TRAUMA E TRAUMI INTERPERSONALI Cosa può fare la psicoterapia

trauma

Il trauma 

A seguito di un’esperienza critica (evento traumatico), vissuta come episodio singolo oppure ripetuto e/o prolungato nel tempo, la psiche di una persona può subire un tipo di “danno”: il trauma.

L’evento traumatico 

L’evento traumatico può essere di qualsiasi tipo ed è, almeno inizialmente, inatteso  e implica l’esperienza di un sentimento d’impotenza e vulnerabilità a fronte di una minaccia, oggettiva o soggettiva, che può riguardare l’integrità fisica e psichica dell’individuo. 

Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona

Il potenziale patogeno di uno stimolo dipende tanto dall’intensità e dalla dimensione temporale dello stimolo, quanto dalle complesse variabili caratteristiche di una persona, che ne definiscono una dinamica soglia di risposta, rappresentazione, rielaborazione e ripresa.

Il trauma psicologico

 Il trauma psicologico corrisponde all’impossibilità di dare un senso e un significato, coerente e psicologicamente “vero” (verità narrativa, vedi l’ultimo paragrafo), a un episodio traumatico. Il trauma non è mai contenibile in una rappresentazione psichica in quanto eccedente le capacità di integrazione dell’apparato psichico.

I tipi di trauma

La letteratura scientifica degli ultimi decenni ha identificato cinque diversi tipi di trauma. In questo testo mi soffermo solo sul trauma interpersonale e sul trauma d’identità . I cinque tipi di trauma sono:

  • Tipo I, trauma non personale/accidentale/shock/disastro naturale
  • Tipo II, trauma interpersonale 
  • Tipo III, trauma dell’identità
  • Tipo IV, trauma di comunità
  • Tipo V, trauma persistente, stratificato, cumulativo, basato sulla rivittimizzazione e la ritraumatizzazione.

Merita un accenno anche la teorizzazione della psichiatra americana Leoner Terr che distingue i traumi in due tipi:

  • Tipo 1 o trauma a evento singolo: un evento improvviso, circoscritto, inaspettato e profondamente scioccante (incidente stradale, morte improvvisa e/o violenta di un congiunto, separazione improvvisa, disastro naturale, un episodio di stupro, un episodio di abuso); può essere impersonale – non causato da un’altra persona  – o interpersonale – causato da un’altra persona, sia intenzionalmente o meno.
  • Tipo 2 o trauma ripetitivo e complesso: trascuratezza grave e/o abuso continuativo di tipo emotivo, fisico, sessuale o altre forme di maltrattamento all’interno della famiglia nucleare o allargata; separazioni violente o particolarmente conflittuali; violenza domestica e violenza assistita;  persecuzioni politiche, etniche, religiose; prigionia, torture, guerra, genocidio; stato di rifugiato.

La ricerca sul trauma

E’ importante sottolineare che la ricerca, per tutti questi tipi di trauma, indica che la sindrome del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) rimane una risposta atipica negli adulti traumatizzati e che la maggior parte di loro è in grado di elaborare quello che è accaduto dopo un periodo di  tempo caratterizzato da risposte e reazioni post-traumatiche che poi svaniscono. Sulla base di quanto appena scritto, il Manuale Diagnostico Psicodinamico 2 (PDM-2) evidenzia che ognuno dei cinque tipi di trauma e le diverse forme di danno secondario possono portare o meno a un disturbo da stress acuto o a un disturbo da stress post-traumatico, e/o a disturbo da stress post-traumatico complesso (non presente nella classificazione dei disturbi del Manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali – DSM 5), a seconda delle caratteristiche individuali (vedi quanto scritto nel paragrafo “Il potenziale patogeno di uno stimolo e la risposta della persona”).

Il trauma interpersonale

Il trauma interpersonale, così come descritto nel PDM-2, è commesso da altri esseri umani e può verificarsi una sola volta o in un periodo limitato di tempo (di solito quando il perpetratore è un estraneo), ma può anche essere ripetuto per mesi o anni quando la vittima e il perpetratore hanno una qualche relazione  e c’è la possibilità di rimanere intrappolati nella relazione.

La gravità dei sintomi nella dimensione interpersonale del trauma primario

I sintomi sono più gravi se il trauma è perpetrato da una persona conosciuta o che ha una relazione con la vittima (o che ha un ruolo nella relazione che prevede l’assistenza e protezione nei confronti con la vittima) – un pattern definito “trauma di tradimento”. Ci sono anche altri diversi tipi di trauma secondario, per quanto concerne i traumi interpersonali, che tratterò in altri post.

Il trauma d’identità

Il trauma dell’identità è basato sulle caratteristiche in gran parte non modificabili dell’individuo (genere, identità di genere e orientamento sessuale, caratteristiche etniche) che rappresentano la base per la vittimizzazione.

Psicoterapia e traumaRaggiungere una verità narrativa sentita nella mente e nel corpo

Rottura del legame e interruzione della trama identitaria 

Siamo esseri umani dipendenti in modo profondo dal legame di attaccamento: la relazione può avere un valore di cura tanto quanto di danno alla nostra integrità psicofisica minando, a volte, la fiducia in se stessi e negli altri.  Se il trauma si declina in un’interruzione della trama identitaria, lutti precoci di un caregiver, separazioni improvvise e/o violente e/o conflittuali, evidenziano come la specifica rottura del o dei legami si rilevi piuttosto difficile da sanare ed è molto importante comprendere come si risponde ad esse (come scritto sopra, la potenzialità traumatica di uno stimolo dipende anche dalle caratteristiche e dal tipo di risposta ad esso da parte di un individuo). Qualunque sia il tipo di separazione traumatica, si ha a che fare con eventi che interferiscono con la costruzione di un personale processo identitario in atto.

Migliorare la competenza autobiografica

Spesso i pazienti traumatizzati hanno poca competenza autobiografica: alcuni hanno difficoltà a raccontare la propria storia, faticano a ricordare il prima e il dopo; altri aderiscono a storie impersonali e rigide; altri ancora non riescono a trovare una narrativa che gli permetta di contenere il dolore traumatico.

Ripristinare la trama identitaria e i legami, raggiungere una verità narrativa

Non c’è trauma che, per essere curato, non richieda una narrazione perché ogni trauma ha bisogno di una storia per essere elaborato e ripristinare la “trama”. Ripristinare la “trama” attraverso la costruzione e il ripristino di nuovi legami con se stessi, con gli altri e con il mondo (una convivenza interiore e con il modo).

Come scrive Vittorio Lingiardi in “IO, TU, NOI. Vivere con se stessi e con gli altri

<<L’intento è quello di raggiungere una “verità narrativa” che ci permetta di organizzare la nostra esperienza, in un modo che sia plausibile e coerente, ma anche sufficientemente elastico e aperto all’imprevedibile come il mondo che ci circonda. Incertezza che riguarda anche il senso della propria autenticità (di paziente e psicoterapeuta), e che dovrebbe spingerci a considerare con una certa cautela l’idea di aver finalmente dipanato la matassa della convivenza interiore. Il sommarsi delle nostre esperienze nel tempo, il succedersi dei cambiamenti e la comparsa di imprevisti rendono l’autenticità necessariamente incerta e cangiante>>. Ascoltare in psicoterapia <<gli stati del sé facilita l’espressione delle nostre potenzialità. Rende sincero l’adattamento e facilita la convivenza>>.

Separazione imposta o subita e Lutto

Similitudini e differenze delle due forme di esperienza

Similitudini:


– esperienze comuni e fisiologiche nel corso della vita
– possono manifestarsi in anche in forma “complicata” (per esempio quando si attuino attraverso modalità violente o quando sono inaspettate o improvvise)
– il loro decorso, 4 fasi: fase dello smarrimento o del torpore, fase depressiva o dello struggimento, fase della rivendicazione o della disperazione, fase di riorganizzazione


Differenze:


– quando la separazione è traumatica questa intacca il senso di fiducia nelle relazioni e quindi anche la possibilità di un legame affidabile con l’altro; il lutto intacca la fiducia nella prevedibilità dell’esistenza
– nella separazione chi lascia l’altro lo fa come atto volontario
– nella separazione si perdono il legame di coppia e l’unità familiare, mentre il partner va verso un nuovo progetto di vita

L’elaborazione psichica di entrambe le esperienze richiede il disinvestimento affettivo nella relazione “perduta”, attraverso un processo che dia un nuovo senso all’esperienza, per poter re-investire in un nuovo legame

Disturbi sessuali e disfunzioni sessuali

disturbi sessuali e disfunzioni sessuali

I disturbi sessuali vengono comunemente suddivisi in tre categorie distinte:

• Disfunzioni sessuali (disturbi che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale);

• Parafilie

• Disforie di genere

Le disfunzioni sessuali sono un gruppo eterogeneo di disturbi tipicamente caratterizzati da un’anomalia, clinicamente significativa, nella capacità di una persona di avere reazioni sessuali o di provare piacere sessuale (DSM-5). Le specifiche disfunzioni sessuali vengono trattate in diversi articoli e post, alcuni già presenti nel sito.

La tabella che segue è tratta dal seminario tenuto dal professor Sungur “Terapia di coppia e sessuale”, 2015.

DSM-5

La nosografia internazionale di riferimento è rappresentata dal Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association giunto alla quinta edizione (DSM-5). Le disfunzioni sessuali comprese nel DSM-5 sono le seguenti:

  • eiaculazione ritardata
  • disturbo erettile
  • disturbo dell’orgasmo femminile
  • disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile
  • disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione
  • disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile
  • eiaculazione precoce
  • disfunzione sessuale indotte da sostanze/farmaci
  • disfunzione sessuale con altra specificazione
  • disfunzione sessuale senza specificazione

Una diagnosi di disfunzione sessuale richiede di escludere problematiche che sono meglio spiegate da un disturbo mentale non sessuale (per es., disturbo depressivo o bipolare, disturbo d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbo psicotico), allora dovrebbe essere posta solo la diagnosi di tale disturbo (DSM-5).

Le cause delle disfunzioni sessuali di natura fisica sono:

  • • squilibri ormonali (soprattutto nelle donne in età vicina alla menopausa);
  • • il diabete;
  • • l’abuso prolungato di alcol (entrambi legati alle disfunzioni erettili negli uomini);
  • • disturbi neurologici;
  • • effetti collaterali di alcuni farmaci.

Le cause più comuni delle disfunzioni sessuali sono di natura psicologica:

  • • l’ansia da prestazione;
  • • il timore della gravidanza o della trasmissione di malattie virali;
  • • la depressione;
  • • le idee distorte relative al sesso;
  • • i pregiudizi di tipo religioso o morale;
  • • problemi relazionali;
  • • senso di inadeguatezza.

Le dinamiche della coppia hanno un impatto importante nella vita sessuale. È necessario escludere, con esami medici specifici, la presenza di eventuali disfunzioni organiche. Accertata la funzionalità fisica degli organi, il problema dovrà essere affrontato sul piano psicologico: la psicoterapia permette di superare questo tipo di problemi. Nella terapia sessuale il terapeuta facilita l’abilità del cliente a scoprire e incrementare soluzioni efficaci alla difficoltà che si presentano.

Il trattamento delle disfunzioni sessuali

La prognosi delle disfunzioni sessuali è molto buona. È stato dimostrato che i migliori risultati derivano proprio dalle psicoterapie psicodinamiche e dall’applicazione delle tecniche di terapia cognitivo comportamentale ad ogni specifico disturbo, combinate con una ristrutturazione cognitiva dei pensieri disfunzionali legati al sesso. Tali tecniche consistono in esercizi volti ad ottenere un riaddestramento graduale alle abilità compromesse.

Condizionamento reciproco tra pensieri ed emozioni nel mantenimento del sintomo sessuale

Non riconoscere il significato di una vergogna, di un’ansia o anche della rabbia che precede o sorge durante un’attività sessuale costituisce il meccanismo di base del disagio sessuale. Vergogna e rabbia sono alcune delle emozioni che possono avvenire in concomitanza con processi cognitivi (pensieri, immagini, ricordi) che influenzano l’attività sessuale provocando un circolo vizioso di mantenimento del sintomo stesso (Rossetto, 2018).

La sessualità è un evento psicosomatico

Nella cultura medico sanitaria la funzione sessuale può essere spesso ricondotta al funzionamento di altri organi corporei. Questa cultura porta alla ricerca di soluzioni che riparino il “guasto” nell’organo in presenza di una disfunzione sessuale. Per alcune percezioni o specificità sensoriali come udito, vista e olfatto esistono apparati periferici specifici e differenziati (Imbasciati e Buizza, 2011), ciò non vale per la sessualità: studi della neurofisiologia confermano l’assenza di recettori specifici del piacere negli organi genitali, sono invece presenti reattività sensoriali di tipo tattile termico e dolorifico.

Clinica e sessualità

Il cervello non opera per riflessi, ma opera con processi complessi derivanti dalla storia affettivo-sessuale e dal contesto situazionale che verrà a crearsi.

Non riconoscere e di conseguenza non regolare le dinamiche emotive, attribuire distorti significati alle proprie e altrui emozioni, costituiscono, in molti casi, il nucleo causale di differenti sintomatologie cliniche (Nemiah Sifenos, 1970). Da un punto di vista clinico, quando una persona prova un disagio, un disturbo o è insoddisfatta nelle sue funzioni sessuali, occorre conoscere i le dinamiche e i meccanismi emozionali esperiti nella storia della sua vita sessuale. Ovviamente c’è bisogno di escludere la presenza di patologie della sfera organica che potrebbero essere alla base del disturbo (screening uro-andrologico e ginecologico).

Terapia focalizzata sul disturbo sessuale e la psicoterapia

La Terapia focalizzata sul disturbo sessuale deve tenere conto della storia affettivo/emotiva delle persone e del loro grado di conoscenza e riconoscibilità delle proprie emozioni. Nella psicoterapia si tiene conto di ogni ambito della vita delle persone e il disturbo sessuale rappresenta uno dei diversi punti critici dello scompenso. In entrambi i casi il clinico ha sempre un quadro della personalità del paziente e del suo funzionamento.

Bibliografia

Imbasciati A. e Buizza C. (2011), L’emozione sessuale, Napoli, Liguori.

Nemiah J. C. e Sifenos P.E. (1970), Affect and fantasy in patients with psychomatics disorders. In O. Hill (a cura di), Modern trends in psychomatic medicine, vol. 2, Londra, Butterworths.

Rossetto M. (2018), Le terapie delle problematiche dell’eccitazione sessuale, Trento, Erickson.

PSICOTERAPIA IN ADOLESCENZA.

Il complesso di Edipo e le vestigia ambientali e relazionali.

Nell’articolo “il complesso di Edipo (in psicoterapia)” sono stati presentati i concetti di pulsione, transfert, oggetto, il complesso di Edipo e la loro utilità in una psicoterapia.

Ricordo che, nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

Moments of meeting.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

La teoria classica.

Secondo la teoria classica, in psicoanalisi, la persona nevrotica di sesso maschile non può tollerare la fantasia, il simbolico, di uccidere il proprio padre quando è preso dei sentimenti aggressivi e/o da ciò che lo muove per lo svincolo. La stessa cosa avviene per la femmina nei confronti della madre. In generale, la persona nevrotica non può tollerare di uccidere, in senso simbolico, i propri genitori e identificarsi con il padre nel caso del maschio , con la madre nel caso della femmina. Non può tollerare la fantasia di poter “uccidere” genitori che non hanno permesso di realizzare i desideri edipici, i desideri edipici per Freud sono i desideri inconsci. Desideri che si provano per gli oggetti primari (persone che si sono prese cura del bambino), con i quali si è avuta l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di desiderare alcune esperienze a volte non rappresentabili ma inscritte in noi, nel nostro inconscio. Queste sono le vestigia ambientali e relazionali del nostro essere.

Secondo la teoria classica il transfert è il trasferimento inconsapevole di desideri inconsci sulla figura del terapeuta. Secondo la teoria delle relazioni oggettuali, altra teoria psicoanalitica, Il transfert è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevole, nella relazione terapeutica e con/sulla figura dello psicoterapeuta.

Adolescenza e teoria psicoanalitica classica.

Durante l’adolescenza, secondo la teoria psicoanalitica classica, si vive una ricapitolazione dei processi separativi (ricapitolazione dell’Edipo), cioè si ripetono quei processi di separazione che c’erano stati nelle prime fasi della vita, tali processi sono anche chiamati processi primari postumi. Nella pubertà c’è l’incontro con un nuovo oggetto (nuove persone importanti, ma anche il “nuovo” corpo dell’adolescente e, semplificando una “nuova” mente) che può essere paragonabile all’affacciarsi al mondo esterno del neonato. Le basi narcisistiche trovano la base in questi processi primari postumi, visti dalla teoria classica come una ricapitolazione dell’Edipo, visti dalla teoria del deficit separazione-individuazione come una riedizione dei processi separativi.

La psicoterapia contemporanea con l’adolescente e l’adulto.

Oggi, l’adolescenza non è vista come una riedizione dell’Edipo e neanche come una riedizione di processi di separazione-individuazione, mentre, con gli sviluppi della psicologia clinica, della psicoanalisi e delle neuroscienze si cerca di individuare e sentire, nella relazione psicoterapeutica, il portato delle vestigia ambientali e relazionali del primo sviluppo cercando i segni della loro presenza stando “attenti” e sintonizzati su ciò che sono stati chiamati “moments of meeting” (Stern, 2005).

Una “nuova nascita”.

L’adolescenza è vista come una nuova nascita che è accostata ai momenti precoci dello sviluppo che costituiscono le basi narcisistiche. Ciò che è in ballo non è solo il tener presente la teoria del deficit separazione-individuazione, o prestare ascolto alla diagnosi segreta che ha di sé l’adolescente (che va ascoltata, percepita, a volte intuita, come prima cosa per non incorrere nel rischio di classificazione), ma sono in ballo le vestigia ambientali e relazionali (percepire i segni della loro presenza) che bisogna rintracciare per attingere a questi momenti ambientali e relazionali: per poter diventare me stesso ho bisogno di una base che è saggiata perché la base è fatta di questi “momenti” relazionali precoci.

<<Come l’interpretazione è l’evento terapeutico che riorganizza la conoscenza dichiarativa conscia del paziente, così i momenti di incontro (moments of meeting) umano e diretto, spontaneo e autentico, rappresentano l’evento che riorganizza la conoscenza relazionale implicita per il paziente e lo psicoterapeuta. Naturalmente un momento di incontro, implica una condizione di identificazione e apprendimento (Guillaumin, 1976), una disponibilità alla rivalutazione emotiva e cognitiva, una specifica sintonia affettiva. Queste condizioni descrivono ciò che si verifica nel dominio della relazione implicita e condivisa. Si crea un nuovo stato diadico specifico tra i due protagonisti della psicoterapia (relazione terapeutica). Il transfert e il controtransfert costituiscono solo la tela di fondo di svariati momenti di incontro, ciò che è in gioco è la personalità delle due persone che interagiscono, relativamente spogliate di qualsiasi investitura di ruolo (Stern, 1998) […] Il lavoro psicoterapeutico, soprattutto con l’adolescente, suggerisce con particolare evidenza il valore di questi momenti di incontro (moments of meeting). Tale forma di incontro intersoggettivo consente all’adolescente e al terapeuta di risperimentare stili e atteggiamenti emotivi disturbanti, cioè alcune categorie inconsce dell’affetto. Tale coinvolgimento rappresenta il modo più profondo e talvolta più doloroso che conosciamo di sperimentare il nostro sé in presenza dell’altro. Nel corso del tempo, lo psicoterapeuta si trova così a proporre un nuovo modello di rapporto con l’altro, Che potrà essere interiorizzato>> (Monniello, Quadrana, 2010).

Psicoterapia in adolescenza e in età adulta.

La psicoterapia con l’adolescente rende più evidente che il modello evolutivo, muovendo dalla relazione madre-bambino, va in parallelo ad una processualità psicoterapeutica analitica che non cerca di scoprire quale inconscio (inconscio rimosso), ma favorisce le produzioni attive (racconto, immagini ecc.) dell’adolescente sulle quali produrre un dialogo.

Quanto scritto è anche utile e applicabile nella clinica e nella psicoterapia con la persona adulta, ma è la psicoterapia con l’adolescente che ha permesso di rivelare tutto ciò in modo più vivido.

E’ importante valorizzare la capacità di raccontarsi e scoprire che ogni volta si racconta un po’ diversamente (e ci si racconta un po’ diversamente). Il raccontare chiama in causa l’ascoltatore e la possibilità di auto osservarsi. Il raccontarsi chiama in causa un’alleanza terapeutica, ambiente e terreno fertile della psicoterapia.

Bibliografia

Guillaumin, J. (1976). L’énergie et les structures dans l’expérience dépressive. Le role du préconscient. Rev. franç. Psychanal., 5-6, 1059-1072.

Monniello, G. Quadrana, L. (2010). Neuroscienze e mente adolescente. Roma, Magi editore.

Stern, D. (1998). Le interazioni madre-bambino nello sviluppo e nella clinica.  Milano, Raffaello Cortina Editore.

L’IMPORTANZA DEL GIOCO PER L’ESISTENZA UMANA.

Anche questa volta faccio riferimento a Donald Winnicott, come ho già fatto in altri testi presenti nel mio sito, per introdurre il gioco: <<il gioco è universale e appartiene alla sanità, il gioco porta alle relazioni di gruppo […] il gioco facilita la crescita […] mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo>> (Winnicott, 1974). L’originalità di Winnicott è stata quella di inserire il gioco in un’area definita transizionale, ossia, <<un’area d’esperienza sospesa tra la realtà e la fantasia, tra soggettivo e oggettivo>> (Winnicott, 1974).

 Di seguito viene presentato il gioco in diversi vesti e contesti privilegiando l’area transizionale che questo permette di “vivere”.

Il gioco nell’area transizionale.     

Il termine “transizionale” indica un passaggio (transizione) e una <<permeabilità del nostro mondo psichico, popolato da paure, fantasie e desideri, rispetto alla realtà esterna che invece è fatta di “cose concrete”. Con il gioco i bambini possono manifestare “fuori” quello che hanno “dentro”, condividendolo inconsapevolmente con chi gioca con loro>> (Tonioni, 2011), anche la psicoterapia psicodinamica infantile si svolge così.

I bambini hanno bisogno di qualcuno che giochi con loro prima di imparare a giocare da soli, è di primaria importanza <<che in origine ci sia un adulto (di solito la madre) disposto a partecipare attivamente ai gesti spontanei o alle iniziative del bambino. Si comincia con “bu, bu, settete!”, per passare a interazioni sempre più complesse, fino al raggiungimento di un rapporto di solida fiducia con l’ambiente circostante, del quale diventa possibile accettare “buone regole”. Giocando si impara a usare oggetti in rappresentazione di altri perché investiti di significato simbolico: una forchetta diventa… un pettine, un bastoncino… una bacchetta magica! Attraverso il gioco un bambino si sente vivo perché mentre gioca è se stesso (“costruisce” e “scopre” se stesso e il “proprio ambiente); così facendo agisce in modo creativo sull’ambiente, modificandolo e lasciando un’impronta di sé>> (Tonioni, 2011).

Il gioco e il giocattolo nella psicoterapia e in generale.

<<I bambini si trovano a vivere una situazione di costante dipendenza, di urgenza di grandi bisogni, e di grandi emozioni; hanno costantemente paura che i loro bisogni rimangono insoddisfatti, paura dei loro bisogni proiettati all’esterno>> (Ferro, 1992).

I bambini temono che i propri sentimenti, paure, emozioni, istinti siano incontenibili, che esista il rischio di esserne travolti, mentre il gioco, come anche le favole, mostrano loro che, anche nelle situazioni temute come catastrofiche o irrimediabili, è possibile trovare una soluzione. Come? Se consideriamo la comparabilità gioco-simbolo, sarà solo dall’incontro di questo (gioco) con quel singolo bambino, in quel momento, e poi con quell’altro in quell’altro momento, che si avranno tanti significati, tanti sensi differenti quanto diversi sono i vari bambini e le esperienze emotive, o meglio le necessità emotive proprie del singolo bambino, aggiungerei in quell’incontro (Ferro, 1992). Con queste parole ho descritto l’aspetto di insaturità del gioco che vale sia nella stanza di psicoterapia, sia in generale. Se un gioco, o un giocattolo (come anche un’interpretazione), è già saturo di significato, magari dato dall’adulto che gioca con lui, il bambino rimane “vittima” del gioco stesso; mantenere insaturo il gioco (e l’interpretazione) evita tale rischio. Non si tratta di qualcosa da scoprire attraverso il gioco, o di qualcosa da scoprire qualcosa per mezzo dell’interpretazione (nel caso della psicoterapia con l’adulto), ma di qualcosa che deve essere costruito nella relazione attraverso una sintonizzazione che consente un’espansione della mente e della pensabilità.

Gioco, presenza mentale e narrazione.

<<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Il giocattolo si pone come un pre-testo di una narrazione che si svilupperà nel gioco condiviso, gioco che può essere inteso come “esperimento semiotico e conoscitivo” (Betolini et al., 1978).

L’introiezione di una mamma da parte del bambino (introiezione, semplificando, significa portare nella mente una rappresentazione, con l’affetto corrispondente, della madre) <<che sappia raccontare favole, o partecipar al gioco del bambino, consente sempre più che egli possa sia “giocare da solo”, narrandosi quanto gli accade dentro, prendendone le distanze, trovando soluzioni, sia fare lo stesso con altri bambini; inoltre il tutto sarà creativo se continuerà ad essere disponibile un’”agenzia di accoglimento di quelle ansie e angosce” che potranno esserci in certi momenti del gioco […]>> (Ferro, 1992).

Il gioco negli adulti.

Anche noi adulti giochiamo, se ce lo permettiamo e permettercelo in alcuni casi non è così scontato. Noi adulti giochiamo, nell’ambito del nostro vivere quotidiano, quando per esempio sentiamo che la pausa per il caffè, o altri momenti di svago, fantasticherie o distrazioni, sono funzionali allo svolgimento del nostro lavoro. <<Se la risata o lo scherzo con un collega sono avvertiti come bisogni che non riusciamo a procrastinare, allora stiamo giocando […]. Giocare offre una soddisfazione intrinseca all’attività stessa, la sensazione di agire e di esserci nel mondo, la percezione di sé e delle proprie capacità e abilità, è un canale preferenziale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro. Il gioco non è solo un atto in sé ma una sequenza comportamentale che permette, primariamente al bambino (ma anche all’adulto), di fare esperienza e così di costruire il suo parere e la sua sicurezza>> (Tonioni, 2011).

Il gioco nella sessualità.

Anche la sessualità può essere intesa come gioco, nel senso che coinvolge la mente (fantasie, desideri), l’intesa mentale, la corporeità dei partner e la relazione tra i due. In questa accezione anche la sessualità è un canale per far emergere emozioni e condividerle con l’altro, quindi è anche un canale comunicativo e un’area transizionale dove si ritrovano molte vicende importanti della coppia: sentimenti, intesa, intimità, gestione dell’aggressività, negoziazione, attrazione, condivisione etc.

Un’area transizionale dei due partner in cui spazio e tempo assumono significati che vanno oltre la semplice concretezza e dove i due oscillano tra individualità e dualità. L’alternanza tra l’appagamento per il proprio piacere personale e quello provocato nell’altro è fondamentale per una buona intesa di coppia.

Ogni coppia può trovare il proprio spazio e il proprio tempo e liberare la propria creatività, personale e condivisa, e costruire un proprio modo di fare l’amore inserendo gli elementi che vuole (piacevoli, originali, nuovi), alternando tenerezza, passione consuetudini, sex toys e così via pur sempre nel pieno rispetto di desideri reciproci e della complessità dell’essere.

Il gioco on line.

Due parole le voglio dedicare anche al gioco on line giusto per dire che molti degli aspetti del gioco a cui ho accennato sono importanti anche nel gioco on line, <<tuttavia in quest’ultimo spesso vengono a mancare gli aspetti di espressione e condivisione dei contenuti emotivi, la creatività intesa come creazione di scenari o nuovi giochi usando solo la fantasia, l’opportunità di fare esperienze reali e mettere alla prova le proprie risorse, abilità e idee>> (Tonioni, 2011)

Conclusione.

Sintetizzando, il gioco permette di esistere creativamente sviluppando capacità e abilità soprattutto in relazione con l’altro. In questo senso il gioco è importante per l’esistenza umana in un’area sospesa tra soggettivo e oggettivo, tra fantasia e realtà. Questo tipo di esistenza permette lo sviluppo della mente, della pensabilità di ciò che ci accade e delle relazioni. In condizioni di crescita e sofferenza <<Il giocattolo da solo può aiutare il bambino a rappresentare, a tentare di trovare soluzioni per i propri conflitti, ma è solo la presenza mentale di qualcun altro (come per le favole la presenza del narratore!) che giochi con lui che consente che il gioco sia pienamente trasformativo di angosce. E’ l’accoglimento degli stati mentali ed emotivi presenti durante il gioco che consente le trasformazioni più profonde>> (Ferro, 1992).

Termino questo testo inserendo il video con un bambino che sogna il gioco, sogna di giocare con un qualcuno importante, nonostante viva una situazione oggettiva che potrebbe uccidere la fantasia, il sogno, la creatività, la mente e la vita ma sono proprio la mente e la fantasia che gli permettono di sopravvivere e “sognare” insieme alla presenza di qualcuno che è lì per lui e con lui.

Video

DESIDERIO SESSUALE E INIBIZIONE DEL DESIDERIO SESSUALE.

Definizione ed etimologia.

Il desiderio sessuale può essere considerato come uno stato psicocorporeo, di variabile intensità, regolato da diversi fattori innati ed esperienziali, che induce la sensazione del bisogno di vivere la sessualità e che può essere disturbato da diverse interferenze, di tipo fisico o psicologico. Il desiderio sessuale è influenzato dall’equilibrio dei meccanismi di attivazione e inibizione, dai fattori ormonali e da fattori esterni, come il profumo, il tatto, la vista. Il desiderio ha radici biologiche ma prende forma, per direzione e intensità, dagli stimoli presenti e dalle esperienze passate.

Il desiderare può essere considerato come una tensione diretta al raggiungimento dell’oggetto del desiderio. Il termine “oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune ma si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione. Se questa tensione giunge al suo obiettivo, ne consegue un senso di appagamento e gratificazione oppure, in caso contrario, possono emergere sentimenti di dolore e frustrazione.

La parola desiderio è composta dalla particella de- e dal sostantivo -sidera: de- può avere un valore sottrattivo, di allontanamento, di assenza; mentre sidera è il plurale di sidus, ovvero “stella”. Potremmo quindi dire che desiderio voglia dire “cessare di vedere le stelle” o “constatare l’assenza di stelle”. <<Il latino de siderea (senza astri) definisce il rapporto con l’oggetto, quale elemento fondamentale perché il desiderio possa esistere. La leggenda narra di un auruspice, che, osservando gli astri e traendo da questi le proprie profezie e ricavando da ciò stima e potere, quando il cielo era coperto da nuvole (de siderea), si trovava impotente a compiere le proprie funzioni divinatorie. Ed era proprio in queste circostanze che l’auruspice sentiva nascere in sé il desiderio delle stelle, così che, potendole di nuovo rivedere, senza l’ostacolo delle nuvole, avrebbe potuto ricominciare a svolgere il proprio compito. Questa origine del termine è certamente innestata sulla certezza dell’auruspice che le nubi, prima o poi, si sarebbero diradate tanto che l’oggetto del suo desiderio (gli astri) si sarebbe ripresentato presto>> (Manara, 1997).

L’inibizione del desiderio sessuale.

 Si può parlare di una generale e persistente inibizione del desiderio quando questa non è causata solo da fattori organici e non è il sintomo di sindromi psichiatriche. Bisogna precisare che vi possono essere dei fattori fisiologici che intervengono negativamente sul desiderio sessuale: un basso livello di testosterone, dovuto a farmaci, a stati psichici, all’invecchiamento o ad altri ormoni antagonisti può causare una riduzione del desiderio sessuale; alcuni stress particolarmente forti possono provocare una depressione fisiologica del funzionamento sessuale; alcuni farmaci, come i narcotici, alte dosi di alcool o sedativi e alcuni farmaci contro l’ipertensione possono inibire il desiderio sessuale come anche tutti gli interventi che colpiscono l’anatomia e la fisiologia dei centri surrenali del cervello.

Le problematiche del desiderio sessuale possono essere divise in primarie e secondarie, globali o situazionali. L’inibizione del desiderio sessuale primaria è piuttosto rara, in quanto si tratta di un assoluta mancanza di interesse sessuale. Di solito ha un’origine costituzionale oppure si va a collocare inquadri psicopatologici complessi come la schizofrenia e la depressione cronica, o nel contesto di una grave malattia organica. La forma secondaria è caratterizzata dalla perdita del desiderio dopo un normale sviluppo sessuale del soggetto, che può comparire in fasi particolarmente complesse o stressanti. L’inibizione del desiderio sessuale è globale quando la persona non ha più alcun interesse per la sessualità, per esempio non ha più fantasie erotiche, e nel caso si tratti di un uomo, non ha erezioni mattutine. Di solito questa forma invalidante di inibizione sessuale si trova negli stati depressivi e nelle gravi malattie organiche. Si parla di inibizione del desiderio situazionale quando la persona prova desiderio solo in situazioni di maggiore sicurezza, rappresentata di solito da un partner meno adatto e meno attraente; un esempio può essere quello di un uomo che riesce ad avere rapporti sessuali solo con prostitute e non con la donna che stima e con cui vorrebbe instaurare un legame forte ed intimo.

Diagnosi.

La diagnosi deve tenere conto, come sempre, della personalità dell’individuo e del suo contesto di vita in un’ottica biopsicosociale. In genere, per fare diagnosi di disturbo di inibizione sessuale ci si deve basare sulla deduzione e sul confronto fra l’esperienza del paziente e quella che si ritiene una normale frequenza del desiderio sessuale, in relazione all’età, la professione, al sesso e allo stile di vita della persona portatrice del disagio.

I disturbi del desiderio sessuale secondo il DSM – 5.

Il Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM), arrivato alla quinta versione (DSM-5) e utilizzato prevalentemente per la diagnosi in psichiatria, inserisce i disturbi del desiderio sessuale all’interno della categoria dei disturbi relativi all’interesse, al desiderio e all’eccitazione sessuali e comprende tre disturbi relativi a queste aree. Il disturbo del desiderio sessuale e della eccitazione sessuale femminile si riferisce alla persistente carenza di interesse (fantasie o impulsi sessuali), di eccitazione fisiologica o soggettiva. Per gli uomini le diagnosi incluse nel DSM 5 considerano separatamente interesse sessuale ed eccitazione. Il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile si riferisce alla carenza o all’assenza di fantasie e impulsi sessuali.

I disturbi del desiderio secondo il PDM-2.

Il manuale diagnostico psicodinamico, arrivato alla sua seconda versione (PDM 2), è un sistema di classificazione che permette una struttura diagnostica che cerca di considerare il funzionamento globale di un individuo, considerandone i pattern emozionali, cognitivi e sociali nella profondità così come nella superficie, enfatizzando sia le variazioni individuali sia gli aspetti comuni.

La struttura diagnostica formulata con il PDM 2 permette di descrivere sia il funzionamento sano della personalità sia il funzionamento disturbato con attenzione ai profili individuali del funzionamento mentale e ai pattern sintomatici.

La classificazione utilizza un approccio multidimensionale proponendo una valutazione diagnostica articolata in tre Assi o dimensioni: l’Asse P classifica i pattern e i disturbi di personalità, l’Asse M arricchisce la classificazione permettendo la descrizione del funzionamento mentale e, infine, l’Asse S completa l’assessment attraverso la considerazione dei pattern sintomatologici, con un’enfasi sull’esperienza soggettiva del paziente.

Nell’asse S sono comprese le disfunzioni sessuali.

L’inibizione del desiderio sessuale dal punto di vista intrapsichico, cognitivo e relazionale.

Le persone con un basso livello di desiderio sessuale sembrano non provare interesse nei confronti del sesso e in situazioni in cui normalmente si potrebbe provare desiderio, possono arrivare a provare sensazioni negative come irritazione, ansia o disgusto. Possono arrivare ad evitare situazioni che potrebbero metterle nelle condizioni di avere un rapporto sessuale o a ricercarle per soddisfare bisogni secondari, come la ricerca di calore o il non voler frustrare il partner. Mettono in atto una soppressione attiva, anche se inconsapevole, del desiderio: sviluppano massicce difese rispetto la sessualità e reprimono la propria carica erotica anche in situazioni sessualmente molto stimolanti. Si ha una sorta di allarme psicosomatico per cui viene evitata ogni esperienza in cui il piacere sessuale può rappresentare una minaccia.

Dal punto di vista intrapsichico, il desiderio e il piacere sessuale trovano origine dalla rassicurazione interiore di fronte all’angoscia di poter distruggere qualcosa e dall’allontanamento della sessualità da connotati di minaccia. Il desiderio rappresenta una minaccia per cui la soluzione attuata rispetto la sensazione di pericolo è cercare di non provare desiderio.

Da un punto di vista cognitivo l’apprendimento gioca un ruolo importante: il bambino impara a reprimere la propria sessualità e a sentirsi in colpa quando prova piacere, se le risposte e gli atteggiamenti della famiglia sono in questo senso frustranti e colpevolizzanti.

Sul piano relazionale un importante ruolo è rivestito dalla paura dell’intimità; questa può essere temuta (ma su un piano intrapsichico inconsapevole può essere, allo stesso tempo, molto desiderata) tanto da boccare ogni slancio verso di essa, per cui viene preferita l’assenza di tensione, di angoscia e di vitalità.

Il piacere e la norma.

Il desiderio può esistere e accrescersi solo su una prospettiva relazionale del piacere, in base alla quale quanto più la persona può prendere dal rapporto calore attenzione, tanto più potrà esprimere desiderio e piacere. L’inibizione del desiderio sessuale è una sorta di silenzio psicosomatico, ricerca di un anonimato che mette al riparo dal timore che i propri bisogni di accettazione e accoglienza non vengano esauditi e dall’incredulità che possano mai esserlo. A volte ciò che viene temuto è il proprio successo sentimentale, per cui provare desiderio e piacere con un partner amato e stimato è considerato difficile, se non impossibile da sostenere, in quanto significherebbe doversi mettere in gioco profondamente. A volte la preoccupazione per il piacere del partner e l’incapacità di comunicare i propri bisogni conducono la persona ad evitare le sensazioni erotiche al fine di mettersi al riparo dalla frustrazione. Oppure il ripetersi di esperienze spiacevoli e poco gratificanti può portare ad una crescente insofferenza nei confronti del rapporto sessuale. Infine c’è anche un piano normativo che gioca un notevole ruolo nel modo di vivere la propria sessualità. L’apparente maggiore libertà, piuttosto che attenuare le problematiche precedenti, ne ha aggiunte, o sostituite, altre.

La vera libertà, infatti, si può raggiungere solo quando l’individuo raggiunge la consapevolezza delle proprie potenzialità e riesce ad affrancarsi totalmente dai condizionamenti e dalle repressioni. In un momento storico in cui ogni livello d’esistenza rischia di essere inquadrato in schemi rigidi, l’esperienza sessuale rappresenta qualcosa di estremamente temibile, ma nel contempo costruttivo, proprio perché non può essere inquadrata in tali schemi. La perdita di controllo che caratterizza il rapporto sessuale è fonte di timore per chi si sente costretto a programmare e controllare la propria vita sulla base di richieste interne ed esterne. Tuttavia, è proprio nella perdita di controllo, nell’entrare ed uscire dalla relazione, che risiede la particolarità dell’espressione della sessualità. Entrare ed uscire dalla relazione proprio per sperimentare la presenza di un’assenza e il desiderio di una presenza che è ciò che contraddistingue il desiderare.

Le terapie.

L’inibizione del desiderio sessuale è spesso associata ad una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi contatto fisico, che può sfociare in attacchi di panico o in ansia generalizzata che rendono impossibile affrontare di petto la problematica sessuologica. L’ansia anticipatoria che porta queste persone ad evitare ogni situazione che potrebbe porli di fronte ad ansia o panico rende improponibile il trattamento sessuologico standard. Potrebbe essere utile abbinare alla psicoterapia (necessaria per lavorare sui disturbi d’ansia, depressivi o sulle fobie) una terapia farmacologica, man mano che i farmaci hanno effetto vengono ridotti gradualmente e viene associata anche la terapia sessuologia che può essere inserita nella psicoterapia, se lo psicoterapeuta è competente rispetto i disturbi della sessualità. L’approccio terapeutico deve essere graduale e deve rispettare le esigenze i timori del paziente. È molto importante che vi sia la collaborazione del partner e che non vi siano eccessivi tentativi di boicottaggio di un cambiamento che a volte appare più difficile di uno pseudo-equilibrio. Lo scopo di questo tipo di intervento è quello di portare il paziente a non inibire gli impulsi sessuali, a farli emergere con naturalezza, raggiungendo un nuovo e più funzionale equilibrio.

Bibliografia.

Lingiardi, V., & Mc Williams, N. (2015). The Psychodinamic Diagnostic Manual – 2nd ed. (PDM-2). World Psychiatry, 14(2), 237-239.

Manara F., “I disturbi del desiderio”. In: Simonelli C. (A cura di), Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, FrancoAngeli, Milano, 1997, 19-35.

Simonelli C., (2002), “Diagnosi e trattamento delle disfunzioni sessuali”, Franco Angeli, Milano.

IL CONTAGIO DELLE RELAZIONI AMOREVOLI.

Il contagio delle relazioni amorevoli e vivificanti.

Essere Umano è contagioso quando ricordiamo da dove proveniamo, quando abbiamo la consapevolezza che le fondamenta del nostro sviluppo sono biologiche e relazionali.

essere umano.

Winnicott è stato un pediatra e uno psicoanalista interessato alle condizioni che consentono al bambino di divenire un essere umano, e alle strutture psichiche di trasformarsi con nuove connessioni. La sua attenzione si è concentrata sugli aspetti della psiche che presentano sempre potenzialità di sviluppo, nel bambino piccolo come nell’adulto. La teoria psicoanalitica e diverse forme di psicoterapia, come anche diversi approcci psicologici, hanno tratto notevoli sviluppi dai suoi approfondimenti clinici sulle prime fasi di vita della coppia madre-bambino e dalle analisi con pazienti borderline. Una fondazione biologica e relazionale dello sviluppo dell’essere umano costituisce il nucleo del suo pensiero.

Il bambino non esiste da solo.

Prima dei sei mesi, i bambini sanno a malapena di essere nati, Winnicott diceva che i bambini non esistono da soli, i bambini sono sempre uniti alla madre o alla persona che si prende cura di loro. Un neonato riconosce l’odore della madre in mezzo a centinaia di altri odori. Appena nato riesce a vedere la madre a 30 centimetri di distanza e si mette a fissarla. I bambini riconoscono i suoni, quelli emessi dai genitori, ma anche quelli emessi dagli altri che erano presenti durante il momento della gravidanza. Il paradosso è che non hanno idea di chi sia la loro madre.

I bambini iniziano a usare il linguaggio partendo da un gesto, da un pianto, da un urlo, e questi vengono interpretati dalla madre, non come riflessi causali che vengono dal sistema nervoso centrale, ma come un discorso, come un’intenzione. Naturalmente, all’inizio sono fondamentalmente riflessi. Però, man mano che la madre li interpreta come un linguaggio, la madre fa entrare il bambino dentro il linguaggio. Interpretare i gesti del bambino come una forma di comunicazione è ciò che trasformerà i gesti in un linguaggio riconoscibile e il soggetto in un essere umano.

Relazione e contagio.

E’ bello vedere un bambino che osserva l’espressione della madre e vedere la sua piccola bocca che imita i movimenti che percepisce nel volto e nella voce di lei. Inizia uno scambio tra di loro: <<bla, bla>>, una conversazione a turni che in seguito verrà nutrita di contenuti e parole più sofisticati.

Il modo in cui gli adulti comunicano tra di loro è spesso piatto e i bambini hanno bisogno di adulti che si approcciano alla loro esistenza con entusiasmo e passione. I bambini collegheranno la propria esistenza all’effetto che hanno sugli adulti. E’ contagioso al punto che quando un bambino vede la madre entusiasta di lui, anche lui è entusiasta di lei, come in un gioco in cui ci si imita l’un l’altro. E’ un contagio fondamentale per far entrare il bambino nella logica umana del desiderio e della relazione.

Il desiderio.

Il desiderio è molto importante per l’uomo perché ciò che ci definisce è la capacità di desiderare. La possibilità di desiderare ci definisce come specie e come individui nella nostra singolarità. Il compito più importante di un genitore è quello di portare il bambino verso questa direzione.

Tutto ciò che conta non ci lascia mai.

LA SANA DIPENDENZA RECIPROCA.

La cultura occidentale considera la dipendenza come patologica e esalta il senso di autosufficienza e separatezza, al contrario, grazie alle ricerche e all’attività clinica in psicologia, psicoanalisi e in sessuologia possiamo sostenere che non esiste una completa indipendenza. Secondo Winnicott <<la salute psichica potrebbe essere considerata come la capacità di impegnarsi in situazioni di dipendenza reciproca>> (Winnicott, 1974).

La dipendenza reciproca nelle relazioni di coppia.

Nelle relazioni di coppia, ciascun partner può, almeno sul piano ideale, tollerare l’ansia d’essere dipendente dall’altro e anche di essere l’oggetto della dipendenza dell’altro.

In molti casi bisogna imparare a tollerare questo tipo d’ansia e ci si può lavorare sia livello individuale, sia a livello di coppia. In altri brevi articoli divulgativi ho sviluppato come si lavora a livello individuale attraverso la psicoterapia, o attraverso un counselling. In questo articolo accenno al lavoro da fare con la coppia.

Le reazioni emotive nella coppia.

La relazione di coppia può generare nei singoli individui reazioni emotive positive e negative. Accenno a due reazioni emotive negative che sono più frequenti nelle coppie. Queste due reazioni sono, a volte, in relazione tra loro e spesso la coppia non è consapevole. Queste due reazioni negative sono: la rabbia e l’ostilità verso il partner, la paura del rifiuto e dell’abbandono. Tali reazioni emotive sono all’origine di alcune dinamiche di coppia come: difficoltà o incapacità di stabilire fiducia e intimità reciproca, difficoltà di comunicazione, delusioni del “contratto matrimoniale”, lotte di potere tra i partner.

Psicoterapia di coppia.

Con l’aiuto di uno psicoterapeuta è importante che la coppia acquisisca la consapevolezza delle dinamiche di coppia problematiche. L’attenzione è posta sulla modifica delle modalità comunicative e di espressione emotiva, al fine di produrre dei cambiamenti nella relazione che permettano ai due partner di uscire dalle modalità relazionali disfunzionali.

In caso di disfunzione sessuale.

Come scritto in altri articoli, la terapia sessuale, o mansionale integrata, è il tipo di trattamento indicato. All’interno di una psicoterapia per la coppie che presentano delle disfunzioni sessuali è anche possibile lavorare sugli aspetti interpersonali senza rifarsi esclusivamente agli aspetti dell’intimità sessuale all’interno della relazione, quindi, anche senza utilizzare le mansioni (“compiti”) che la coppia attua, in privato, nell’intimità della propria abitazione (le mansioni vengono utilizzate nella terapia mansionale integrata). David Schnarch (psicologo) sostiene che il punto fondamentale è risolvere il bisogno di differenziazione personale e di autoconvalida. Le disfunzioni sessuali sono sintomatiche di una mancanza, o di una perdita, di differenziazione all’interno della relazione: ognuno dei due partner può tendere a convalidare se stesso dal punto di vista emozionale attraverso la reazione dell’altro.

Differenziazione e il ruolo dell’ansia nella psicoterapia.

La differenziazione è il processo attraverso il quale diventiamo più “autenticamente” noi stessi, mantenendoci in relazione con chi amiamo. La differenziazione, essendo un processo, non è definitiva e non è una caratteristica. Negli approcci tradizionali della terapia sessuale si parla spesso di eliminazione o riduzione dell’ansia, quando invece l’obiettivo dovrebbe essere una tolleranza dell’ansia durante il processo di differenziazione.

IL COMPLESSO DI EDIPO (in psicoterapia).

Prima di parlare del complesso di Edipo e della sua utilità nella clinica, in quanto può essere considerato un organizzatore della vita psichica, è utile chiarire alcuni termini psicoanalitici che saranno presenti in questo articolo.

Oggetto, pulsione e transfert.

In psicoanalisi il termine “oggetto” si usa per indicare la persona con cui il soggetto si mette in relazione, ad esempio, come oggetto d’amore. “Oggetto” non ha il significato di “cosa” come nel linguaggio comune. La pulsione, uno dei concetti fondamentali della teoria psicoanalitica freudiana (teoria energetico-pulsionale), è una spinta psichica che nasce dal corpo a ricercare un dato oggetto per pervenire alla meta, ossia, ridurre la tensione che così si è generata (Civitarese, Ferro, 2018). Il transfert, secondo la teoria energetico-pulsionale, è il trasferimento di desideri inconsci sulla figura del terapeuta; il transfert secondo la teoria delle relazioni oggettuali (altra teoria psicoanalitica) è il trasferimento di modelli di relazione, più o meno consapevoli, sulla figura del terapeuta.

Inconscio.

Per Freud i desideri inconsci sono i desideri edipici, desideri che si provano per gli oggetti primari, con i quali si ha avuto l’inscrizione, non conscia, di quei primi toccanti momenti relazionali che hanno permesso di “desiderare” alcune esperienze, a volte non rappresentabili ma inscritte in noi nel nostro inconscio. Alla luce di ciò, la pulsione, in sostanza, è un processo somatico da cui origina un’eccitazione psichica, sotto forma di affetti e rappresentazioni, che porta a mettere in atto comportamenti volti a soddisfarla (Ferro, Civitarese, 2018).

Il complesso di Edipo.

Con complesso di Edipo si intende <<il processo tramite il quale il bambino di quattro o cinque anni rivolge le sue emozioni affettuose al genitore del sesso opposto, mentre rivaleggia con il genitore del suo stesso sesso. La soluzione del complesso si ha, nel caso del bambino maschio, con la rinuncia del possesso della madre, in favore di un futuro amore con un’altra persona (oggetto d’amore), e con l’identificazione con il padre. Viceversa per la bambina femmina. Nella teoria psicoanalitica il triangolo edipico rappresenta un caposaldo per lo sviluppo del pensiero simbolico, ossia, per lo sviluppo della capacità di rappresentare qualcosa con un’altra. Tale triangolo è costituito da un terzo elemento (il padre) che separa gli altri due vertici: il soggetto (il bambino) e l’oggetto dei suoi affetti (la madre). Questo processo offre la base dei processi di simbolizzazione – che dureranno per tutta la vita – fondati sull’assenza di gratificazione immediata. Per esempio, ogni bambino impara che deve lasciare la casa (l’oggetto amato) per andare a scuola (il limite, il terzo) accontentandosi del piacere di imparare, o della compagnia dei compagni (sostituzioni dell’oggetto amato a cui si deve rinunciare)>> (Ferro, Nicoli, 2017).

Clinica e psicoterapia.

Nella clinica, quando ci si occupa di adolescenti e adulti, è utile considerare il complesso di Edipo come un organizzatore della vita psichica, in quanto permette un’organizzazione e un terzo; nella situazione terapeutica, quando ad esempio il paziente è quel bambino divenuto adolescente o adulto, il terzo è lo psicoterapeuta “sul quale” e “con il quale”, “rivivere” e riorganizzare l’esperienza attraverso il transfert. Come scritto prima, il complesso di Edipo si organizza verso i cinque anni quando gli oggetti edipici sono ancora confusi come parti del soggetto (bambino), quindi ciò che viene trasferito, nella situazione psicoterapeutica e nella figura del terapeuta, sempre nel caso del bambino divenuto adolescente, sono atmosfere precoci che sono come una mistura di emozioni, sensazioni e percezioni. Tale trasferimento di atmosfere precoci, quando gli oggetti edipici sono ancora confusi, viene definito pre-edipico.

In una psicoterapia è molto importante sentire e trovare le “vestigia” ambientali e relazionali di queste atmosfere precoci di cui la presenza si rintraccia non tanto nelle parole del paziente ma in ciò che “succede” durante la psicoterapia, nella comunicazione non verbale, nella qualità e nella forma dell’interazione, nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con il paziente. La persona (il paziente) ha bisogno di poter saggiare queste atmosfere precoci, fatte di momenti relazionali precoci (moments of meeting – Stern) con uno psicoterapeuta che lo aiuti a rintracciarli e ad attingere da questi: una persona per poter “diventare” se stessa ha bisogno di una base che è saggiata, perché la base è fatta di questi momenti relazionali precoci.

Bibliografia

Ferro, A., Nicoli, L. (a cura di). (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Terni: Raffaello Cortina.

Civitarese, G., Ferro, A. (2018). Un invito alla Psicoanalisi. Roma: Carocci editore.

Stern, D. (2005). Il momento presente. Raffaello Cortina Editore.