai dati della ricerca empirica. Si rivolge all’intera gamma del funzionamento di un individuo: personalità (Asse P), capacità mentali (Asse M), sintomi e loro vissuto soggettivo (Asse S).

Lo spettro ansioso viene presentato nell’Asse S del PDM – 2, che oltre a descrivere i disturbi dal punto di vista sintomatolgico, descrive l’esperienza soggettiva che i pazienti fanno dei diversi pattern sintomatici e fornisce alcune condizioni generali per il trattamento. Il PDM parte da un presupposto importante ed è il presupposto dal quale parte ogni psicologo clinico: i pattern sintomatici non sono disturbi specifici di per sé, ma espressioni esplicite dei modi in cui i pazienti affrontano le esperienze e in quanto tali vanno compresi nel contesto della personalità (Asse P) e delle capacità mentali complessive (Asse M).

Il PDM – 2 propone anche i disturbi ansiosi di personalità, per esempio considera il disturbo d’ansia generalizzato più un disturbo di un personalità che una sindrome clinica e lo colloca nell’Asse P, lo stesso fa per i disturbi di personalità fobici, controfobici e ossessivo-compulsivi.

TERAPIA PER I DISTURBI D’ANSIA.

Tutti i disturbi d’ansia trovano la miglior soluzione terapeutica nella combinazione di un trattamento farmacologico e psicologico. Tuttavia, molte volte anche con la sola psicoterapia psicodinamica si arriva a buoni risultati e ad un maggior senso di equilibrio e benessere percepito.

LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA.

La psicoterapia psicodinamica è una psicoterapia che, nei suoi diversi approcci, può essere in modo diverso secondo le esigenze del paziente e secondo le diverse personalità degli individui.

Una definizione generale di psicoterapia psicodinamica è la seguente: “una terapia che rivolge una profonda attenzione all’interazione terapeuta-paziente, con interpretazioni del transfert e della resistenza condotte con tempi accuratamente definiti e inquadrate in una elaborata valutazione del contributo del terapeuta alla relazione interpersonale” (Gabbard, 2002).

Blagys e Hilsenroth (2000) hanno identificato sette aspetti tecnici distintivi delle forme psicodinamiche di terapia. ♦ Focus su affetto ed espressione delle emozioni ♦ Esplorazione dei tentativi di evitare aspetti dell’esperienza ♦ Identificazione di temi e pattern ricorrenti ♦ Discussione delle esperienze passate ♦ Focus sulle relazioni interpersonali ♦ Focus sulla relazione terapeutica ♦ Esplorazione di desideri, sogni e fantasie.

BIBLIOGRAFIA.

Blagys, M.D. & Hilsenroth, M. (2000) Distinctive features of short-term psychodynamicinterpersonal psychotherapy: a review of the comparative psychotherapy process literature.

Gabbard G.O. (2002). Psichiatria Psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

DESIDERIO SESSUALE E INIBIZIONE DEL DESIDERIO SESSUALE.

Definizione ed etimologia.

Il desiderio sessuale può essere considerato come uno stato psicocorporeo, di variabile intensità, regolato da diversi fattori innati ed esperienziali, che induce la sensazione del bisogno di vivere la sessualità e che può essere disturbato da diverse interferenze, di tipo fisico o psicologico. Il desiderio sessuale è influenzato dall’equilibrio dei meccanismi di attivazione e inibizione, dai fattori ormonali e da fattori esterni, come il profumo, il tatto, la vista. Il desiderio ha radici biologiche ma prende forma, per direzione e intensità, dagli stimoli presenti e dalle esperienze passate.

Il desiderare può essere considerato come una tensione diretta al raggiungimento dell’oggetto del desiderio. Il termine “oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune ma si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione. Se questa tensione giunge al suo obiettivo, ne consegue un senso di appagamento e gratificazione oppure, in caso contrario, possono emergere sentimenti di dolore e frustrazione.

La parola desiderio è composta dalla particella de- e dal sostantivo -sidera: de- può avere un valore sottrattivo, di allontanamento, di assenza; mentre sidera è il plurale di sidus, ovvero “stella”. Potremmo quindi dire che desiderio voglia dire “cessare di vedere le stelle” o “constatare l’assenza di stelle”. <<Il latino de siderea (senza astri) definisce il rapporto con l’oggetto, quale elemento fondamentale perché il desiderio possa esistere. La leggenda narra di un auruspice, che, osservando gli astri e traendo da questi le proprie profezie e ricavando da ciò stima e potere, quando il cielo era coperto da nuvole (de siderea), si trovava impotente a compiere le proprie funzioni divinatorie. Ed era proprio in queste circostanze che l’auruspice sentiva nascere in sé il desiderio delle stelle, così che, potendole di nuovo rivedere, senza l’ostacolo delle nuvole, avrebbe potuto ricominciare a svolgere il proprio compito. Questa origine del termine è certamente innestata sulla certezza dell’auruspice che le nubi, prima o poi, si sarebbero diradate tanto che l’oggetto del suo desiderio (gli astri) si sarebbe ripresentato presto>> (Manara, 1997).

L’inibizione del desiderio sessuale.

 Si può parlare di una generale e persistente inibizione del desiderio quando questa non è causata solo da fattori organici e non è il sintomo di sindromi psichiatriche. Bisogna precisare che vi possono essere dei fattori fisiologici che intervengono negativamente sul desiderio sessuale: un basso livello di testosterone, dovuto a farmaci, a stati psichici, all’invecchiamento o ad altri ormoni antagonisti può causare una riduzione del desiderio sessuale; alcuni stress particolarmente forti possono provocare una depressione fisiologica del funzionamento sessuale; alcuni farmaci, come i narcotici, alte dosi di alcool o sedativi e alcuni farmaci contro l’ipertensione possono inibire il desiderio sessuale come anche tutti gli interventi che colpiscono l’anatomia e la fisiologia dei centri surrenali del cervello.

Le problematiche del desiderio sessuale possono essere divise in primarie e secondarie, globali o situazionali. L’inibizione del desiderio sessuale primaria è piuttosto rara, in quanto si tratta di un assoluta mancanza di interesse sessuale. Di solito ha un’origine costituzionale oppure si va a collocare inquadri psicopatologici complessi come la schizofrenia e la depressione cronica, o nel contesto di una grave malattia organica. La forma secondaria è caratterizzata dalla perdita del desiderio dopo un normale sviluppo sessuale del soggetto, che può comparire in fasi particolarmente complesse o stressanti. L’inibizione del desiderio sessuale è globale quando la persona non ha più alcun interesse per la sessualità, per esempio non ha più fantasie erotiche, e nel caso si tratti di un uomo, non ha erezioni mattutine. Di solito questa forma invalidante di inibizione sessuale si trova negli stati depressivi e nelle gravi malattie organiche. Si parla di inibizione del desiderio situazionale quando la persona prova desiderio solo in situazioni di maggiore sicurezza, rappresentata di solito da un partner meno adatto e meno attraente; un esempio può essere quello di un uomo che riesce ad avere rapporti sessuali solo con prostitute e non con la donna che stima e con cui vorrebbe instaurare un legame forte ed intimo.

Diagnosi.

La diagnosi deve tenere conto, come sempre, della personalità dell’individuo e del suo contesto di vita in un’ottica biopsicosociale. In genere, per fare diagnosi di disturbo di inibizione sessuale ci si deve basare sulla deduzione e sul confronto fra l’esperienza del paziente e quella che si ritiene una normale frequenza del desiderio sessuale, in relazione all’età, la professione, al sesso e allo stile di vita della persona portatrice del disagio.

I disturbi del desiderio sessuale secondo il DSM – 5.

Il Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM), arrivato alla quinta versione (DSM-5) e utilizzato prevalentemente per la diagnosi in psichiatria, inserisce i disturbi del desiderio sessuale all’interno della categoria dei disturbi relativi all’interesse, al desiderio e all’eccitazione sessuali e comprende tre disturbi relativi a queste aree. Il disturbo del desiderio sessuale e della eccitazione sessuale femminile si riferisce alla persistente carenza di interesse (fantasie o impulsi sessuali), di eccitazione fisiologica o soggettiva. Per gli uomini le diagnosi incluse nel DSM 5 considerano separatamente interesse sessuale ed eccitazione. Il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile si riferisce alla carenza o all’assenza di fantasie e impulsi sessuali.

I disturbi del desiderio secondo il PDM-2.

Il manuale diagnostico psicodinamico, arrivato alla sua seconda versione (PDM 2), è un sistema di classificazione che permette una struttura diagnostica che cerca di considerare il funzionamento globale di un individuo, considerandone i pattern emozionali, cognitivi e sociali nella profondità così come nella superficie, enfatizzando sia le variazioni individuali sia gli aspetti comuni.

La struttura diagnostica formulata con il PDM 2 permette di descrivere sia il funzionamento sano della personalità sia il funzionamento disturbato con attenzione ai profili individuali del funzionamento mentale e ai pattern sintomatici.

La classificazione utilizza un approccio multidimensionale proponendo una valutazione diagnostica articolata in tre Assi o dimensioni: l’Asse P classifica i pattern e i disturbi di personalità, l’Asse M arricchisce la classificazione permettendo la descrizione del funzionamento mentale e, infine, l’Asse S completa l’assessment attraverso la considerazione dei pattern sintomatologici, con un’enfasi sull’esperienza soggettiva del paziente.

Nell’asse S sono comprese le disfunzioni sessuali.

L’inibizione del desiderio sessuale dal punto di vista intrapsichico, cognitivo e relazionale.

Le persone con un basso livello di desiderio sessuale sembrano non provare interesse nei confronti del sesso e in situazioni in cui normalmente si potrebbe provare desiderio, possono arrivare a provare sensazioni negative come irritazione, ansia o disgusto. Possono arrivare ad evitare situazioni che potrebbero metterle nelle condizioni di avere un rapporto sessuale o a ricercarle per soddisfare bisogni secondari, come la ricerca di calore o il non voler frustrare il partner. Mettono in atto una soppressione attiva, anche se inconsapevole, del desiderio: sviluppano massicce difese rispetto la sessualità e reprimono la propria carica erotica anche in situazioni sessualmente molto stimolanti. Si ha una sorta di allarme psicosomatico per cui viene evitata ogni esperienza in cui il piacere sessuale può rappresentare una minaccia.

Dal punto di vista intrapsichico, il desiderio e il piacere sessuale trovano origine dalla rassicurazione interiore di fronte all’angoscia di poter distruggere qualcosa e dall’allontanamento della sessualità da connotati di minaccia. Il desiderio rappresenta una minaccia per cui la soluzione attuata rispetto la sensazione di pericolo è cercare di non provare desiderio.

Da un punto di vista cognitivo l’apprendimento gioca un ruolo importante: il bambino impara a reprimere la propria sessualità e a sentirsi in colpa quando prova piacere, se le risposte e gli atteggiamenti della famiglia sono in questo senso frustranti e colpevolizzanti.

Sul piano relazionale un importante ruolo è rivestito dalla paura dell’intimità; questa può essere temuta (ma su un piano intrapsichico inconsapevole può essere, allo stesso tempo, molto desiderata) tanto da boccare ogni slancio verso di essa, per cui viene preferita l’assenza di tensione, di angoscia e di vitalità.

Il piacere e la norma.

Il desiderio può esistere e accrescersi solo su una prospettiva relazionale del piacere, in base alla quale quanto più la persona può prendere dal rapporto calore attenzione, tanto più potrà esprimere desiderio e piacere. L’inibizione del desiderio sessuale è una sorta di silenzio psicosomatico, ricerca di un anonimato che mette al riparo dal timore che i propri bisogni di accettazione e accoglienza non vengano esauditi e dall’incredulità che possano mai esserlo. A volte ciò che viene temuto è il proprio successo sentimentale, per cui provare desiderio e piacere con un partner amato e stimato è considerato difficile, se non impossibile da sostenere, in quanto significherebbe doversi mettere in gioco profondamente. A volte la preoccupazione per il piacere del partner e l’incapacità di comunicare i propri bisogni conducono la persona ad evitare le sensazioni erotiche al fine di mettersi al riparo dalla frustrazione. Oppure il ripetersi di esperienze spiacevoli e poco gratificanti può portare ad una crescente insofferenza nei confronti del rapporto sessuale. Infine c’è anche un piano normativo che gioca un notevole ruolo nel modo di vivere la propria sessualità. L’apparente maggiore libertà, piuttosto che attenuare le problematiche precedenti, ne ha aggiunte, o sostituite, altre.

La vera libertà, infatti, si può raggiungere solo quando l’individuo raggiunge la consapevolezza delle proprie potenzialità e riesce ad affrancarsi totalmente dai condizionamenti e dalle repressioni. In un momento storico in cui ogni livello d’esistenza rischia di essere inquadrato in schemi rigidi, l’esperienza sessuale rappresenta qualcosa di estremamente temibile, ma nel contempo costruttivo, proprio perché non può essere inquadrata in tali schemi. La perdita di controllo che caratterizza il rapporto sessuale è fonte di timore per chi si sente costretto a programmare e controllare la propria vita sulla base di richieste interne ed esterne. Tuttavia, è proprio nella perdita di controllo, nell’entrare ed uscire dalla relazione, che risiede la particolarità dell’espressione della sessualità. Entrare ed uscire dalla relazione proprio per sperimentare la presenza di un’assenza e il desiderio di una presenza che è ciò che contraddistingue il desiderare.

Le terapie.

L’inibizione del desiderio sessuale è spesso associata ad una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi contatto fisico, che può sfociare in attacchi di panico o in ansia generalizzata che rendono impossibile affrontare di petto la problematica sessuologica. L’ansia anticipatoria che porta queste persone ad evitare ogni situazione che potrebbe porli di fronte ad ansia o panico rende improponibile il trattamento sessuologico standard. Potrebbe essere utile abbinare alla psicoterapia (necessaria per lavorare sui disturbi d’ansia, depressivi o sulle fobie) una terapia farmacologica, man mano che i farmaci hanno effetto vengono ridotti gradualmente e viene associata anche la terapia sessuologia che può essere inserita nella psicoterapia, se lo psicoterapeuta è competente rispetto i disturbi della sessualità. L’approccio terapeutico deve essere graduale e deve rispettare le esigenze i timori del paziente. È molto importante che vi sia la collaborazione del partner e che non vi siano eccessivi tentativi di boicottaggio di un cambiamento che a volte appare più difficile di uno pseudo-equilibrio. Lo scopo di questo tipo di intervento è quello di portare il paziente a non inibire gli impulsi sessuali, a farli emergere con naturalezza, raggiungendo un nuovo e più funzionale equilibrio.

Bibliografia.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

Manara F., “I disturbi del desiderio”. In: Simonelli C. (A cura di), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, FrancoAngeli, Milano, 1997, 19-35.

Simonelli C., (2002), “Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, Franco Angeli, Milano.

IL CIRCUITO DELLA PAURA

Un insieme di strutture cerebrali (ippocampo, amigdala, corteccia prefrontale mediale) costituiscono il circuito della paura che tende ad attivarsi quando le persone sono in preda all’ansia e alla paura. Le ricerche neurobiologiche sull’ansia si sono concentrate sul circuito cerebrale della paura. L’amigdala è una componente importante di questo circuito. L’amigdala è una piccola struttura localizzata nel lobo temporale, si ritiene che sia coinvolta nella funzione di assegnare un significato emozionale agli stimoli.

L’amigdala.

L’amigdala identifica le minacce e ciò scatena il rilascio di adrenalina nel corpo e lo prepara ad affrontare il pericolo (lotta o fuga). Il cuore batte forte e il respiro accelera, i vasi sanguigni si dilatano e i polmoni si espandono. Questi cambiamenti permettono che abbastanza ossigeno arrivi ai muscoli per fuggire. Infatti, i muscoli diventano pronti all’azione, le pupille si dilatano in modo che gli occhi possano vedere meglio cosa succede e la visione periferica si restringe per concentrarsi sulla minaccia.

Dunque, questa fisiologia si mette in moto di fronte a ciò che, soggettivamente, percepiamo come minaccia. Qualcosa, o qualcuno, può essere percepito soggettivamente come una minaccia da una persona, mentre può non esserlo per un’altra. E’ possibile che una persona immunodepressa sia più in ansia di una persona in buona salute rispetto la possibilità di essere contagiata da un virus. E’ possibile che una persona che ha visto diminuire il proprio reddito, viva come una minaccia le tasse, il mutuo. Ecco, con il virus, con le tasse, non si può lottare, non si può fuggire. Altre persone percepiscono come minacce cose che oggettivamente potrebbero non essere percepite come minacce da altre persone, per esempio una situazione di gruppo dove si parla del più o del meno, dove si socializza, non dovrebbe essere percepita come una minaccia, ma potrebbe esserlo per una persona che soffre di ansia sociale.

La corteccia prefrontale mediale.

La corteccia prefrontale mediale contribuisce a regolare l’attività dell’amigdala: è coinvolta nell’estinzione delle risposte di paure apprese e nelle strategie di controllo emozionale.

L’amigdala delle persone con grave ansia è ipersensibile: percepisce minacce in situazioni quotidiana. Quando l’ansia inizia ad interferire con la nostra vita, allora l’ansia è un disturbo. Oltre alla fisiologia, descritta sopra, altri sistemi vengono bloccati dalla paura o dall’ansia eccessiva, per esempio si smette di salivare e digerire e anche i nervi impegnati nell’eccitazione sono disattivati. In molti disfunzioni sessuali, benché le cause specifiche possono essere variabili, si verifica un circolo vizioso comune alle sintomatologie di origine ansiosa che contribuisce al perpetuarsi del disturbo sessuale: la paura che il disturbo possa presentarsi di nuovo alimenta l’ansia che mantiene il sintomo.

I tipi di disturbi d’ansia possono essere raggruppati per tipo di paura.

SISTEMI DIAGNOSTICI. DSM – 5 E PDM – 2 (sintesi).

Noi psicologi clinici, sicuramente chi ha un approccio psicodinamico, riteniamo che un sistema diagnostico può essere di aiuto alla sensibilità e alla competenza del clinico quando sa ricondurre la “problematica” del paziente nel contesto della sua personalità e il sintomo al suo funzionamento psichico; importante anche che un sistema diagnostico sappia collocare e diversificare le diagnosi nel ciclo di vita; sicuramente deve poter cogliere le risorse del paziente; deve tenere in considerazione gli elementi relazionali dell’incontro diagnostico e tenere in dialogo clinica e ricerca.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi menali (DSM) non riesce del tutto in questa impresa, è considerato più una “tassonomia di disturbi” piuttosto che una “tassonomia di individui che soffrono di un disturbo”, cosa che invece è il PDM – 2 (Manuale diagnostico Psicodinamico).

I sistemi diagnostici sono schemi di riferimento e strumenti di comunicazioni indispensabili ma per loro natura riduttivi. A questi sistemi di classificazione vanno affiancati, quando serve, i dati provenienti dalla somministrazione di test ma è il colloquio con il clinico (sia esso psichiatra o psicologo – psicoterapeuta) a fare la differenza e a fornire la chiave della conoscenza.

Vediamo separatamente i due manuali.

DSM – 5.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi menali, arrivato alla sua quinta edizione (DSM – 5), presenta i disturbi mentali dal punto di vista dei sintomi osservabili e rilevabili, quindi, segue una filosofia di tipo biomedico nel presentare i disturbi. E’ un manuale diagnostico descrittivo, ateorico e categoriale, anche se questa ultima edizione è meno categoriale. Categoriale in quanto stabilisce un numero di criteri che permettono allo psichiatra di decidere se una determinata condizione è diagnosticabile, quindi patologica, o se non lo è.

PDM – 2.

Il Manuale diagnostico Psicodinamico, arrivato alla sua seconda edizione e curato da Vittorio Lingiardi e Nancy Mc Williams, è fondato su un modello psicodinamico ma è anche sostenuto dai dati della ricerca empirica. Si rivolge all’intera gamma del funzionamento di un individuo: personalità, capacità mentali, sintomi e loro vissuto soggettivo.

La comorbilità.

La comorbilità è la presenza simultanea di più diagnosi nello stesso paziente. Il DSM – 5 cerca di evitare la comorbilità, ma ovviamente non ci riesce in quanto quando si scompongono sindromi complesse nelle loro parti, come si è cercato di fare nel DSM, la comorbilità è un esito inevitabile.

<<Tassonomia di “persone” piuttosto che di “malattie”, il PDM dà per scontata la comorbilità tra diversi disturbi psichici e di personalità sia la possibilità che uno stesso disturbo si presenti con manifestazioni cliniche variegate. L’approccio DSM si muove più nella direzione della medicalizzazione dei problemi psichici, visti come prodotti di disfunzioni biologiche (anche se molte di queste ampiamente sconosciute o di eziologia molto incerta)>> (Vittorio Lingiardi in Diagnosi e destino, 2018).